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domenica 23 marzo 2014

A vedere sempre le cose a peggio

del Disagiato




Magari in questi anni mi sono perso qualcosa per strada, ma la mia impressione è che in Italia – qualcuno dice che è la patria, o tra le patrie, del calcio – non c’è stato ancora un regista così abile da fare un bel film sul calcio, come negli Stati Uniti hanno fatto con il football o con il baseball. La colpa, forse, è del calcio stesso, uno sport che non riesce a farsi raccontare e descrivere dal cinema. O forse, più semplicemente, i registi italiani non sono ancora capaci a raccontare lo sport che la maggior parte degli italiani ama o subisce (ama e subisce). Mi sembra che un film quasi decente – secondo me una valida recensione, sul sito Ondacinema, è questa – sul rugby sia invece comparso. Si intitola Il terzo tempo e il regista è Enrico Maria Artale. Ripeto, non è un film splendido, o assolutamente da vedere, per il motivo che allo sport si intrecciano una storia d’amore (a mio parere un vizio del cinema italiano è quello di metterci sempre, ovunque, una storia d’amore) e una storia di riscatto, rendendo così il tutto a tratti dispersivo e “già visto e sentito”. Vale la pena di vederlo perché l’ingombrante sentimento dello stare tutti uniti, senza strappi, per arrivare al successo, e la retorica che sta attorno all'ottimismo obbligatorio e al terzo tempo rugbistico, e cioè quel tempo in cui i giocatori e i tifosi, insieme, dopo la gara, festeggiano non la vittoria della partita ma la partecipazione alla partita, vengono messi, anche se non duramente, in discussione. Durante la pausa l’allenatore chiede ai suoi giocatori cosa manca per riacciuffare il risultato, in quel momento disastroso, e c’è chi dice che mancano le palle, chi dice che manca la concentrazione, chi la testa e chi il cuore. E allora il protagonista, romanaccio, che da pochissimi giorni conosce e pratica il rugby, interviene: 
Io non ci ho mai creduto a questa stronzata del cuore. Io non ci ho mai creduto negli sfigati, non ho mai creduto che uno che è abituato a perdere un giorno alza la testa e vince, perché non ho mai creduto nei perdenti, nei falliti, nelle mezze pippe, come voi. Come noi. Quello che vi voglio dire è che a vedere sempre le cose a peggio, a pensarla sempre male ti senti più forte, perché ti aiuta, ti protegge. Però a volte ti puoi pure sbagliare e io oggi sono sicuro che mi sbaglio. 

 Ecco, a me sembra un discorso sensato, anche se, quasi sempre, secondo noi, non ci sbagliamo.

giovedì 20 marzo 2014

I miei libri

del Disagiato

Siccome bisognava riempire una biblioteca “povera”, il sindaco di Lampedusa meno di un anno fa fece un appello: Help, qui mancano libri. E la risposta non mancò, visto che a rispondere furono in moltissimi. A un certo punto, addirittura, a Lampedusa consigliarono di smetterla, che di volumi ne erano arrivati abbastanza. I più, sui giornali e in rete, sottolinearono la sensibilità dei lettori italiani, infelici di vedere un luogo senza biblioteca aggiornata e senza una libreria che fosse un punto di riferimento. A me venne invece da pensare che alla gente, ai lettori, importava così poco dei loro libri che stavano sugli scaffali o rinchiusi negli scatoloni in cantina, da arrivare a regalarli. Certo, per una giusta causa. Così come a me oggi poco importa della maggior parte dei libri che ho in casa. A volte, come fa l’investigatore privato Pepe Carvalho, tutta questa carta la brucerei. Ma non ho camino e fuoco da nutrire. Anni fa non comprendevo quel gesto da piromane – i libri sono sacri, i libri li bruciavano i fascisti, mi dicevo - oggi, invece, lo comprendo benissimo. 

Mi priverei di un’altissima percentuale di libri. La maggior parte di questi non ha avuto e non ha ancora oggi alcun valore: ciò significa che in vita mia ho perso tanto tempo anche con la lettura, perché mi sono fidato delle case editrici e perché ero ingenuo (ora, siccome non si migliora mai, lo sono verso altre questioni). Guardando la mia libreria comprendo anche che leggere mi è servito a poco e che leggere non ha contribuito in nessun modo a cambiare il mio e il vostro mondo. Continuo a essere infelice, come lo ero una volta, appassionatamente. Terrei con me i libri di Primo Levi, di Pier Paolo Pasolini, di Michel Houellebecq, di Giovanni Giudici, di Franco Fortini, di Italo Calvino e di pochi altri. Questi sono scrittori che, come si usa dire stupidamente, porterei su un’isola deserta. Scrittori che non mi hanno reso felice ma più infelice ancora. Ma infelice in maniera disciplinata. Scrivendo di Verga e di mastro don Gesualdo, David Herbert Lawrence disse: “Gesualdo è un uomo comune, dotato di energia eccezionale. Tale è, naturalmente, nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà”. Non sono siciliano ma ho il vizio (un vizio ostinato) di appropriarmi della condizione degli altri, anche se in nulla somigliano alla mia. “Ma egli è umano. E qui salta fuori la difficoltà”, ora scrivo, allargando a dismisura la questione, per fare un personalissimo punto della situazione. Si vive con difficoltà, quindi. Nonostante i libri letti che riempiono la stanza.

