domenica 1 maggio 2011

nel giorno giusto (Inf. XIX)

di lo Scorfano

O Simon mago, o miseri seguaci
   che le cose di Dio, che di bontate
   deon essere spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
   or convien che per voi suoni la tromba,
   però che ne la terza bolgia state!
Inizierò così, domani, la mia lezione sul canto XIX dell’Inferno, al centro delle Malebolge, miseria  infima dell’umanità, massimo degrado del peccato terreno; inizierò leggendo questa invettiva, senza nessuna parola che la introduca, usando solo il tono alto della voce, le vocali e le consonanti, «o miseri seguaci», cercando di far rimbombare le parole così nitide dentro i muri scrostati dell’aula.

Spiegherò poi rapidamente che il mago Simone della Samaria aveva cercato di comprare dagli apostoli il dono dello Spirito, e che dunque da lui viene il nome di questo terribile peccato, che incrocia santità e denaro, la simonia; e che questo è il peccato dei pontefici e che infatti, in questa boglia, Dante incontrerà proprio un Papa (e da lui saprà quanti altri stanno per arrivare in questo stesso orribile buio). Ma soprattutto mi concentrerò sul quel «rapaci», su quell’«adulterare», così maledettamente vicino all’idea del tradimento. E poi: «per oro e per argento», senza mezzi termini, con la violenza polemica che è così tipica di Dante e che domani, proprio domani, racconterò che si scaglia anche contro i papi, i sommi pontefici, le guide che non sanno essere guide. Con le parole dette dal più cristiano degli autori medievali.    
          Il quale infatti, poco dopo, urla nella sua pagina antica eppure ancora viva:
O somma sapïenza, quanta è l'arte
   che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
   e quanto giusto tua virtù comparte!
Così, a pochissimi versi di distanza dalle parole di condanna di poco prima, questa invocazione a Dio, tanto commovente ma allo stesso tempo tanto aspra: e farò notare quell’avverbio, «giusto», riferito alla sapienza di Dio e messo proprio lì, dove sono condannati i papi all’inferno, addirittura i papi ancora vivi e ancora sul soglio pontificio, senza nessuna paura. Perché è a Dio che si guarda, non al capo della Chiesa, e nemmeno alll’oro e all’argento per cui egli si vende, facendo della Chiesa oggetto di mercato. È Dio la luce, il faro che illumina la strada: e spiegherò ai miei alunni che questo Dante ha voluto dire, proprio adesso, con questa invocazione così vibrante ed emozionata. Prima di arrivarci davvero, vicino al Papa conficcato nella terra infernale:
Ed el gridò: «Se' tu già costì ritto,
   se' tu già costì ritto, Bonifazio?
   Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se' tu sì tosto di quell' aver sazio
   per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
   la bella donna, e poi di farne strazio?».
E finalmente, quindi,  la voce del Papa, le sue prime parole, l’equivoco (nato ovviamente dalla cecità in cui è immerso, conficcato come un palo a testa in giù nel buco del suo male) di credere che sia un altro Papa, Bonifacio VIII colui che gli parla, da sopra, il quale invece è ancora vivo ed è, soprattutto, ancora Papa. Ma l’inferno già aspetta anche lui, inevitabile. E quella frase ripetuta, «se’ tu già costì ritto», quella concitazione così da osteria (siamo nelle Malebolge, ragazzi, non dimenticatelo: appena dopo gli adulatori, immersi nella loro stessa merda, appena prima dei diavoli, che ingannano e «del cul» fanno «trombetta»; siamo nelle Malebolge, ragazzi, dove il male non può avere neppure la mostruosa solennità che avrà più avanti); per arrivare a quella «bella donna», la Chiesa, divenuta oggetto di strazio proprio da parte di coloro, i papi, che avrebbero dovuto difenderla e guidarla, e ne hanno invece fatto oggetto di mercato. E farò infine notare anche la rima, così terribile e così provocatoria, «Bonifazio, sazio, strazio», ripeterò per la centesima volta che è nelle rime, ragazzi, è nelle rime che Dante nasconde la potenza accanita del suo fuoco verbale; è sempre verso le rime che viaggia l’energia del suo poetare.

