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sabato 24 marzo 2012

la lacuna del cuore

di lo Scorfano


«Non hai scritto nemmeno una riga sulla Giornata mondiale della Poesia, che è stata due o tre giorni fa... Nemmeno una parola, niente. Ma te ne sei dimenticato?»

No, non mi sono dimenticato. Non potevo nemmeno dimenticarmene in realtà, perché in tantissimi sul web (e in tantissimi su twitter) ne hanno parlato e scritto e raccontato e citato e laicato e  ritwittato. Ma forse è stato proprio questo a mettermi malinconia, a farmi desistere, a dirmi che forse non ne valeva la pena ed era meglio tacere. Come se la poesia fosse morta, come se non esistesse più, come se le «giornate mondiali» fossero riesumazioni che non parlano a nessuno e che non servono a niente. E quindi ho taciuto.

Perché la sensazione è che non ci sia davvero niente da dire se non citare qualche verso distante decine o centinaia di anni. Perché la poesia non si vende e soprattutto non si legge più: e gli scaffali dei poeti nelle librerie sono infatti vuoti.

giovedì 1 marzo 2012

sotto quale stella

di lo Scorfano

Di tutto quello che mi poteva venire in mente, mi viene in mente solo questa. E allora metto questa, dopo tanti anni.



giovedì 10 novembre 2011

una lettera a ludovico

di lo Scorfano

Caro Ludovico, mi dispiace.

Mi dispiace molto, ma mi sa che non ne sono mica capace. Tutti gli anni, ogni volta che so che mi capiterai tu, con le tue ottave e le tue storie incredibili (castelli magici, cavalli alati, anelli prodigiosi, furie improvvise), tutti gli anni mi dico che questa volta sarà diverso e ce la farò. E invece poi, passano le mattine, io ci provo, io ci metto davvero tutta la mia energia e la mia attenzione, ma del tuo poema, ogni volta, mi pare che non resti niente. E che ai ragazzi, nel complesso, faccia schifo.

Eppure io, il tuo poema, l'Orlando furioso, caro Ludovico Ariosto, io l'ho sempre amato tantissimo, fin dalla prima volta che l'ho letto, a vent'anni. E poi ho continuato ad amarlo e a pensarlo come uno dei massimi vertici delle letteratura di sempre e di ovunque, senza dubbio, senza mai esitare. Perché questa tua idea della realtà che è un labirinto insensato, e quindi di un poema che la racconta facendosi esso stesso labirinto insensato di storie e di amori e di follia, e quindi del primo canto del tuo poema che è anch'esso un labirinto che rispecchia tutto il poema e quindi tutta la realtà, e di quella selva che è il luogo in cui già nel primo canto si incontrano tutti i personaggi del poema, selva che a sua volta è un labirinto in cui si incrociano le vicende di uomini e donne che vagano tutti alla ricerca di qualcosa che non troveranno... 

lunedì 31 ottobre 2011

la perfezione congiunta all'imperfetto

di lo Scorfano

Forse, così dicono, non esiste nemmeno più, sostituita dalle canzoni e dalle filastrocche. Ma io so bene che non è vero, anche se a volte mi è difficile dirlo. Io so che ci sono anni in cui la sua voce è flebile, poco più di un sussurro, ed è normale che sia così, è già successo molte volte, nel corso di molti secoli. Ma è comunque la sua voce, per quanto fievole. E io so che, nonostante tutto, la poesia esiste.

E che esistono i poeti e che esistono versi che, una volta letti, possono ancora tormentare una memoria, come quelli di Orazio del I secolo a.C., e quelli di Dante nel Trecento. Esistono i poeti, anche i poeti di oggi: che scrivono pagine belle, che parlano di noi e del nostro muoverci tra i giorni dell'attualità contorta e scivolosa. Ne parlano con la forza lievissima della poesia, che a volte sembra non esserci più, ma invece c'è sempre.

Non si studiano a scuola, purtroppo, i poeti contemporanei (cioè, io ci provo ogni tanto: ma il tempo è poco, i test invalsi premono, l'esame di stato pretende tutt'altro; ci provo per poche ore, sperando che a qualcuno possa servire, chissà). Non si studiano a scuola e non si vendono nelle librerie: perché nessuno la compra, la poesia.

giovedì 27 ottobre 2011

quella terra di limoni

di lo Scorfano

Il mio primo incarico annuale come insegnante di lettere lo ebbi nel 1994, in una scuola privata. Ero entusiasta e cieco e molto giovane. Mi affidarono una seconda liceo e io, poverini, li martirizzai con una specie di interminabile corso monografico sulla poesia di Montale, che era (e resta) una delle mie grandi passioni inutili.