martedì 25 febbraio 2014

Ritornare

del Disagiato



Si parte per staccare la spina, per risposarsi e per vedere posti nuovi. I perché di un viaggio sono molti e non sto qua a rintracciarli tutti, visto che già ci ho provato parecchio tempo fa. Rimane che secondo me il movente più valido se ne sta nel pensiero di un certo T. Wilson: “C’è chi viaggia per conoscere persone nuove. Io viaggio per dimenticare quelle che già conosco”. Significa far perdere le tracce, dimenticare, scappare, andarsene. Con il viaggio ci illudiamo di ricominciare da capo la nostra esistenza, anche se per una sola settimana o per dieci giorni o per un mese, consapevoli del ritorno, e consapevoli dell’esistenza dell’ingranaggio indistruttibile che ci fa tanta paura. Però fingiamo che l'ora d’aria possa servire a ricapitolarci, nonostante tutto. E bene facciamo a fingere. 

Una settimana fa sono partito per una breve vacanza con le stesse intenzioni di sempre e con la solita frase di Wilson in testa: disperdersi e mettersi alle spalle le persone, senza alcuna voglia di conoscerne di nuove. Ieri sera sono ritornato, con città e mare e sole ancora negli occhi. Ho svuotato la valigia, ho sistemato su una mensola un paio di ricordi, ho appeso al muro una cartolina, ho riguardato con un po’ di nostalgia le fotografie che sempre mi daranno un poco di nostalgia. Ho guardato il mio appartamento e soprattutto ho fissato la libreria, i libri addormentati sulle mensole. E a quel punto ho cominciato a sentire un suono strano, un piccolo dolore in pancia. Ho pulito un paio di bicchieri che avevo lasciato sul lavello prima di partire, ho fatto una telefonata e ho scritto una mail, dimenticando per qualche minuto il suono e il dolore. Poi, forse non per sbaglio, ho riguardato i miei libri, che hanno fatto ritornare la strana tensione di prima, il suono e la fitta. Non solo i libri, ho guardato, ma anche la mia scrivania, il televisore, la poltrona e le altre cose che rendono lievi i miei giorni. Senza tutte queste cose, ho pensato, non potrei stare bene. E allora ieri sera, nel centro di casa mia, ho capito che lentamente, secondo dopo secondo, i miei libri, che tanto mi hanno dato, mi stavano riprendendo per la manica e si stavano rimpossessando di me. 

Qualche giorno fa ho visto in mare una piccola pianta che avvolgeva con le sue corte dita qualsiasi cosa la sfiorasse. Forse era il movimento dell’acqua a renderla vorace, non so dire, ma seppelliva le conchiglie e i sassolini che facevo cadere, dall'alto, in acqua. Ecco, ieri ho sentito che quella piccola e per niente pericolosa pianta non era solo in mare ma anche in casa mia, nelle mie poche stanze, sulle mensole, attaccata alle pareti, sul mobile, sulla scrivania, nella libreria. Gli oggetti, con un dolce ondeggiare, mi stavano prendendo. Le cose non mi appartengono, sono io che appartengo a loro. E per questo mi piace chiudere la porta di casa e partire senza voltarmi: per scappare dall'alga vorace e insidiosa senza la quale, normalmente, non potrei stare.

domenica 16 febbraio 2014

Fare teatro

del Disagiato



Attaccato alla bacheca che ho davanti alla mia scrivania ho riscoperto un foglietto, coperto da una cartolina e da un’altro foglietto, con scritto: …resta comunque il principio, classicamente inglese, che un portiere è costretto a volare, dunque a fare teatro, soltanto quando si trova mal piazzato. È questo un assioma del quale ci si dovrebbe ricordare sempre, dal momento che troppi se ne dimenticano spesso e volentieri. Non so più di chi sia la citazione. Ho ripensato a quante volte sono riuscito, in vita mia, a ricucire gli strappi (il più delle volte no); ho ripensato agli applausi emozionati che ho fatto a chi ha scavalcato, con non poche difficoltà, certi dolori, a chi ha rimediato ai propri errori, che potevano addirittura essergli fatali. La vita è fatta così, e siamo bravi se riusciamo a recuperare ciò che ci sembrava perduto, se siamo abili, mentre subiamo l'emorragia dei giorni, ad allontanare le emergenze, le crisi. Ci vuole saggezza e intelligenza, concentrazione e a volte delicatezza. Però meglio di noi, forse, è chi ha imparato a ben piazzarsi prima, o molto prima, degli eventi, anche se è vero che non tutto è prevedibile e calcolabile.