Ma non basterà, e sarà necessario andare avanti, leggere ancora, fin quando è il personaggio Dante che parla, proprio lui, peccatore, e proprio a un Papa, al primo Papa che incontra nell’Inferno:
Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
   ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
   «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
   ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
   Certo non chiese se non "Viemmi retro".
Né Pier né li altri tolsero a Matia
   oro od argento, quando fu sortito
   al loco che perdé l'anima ria.»
Di nuovo l’«oro e l’argento», dirò, per la seconda volta: il male a cui non si sa rinunciare, di nuovo quel mercanteggiare che è l’essenza stessa della simonia, ma è anche la belva feroce che impedisce la «diritta via». Vi ricordate del primo canto, ragazzi? chiederò a quel punto. Vi ricordate qual era la «fiera» davanti a cui il viaggio dantesco sembrava interrompersi e non poter andare avanti? «La lupa!» risponderanno loro. Ecco, appunto, la lupa: simbolo bestiale dell’avarizia, del denaro, del mercato che su tutto domina e impedisce la strada verso la luce. C’è chiarezza estrema, anche qui, come sempre in Dante; noi viviamo forse in un mondo tanto meno chiaro del suo… Lui no, Dante sa, lui crede di sapere: e proprio perché «sa», lui si può permettere di urlarlo al Papa, conficcato come un palo rovesciato nella terra maligna, che il male è di chi guida gli uomini, più ancora che degli uomini che si lasciano guidare. E poi avanti, sempre più rapido e violento, fino alla terzina che sempre sbalordisce gli studenti («Si poteva parlare così del Papa e della Chiesa, nel Medioevo?» mi chiedono. Sì, evidentemente sì: si poteva):
Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
   quando colei che siede sopra l'acque
   puttaneggiar coi regi a lui fu vista.
Quel verbo spaventoso, mammamia. La Chiesa che «fa la puttana», spiegherò davanti ai loro occhi aperti; la «bella donna», la Chiesa che, come una troia qualsiasi, si vende al potere dei re, vende se stessa per un po’ di potere, rinuncia alla sua «dirtta via» e trascina con sé, nel baratro del mondo, coloro che invece dovrebbero da lei essere salvati. E dirò anche della citazione dell’Apocalisse, naturalmente, perché è giusto che sappiano che molti, tra i padri della Chiesa, interpretavano quel passo come riferito alla Roma imperiale; ma dirò anche del versetto che dice «Gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione» (17.2), che tutti i contemporanei di Dante, gioachimiti in testa, riferivano invece alla Chiesa, ai pontefici, ai papi dominati dal maligno.

E poi saremo quasi alla fine, loro già stanchi, io stanchissimo, ma ci sarà da leggere ancora quella terzina indimenticabile, ineludibile:
Fatto v'avete dio d'oro e d'argento;
   e che altro è da voi a l'idolatre,
   se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
Di nuovo, e non può più essere un caso, di nuovo, per la terza volta in poche decine di versi, «l’oro e l’argento», questa ossessione dantesca che è però anche la sua vocazione alla salvezza, la bestia feroce a cui si è davvero scampati. E quindi, ultima condanna del personaggio Dante al Papa che gli sta davanti, capovolto e immobilizzato, e a quelli che dopo di lui (già è stato detto) che verrano nello stesso luogo, l’idolatria, come nell’Antico Testamento. Non un solo agnello d’oro, ma decine, centinaia di monete d’oro e d’argento: la nuova idolatria che fa del mondo un enorme mercato, e soprattutto lo fa della Chiesa,  luogo «dove Cristo tutto dì si merca» verrà scritto in uno dei passi centrali e decisivi del Paradiso (XVII 50), addirittura.

E saremo così arrivati alla fine, se ce la farò a finire: saremo arrivati alla fine anche di questo canto, così difficile eppure così piantato, anche lui come un palo doloroso, nel centro concettuale del poema. Ci sarà tempo solo per la soddisfazione di Virgilio (la sapienza umana), contento delle parole «folli» del discepolo; e addirittura quel suo prenderlo in braccio («con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi s'ebbe al petto…»), che non ha alcun senso, visto che Virgilio è solo un’ombra che nessuno può nemmeno riuscire a toccare; ma che qui, in barba alle leggi della non materia infernale, diventa illogica metafora di un’approvazione, sigillo di una strada che si sta compiendo, e che è la strada verso la verità, la felicità. La quale farà pure a meno dei papi, se i papi non fanno a meno del denaro.

Da qui Dante e Virgilio ripartono, in mezzo alle Malebolge; qui mi fermerò io, domani, nella mia lezione davanti ai miei studenti, sperando di essere stato abbastanza bravo da riuscire a far passare qualcosa di quello che il testo dantesco può dire; sapendo, per forza, che sarà soltanto qualcosa, una piccola cosa.

E pensando che forse sarà stato nel giorno sbagliato, quello meno adatto, proprio oggi; o forse invece no, forse anche Dante avrebbe approvato la scelta del giorno, anche solo come perenne monito all’umanità. Ogni giorno è quello giusto; ma questo giorno di maggio è un po’ più giusto degli altri, chissà.

5 commenti:

  1. Giorno giusto: bisogna smorzare i facili entusiasmi.

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  2. Tu non sai, davvero non sai, quanto vorrei essere lì, davanti a te, domani.

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  3. Allora, perché non vieni davvero?

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)