Poi, in primavera, li caricai tutti su un pullman e li portai alle Cinque Terre, a vedere i luoghi montaliani letti nelle poesie. Quando fummo a Vernazza, dopo aver percorso il sentiero che arrivava da Monterosso al Mare, li radunai su un piccolo spiazzo a picco sul mare e lessi loro, commentandole, alcune poesie di Ossi di seppia, quelle che appunto parlano di mare. Loro tacevano, forse perplessi forse attenti, non lo so più. Dalla finestra di una casa rossa si affacciò una signora, una donna che avrà avuto sessant'anni, e si mise ad ascoltare la mia lezione. Io la vidi, mi imbarazzai, ma feci finta di niente: e portai a termine la mia lettura.

Alla fine, la signora applaudì forte dalla finestra, suscitando l'ilarità di tutta quella povera classe. E dopo quella donna ligure mi chiamò, da casa sua, e mi disse: «Professore, venga un attimo qui, per favore».

martedì 18 ottobre 2011

requiescat in pace

di lo Scorfano

Oggi è morto l'ultimo dei poeti "contemporanei" che io ho amato da ragazzo, quando avevo diciotto anni e ho scelto la strada della poesia. Era Andrea Zanzotto, era la metà degli anni Ottanta, erano versi ruvidi e raggomitolati, che mi tormentavano la memoria quando, così giovane, passeggiavo per le strade della mia città ligure, Savona. Dopo il taglio di pagina, per chi ne ha voglia, due delle poesie di Zanzotto che ho amato di più. In memoriam.

lunedì 5 settembre 2011

la poesia più bella

di lo Scorfano

Oggi voglio dire che Totò Merùmeni è secondo me la più bella poesia di Guido Gozzano. Lo voglio dire perché è assolutamente vero, a mio parere, e anche perché Guido Gozzano è uno dei più grandi poeti italiani del Novecento e può darsi che non saperlo sia un guaio. E lo voglio dire oggi, perché oggi è ancora 2011, perché poi passeranno i giorni e rischierei davvero di dimenticarmene; mentre il 2011 è l'anno del centenario della raccolta I colloqui, che è la più bella raccolta di versi di Guido Gozzano e  una delle più belle raccolte di versi degli ultimi secoli della nostra letteratura, e contiene per l'appunto la poesia Totò Merùmeni. Ecco, l'ho detto.

Poi, per completezza, posso ammettere anche che Gozzano ha scritto poco purtroppo, troppo poco; e posso pure ammettere che non è un poeta che sia proprio universalmente noto e amato, lo so. Ed è un peccato che sia così: ma Guido Gozzano è un poeta molto adulto, che parla agli adulti (anche se aveva solo 28 anni quando pubblicò I colloqui) e invece lo si legge solo a scuola, quando si hanno 18 anni e si pensa a tutt'altro, e quindi è molto facile che non lo si capisca.

Poi, lo sappiamo tutti, usciti da scuola non si legge più poesia, di nessun tipo; magari capita che qualche poeta vada di moda per qualche stagione, come è successo a Auden, o a Neruda, o alla Szymborszka: e allora si leggono quelli e ci pare già abbastanza. 

giovedì 30 giugno 2011

si sta come

di lo Scorfano


Visto che siamo nei giorni in cui iniziano gli orali di maturità, e visto che Ungaretti quest’anno va piuttosto di moda, e visto anche che, in un modo o nell’altro, questo è un testo che tutti vanno citando e che sarà senz’altro oggetto di qualche domanda all’esame di Stato, rivolta a qualche povero studente ansioso e tremante, mi permetto una breve nota sulla poesia Soldati, di Giuseppe Ungaretti. Che magari, chissà, alla fine della giornata avrò aiutato qualche studente sconosciuto e spaventato.

La conoscono tutti, questa poesia. È quella che dice che i soldati sono come foglie in attesa di cadere dall’albero, d’autunno. È una poesia (bella, questa è una poesia senz’altro bella) sulla caducità dell’essere umano e sul carattere effimero e transitorio della vita. Ma proprio perché la conoscono tutti, a volte succede che la poesia diventi altro da sé, si trasformi, perda senso.

martedì 28 giugno 2011

gelminiani ricordi

di lo Scorfano

Intendiamoci, le colpe della ministra Gelmini, in questi ultimi tre anni, sono ben più gravi di questa. E però a me fa molto ridere questa letterina che oggi si trova in prima pagina sul quotidiano «Il Giorno», edizione milanese (visto che vi lamentate che i link al Miur non funzionano, ho preparato anche la cliccabilissima immagine questa volta). Una letterina dolce dolce, quasi zuccherina, scritta dal ministro ai maturandi, per «la tappa fondamentale e cruciale» che stanno in questi giorni affrontando e che ricorderanno per tutta la vita.