mercoledì 18 dicembre 2013

È quasi pronto il caffè

del Disagiato

Uno di miei momenti migliori della giornata è il mattino, quando mi sveglio. Faccio così: spengo la sveglia (anche se, lo ammetto, ultimamente non sempre programmo, di sera, una sveglia), rimango ad occhi aperti qualche secondo, mi alzo, metto la caffettiera sul fuoco (caffettiera preparata la sera prima), ritorno a letto, attendo il fischio della caffettiera, mi rialzo, spengo il fornello e poi verso il caffè in una tazza, che bevo in piedi, guardando fuori dalla finestra o camminando per casa. Da sempre mi piace fare questi gesti, accendere, attendere il rumore del caffè e rialzarmi. Non so se chiamarla felicità, ma comunque le si avvicina. 

Questa mattina, dopo aver bevuto il mio caffè, ho letto alcune righe di un bel libro di Clara Usón, "La figlia". Il brano racconta di un certo Veljko, che è stato in guerra e che dalla guerra è ritornato a dir poco frastornato: 
Veljko non si è rifatto una vita; non ha combinato niente di buono, gli è sembrata un’impresa impossibile e ancora oggi, quando sente il fischio della caffettiera che annuncia che il caffè sta uscendo, si mette a tremare e gli viene un attacco di tachicardia. “È lo stesso rumore che fa un proiettile quando sta per centrarti”, spiega, “questo è il suono della guerra”
Ecco. Ho letto queste parole dopo il mio personalissimo momento migliore della giornata, che gira intorno al fischio del caffè. Credetemi, non so spiegarvelo bene, ma un po’ mi sono sentito in colpa per tutti questi caffè, per la mia felicità mattutina. Oppure mi sono sentito come una persona che ha abbassato la guardia, che non ha tenuto conto di certe cose. Continuerò a vivere il momento del fischio della caffettiera come un bellissimo momento, ci mancherebbe, ma d’ora in poi, grazie al libro, lo farò considerando anche gli altri e lo farò con un po’ più di tormento, di ansia e consapevolezza: la mia felicità per tutti i Veljko del mondo significa infelicità. Utilizzerò questa consapevolezza non per essere meno felice ma, anzi, per esserlo di più.

mercoledì 4 dicembre 2013

Di là

del Disagiato

Sono andato a vedere se per caso sul sito di Sinistra Ecologia Libertà le riflessioni circa la cultura, l’editoria e i libri – argomenti che mi piacciono e che ritengo importanti per tutti noi - sono mutate rispetto a qualche mese fa. Non è cambiato niente, il programma è sempre lo stesso, il libro è ancora accostato alla parola libertà: 

Ispirandoci ad uno speciale esperimento avviato in alcune prigioni del Brasile dalla presidente Dilma Rousseff, proponiamo una legge che perfezioni l’equivalenza universale tra i libri e la libertà. La proposta consiste nel ridurre di quattro giorni la pena per ogni libro letto dai detenuti per un massimo di 48 ogni anno. Ogni detenuto potrà leggere un libro al mese di letteratura, filosofia o scienza e farne una relazione scritta per dimostrare di averlo compreso. In Italia sono allestite 153 biblioteche su 206 istituti di pena nei quali abitano 68mila detenuti. Sarebbe una straordinaria novità se, anche in Italia, l’opportunità di leggere si trasformasse in redenzione attraverso la lettura proprio come in Brasile. 


Queste righe, per come la vedo io, mi hanno sempre commosso per il loro candore e per la loro intatta ingenuità. Non riesco e non sono mai riuscito a vedere i libri come uno strumento forte per essere libero. I libri, semmai, mi hanno fatto il favore, senza indicarmi una comoda via di fuga, di dirmi che non sono libero, che sono come molti di voi uno dei raggi di una grande ruota. Leggendo so o penso di sapere come si muove il mondo, ma rimango vittima, nonostante tutto. Nessuna libertà, nessuna redenzione. 