Mi fa ridere perché la letterina insiste ossessivamente sulle memorie personali del ministro: «Un ricordo ancora molto vivo e puntuale in me»; «Un momento che non è possibile, di certo, dimenticare mai»; «Di quei giorni di prove e di studio conservo ancora oggi un ricordo assai positivo». Per giungere in conclusione al finale sognante, in cui il ministro rivela di essere ancora oggi preda, come tanti suoi coetanei, di sogni che riguardano il suo vecchio esame di maturità (tanto che il titolo della lettera, ma non credo scelto da lei, è proprio: «Un bel sogno»).

Ecco, può darsi che sia stato il titolista a essere spiritoso, non lo so (ma ne dubito: pochissima la mia stima dei titolisti dei quotidiani). Perché, obiettivamente l’unico ricordo concreto citato dalla ministra in questa miscela zuccherosissima di ricerche del suo tempo perduto (parecchio perduto) è un ricordo sbagliato.

mercoledì 22 giugno 2011

la poesia di Ungaretti e l'esperto

di lo Scorfano

La poesia scelta per l’Analisi di testo dell’esame di maturità di oggi raggiunge, se non altro, un chiaro obiettivo: quello di mostrare a tutti quanto possano essere brutte le poesie di Ungaretti (lo sono, lo sono: sono poesie in gran parte proprio pessime).

Il testo Lucca, entrato molto tardivamente nella sua migliore raccolta, L’allegria, è un componimento prolisso, stanco e confuso; costruito su una insistita concidenza tra respiro metrico e respiro sintattico che, già al terzo o quarto verso, si rivela irrimediabilmente stucchevole e artificiosa. Inevitabile, quindi, che anche l’analisi di testo fosse assolutamente confusa e inutile. Talmente inutile da essere quasi banale, secondo me più semplice di un qualsiasi test dell’Invalsi proposto ai ragazzini di seconda; la più semplice che sia mai uscita a un esame di Stato.

Eppure, benché così facile, anche l’analisi si prestava a fraintendimenti clamorosi, soprattutto nel suo secondo quesito (quello sugli aggettivi): tanto che, a mio parere, pure Giorgio De Rienzo, l'esperto appositamente messo in campo dal Corriere, se l’è sbagliata in pieno. «Poveri studenti!» scrive lui; e «povero anche lui», dico io. Perché non rendersi conto che quasi la metà degli aggettivi del testo sono costituiti dal possessivo «mio» (i possessivi sono aggettivi, naturalmente) significa andare fuori strada fin da subito, parlare d’altro, perdere di vista il senso ultimo (e assai povero, peraltro) della poesia. È infatti sul quel «mio» così ribadito nei primi 13 versi («mia madre», «mia infanzia», «mie vene» «miei morti», «mio destino», «mia origine») che si costruisce il conclusivo (e in parte beffardo) «amore come una garanzia delle specie». Non capirlo significa non aver capito la poesia: il che, per l’«esperto», ne converrete, non è un gran bene.

venerdì 27 maggio 2011

un po' di boccaccio

di lo Scorfano

Alla fine dell’interrogazione mi rendo conto che Marianna mi ha risposto molto bene su Boccaccio e assai peggio sugli altri autori. La differenza è netta e gliene chiedo ragione. Lei mi dice che Boccaccio le è piaciuto molto di più; io le chiedo perché. Lei esita. Poi con gli occhi che un po’ le si illuminano e il viso che arrossisce, mi dice: «Be’, insomma, mi piace che nelle novelle di Boccaccio ci sono tanti ragazzi che fanno l’amore, in tantissime novelle. Mi piace questa cosa, mi sembra così naturale. Perché sì, è vero, Beatrice e Laura sono una meraviglia, però, insomma, non ci sono mai, ecco, sono così lontane, irraggiungibili… Invece qui ci sono i ragazzi che fanno l’amore, questo mi piace». E mentre finisce di dirlo Marianna è tutta rossa per la vergogna. E io vorrei dirle che sì, è vero, è bello fare l’amore. Ma mi vergogno un po’ anch’io, e non dico niente. E, tra l’altro, mi sa che anch’io sono un po’ rosso in faccia e che a vederci da fuori faremmo proprio ridere. Ma più io che lei, naturalmente.

mercoledì 25 maggio 2011

il cuore di giovanni

Il cuore

                    però ci furono quelli
che ebbero per casa soltanto il cuore
sospeso tra abissi e buio - di una vita
tutta nell'invisibile - il cuore
che lentamente si crepava e null'altro.

Nella notte è morto Giovanni Giudici, uno dei più grandi poeti del secondo Novecento, autore di liriche splendide, tra cui il breve testo che avete appena letto. Aveva 86 anni, era nato a La Spezia ed è stato una delle figure intellettuali di più grande rilievo della sua generazione. Schiacciata tra le pagine di una sua indimenticabile raccolta di versi, io conservo da vent’anni una delle più belle lettere d’amore che abbia mai ricevuto: me la scrisse un mio amico, dopo un litigio, sul retro di una ricevuta di un grande albergo, regalandomi quel libro. Anche di questo debbo essere grato a Giovanni Giudici. Rip.

domenica 3 aprile 2011

erano

di lo Scorfano

Erano, voce del verbo essere, tempo imperfetto. Erano, e dunque non sono più. E come non sono più i capelli d’oro, a l’aura sparsi, allo stesso modo non sono più belli gli occhi, e non risuonano più le sue parole, e così il suo andare, di angelica forma, non è più altro che un camminare stanco, di donna terrena, di donna appassita come colui che la guardava e desiderava ed è appassito lui stesso, lungo il tempo del suo desiderarla.

Erano, quindi. Ed è tutta in questo verbo (cerco di dire questo ai miei ragazzi di terza) la differenza tra l’uomo che leggiamo adesso e quello che abbiamo letto qualche mese fa e che vi era molto piaciuto nelle sue parole nette e scolpite: Tanto gentile e tanto onesta pare. La differenza sta proprio tutta in questo tempo imperfetto, erano, in questo passato che improvvisamente, a tradimento, mette anche l’amore tra le cose che passano, che si sbriciolano scivolando via dal palmo della mano, e di sé non lasciano traccia. E l’uomo, che si chiama Francesco, le guarda scivolare e sa che non può farci nulla.

Erano, appunto: erano e basta, erano e non c’è nulla che li possa far tornare ad essere quello che erano e che non saranno mai più, i capelli d’oro.    

lunedì 21 febbraio 2011

fenomenologia minima di Roberto Vecchioni

di lo Scorfano
 
Di Roberto Vecchioni si dice che si ripete da almeno vent’anni; e che canta sempre la stessa canzone da almeno vent’anni; e che, alla fine dei conti, aveva già detto tutto quello che aveva da dire nei suoi primi vent’anni. Sono le opinioni dei suoi critici, alcuni molto esperti, altri improvvisati.

Io sarei anche d’accordo, lo ammetto. Anzi, mi viene da pensare che Vecchioni canti sempre la stessa canzone da praticamente 44 anni, dall’anno cioè in cui scrisse Luci a San Siro. E che tutto, dopo quella canzone, sia stato nient’altro che un insensato girare intorno a quel nucleo, un avvicinarsi e allontanarsi da quel centro che intendeva soltanto precisare e ripetere la stessa cosa, con lo stesso tono di voce, con la stessa passione un po’ stanca, sempre più stanca e meno efficace.

Vecchioni parla sempre dello stesso argomento, anche quando sembra voler parlare d’altro. Vecchioni ci dice che lui ha bisogno di essere amato; ma siccome conosce bene le letterature classiche e sa che cos’è un paradigma letterario, Vecchioni ci dice soprattutto che noi abbiamo bisogno di essere amati.        

mercoledì 2 febbraio 2011

in direzione ostinata e normale

di lo Scorfano
«Salve, prof.»
«Ciao, Giorgio.»
«Come va?»
«Come al solito. Otto di mattina, prima sigaretta, pronti a cominciare la lezione.»
«Spiega Leopardi anche oggi?»
«Sì, anche oggi.»
«Ah. Però, ogni tanto, potremmo fare qualcosa di diverso, no?»
«E che cosa?»
«Mah, non lo so, leggere qualcos’altro, di più attuale.»
«Guarda Giorgio, ti perdono solo perché siamo in corridoio e non in classe… Attuale in che senso, scusami? Non c’è niente di più attuale di Leopardi, guarda.»
«Sì, lo so che lei pensa così. Però, voglio dire, qualcosa di più vicino a noi, che tutti, anche gli altri miei compagni, possano sentire più immediato.»
«Parli per te o per i tuoi compagni?»
«Parlo per tutti, anche per loro.»
«Ma loro lo sanno?»
«No.»
«Ah ecco: quindi parli per te. Comunque, no. Non possiamo leggere qualcosa di più attuale. Perché non c’è niente di più attuale di Leopardi. Andiamo in classe, dai.»
«De André è più attuale.»