In un film spagnolo che mi piace tanto, I lunedì al sole, c’è una scena in cui un gruppo di amici disoccupati riesce a vedere, grazie ad uno di loro, una partita di calcio allo stadio senza pagare il biglietto. Il posto però non è dei più comodi: è troppo in altro rispetto alla curva e alle tribune, e la visuale di una metà del campo è interrotta dal tetto. Tutti quanti riescono a vedere l’inizio un’azione ma mai la fine, mai il tiro che potrebbe portare la palla in rete. Ecco, per me quella scena vale tutto il film. Io mi sento come loro, in alto, scomodo, consapevole che mai vedrò il tiro o il pallonetto finale dell’attaccante. Solo la costruzione o una parte di una costruzione dell’azione. I libri non mi hanno reso libero, ma hanno contributo, tantissimo, a rendermi cosciente di questa scomodità davanti alla partita. E poi, ancora oggi, la letteratura fa un’altra cosa forse più importante: mi permette di immaginare cosa sta capitando di là, dove io non posso vedere.


lunedì 30 settembre 2013

La vita

del Disagiato



In questi giorni ho lavorato qualche ora nella libreria di un’amica. La libreria, aperta solo da qualche mese, si trova in un centro commerciale a due passi da casa mia. In chiusura, ieri sera – la mia ultima sera in quel negozio – ho fatto quello che più o meno tutti i giorni facevo in un’altra libreria di un altro centro commerciale: ho contato soldi, ho spento le luci, ho abbassato la saracinesca, ho fatto qualche passo indietro per vedere che tutto fosse a posto, ho camminato per un corridoio e infine, alle nove e due minuti, sono uscito dal centro commerciale. Fuori c’era il buio di fine settembre. Ma non solo il buio. C’era anche una leggera foschia che sembrava volesse anticipare, come un monito o un dispetto, la nebbia invernale. “La nebbia”, ho detto a bassa voce guardando le macchine degli altri commessi. E allora, in quel momento, mi sono spaventato. Irrigidito ho pensato a me che ritorno a lavorare in un centro commerciale, a me che ancora chiudo un negozio alle nove di sera e che ancora abbasso saracinesche e guardo che tutto sia a posto e che ancora, come già ho fatto per tanti anni, percorro un lungo corridoio e esco e vedo la sera tra i lampioni, commessi in fuga con la loro sigaretta e nebbia. “No, basta buio e basta nebbia”, ho detto ancora a bassa voce. 

Poi ho raggiunto la mia macchina. E proprio lì, prima di aprire la portiera e salire, è venuta a galla la parola “vita”: ma questa è la vita. La vita è, e sempre sarà una saracinesca da abbassare, un corridoio da percorrere, un’uscita oltre porte scorrevoli, un abbraccio umido e malinconico della nebbia di gennaio, o di febbraio. Sarà sempre così, è la vita. Oppure se non sarà nebbia sara qualcos'altro, ci saranno altre versioni, altre declinazioni della nebbia. Ma sarà sempre nebbia e corridoi, non si scappa. Sono salito in macchina, ho inserito la chiave, ho acceso il motore, ho guidato fino a casa, ascoltando musica, provando a cantare parole inglesi.

sabato 14 settembre 2013

I disoccupati

del Disagiato

Un paio di settimane fa sono andato all’ufficio di collocamento per denunciare che ho perso il lavoro e che ne cerco uno nuovo. “Vai prestissimo, che ci sarà un sacco di gente”, mi ha detto una collega che in quell’ufficio ci era stata pochi giorni prima, e così, seguendo il suo consiglio, mi sono alzato dal letto prestissimo e sono andato ad aggiungermi all’esercito di persone che se ne stavano lì ad aspettare di essere chiamate per compilare un foglio, per rispondere rapidamente a un paio di domande e per fare una firma. Come potete immaginare, eravamo esseri umani adulti con ancora il sonno negli occhi, fragili, precari, vulnerabili, un poco arrabbiati, pronti o costretti a reinventarci. Lì in fila, poi, osservavo che gli uomini e le donne che stavano con me ad attendere erano vestiti male. La maggior parte di loro indossava pantaloncini corti e ai piedi calzava infradito o ciabatte da mare, come quelle che io tengo solitamente in casa. Molti di loro avevano tatuaggi sul polpaccio o sulle braccia o sul collo. Quando qualche ora dopo ho raccontato questa cosa ad un amico, lui mi ha detto: “Dai, per favore, smettila di fare lo snob”. 

Ora, io non so esattamente cosa significhi fare lo snob ("chi ammira e imita ciecamente tutto ciò che è, o che crede sia, caratteristico dei ceti e degli ambienti più elevati", come dice il mio Zanichelli?), però vi assicuro che non volevo pensare cose “snob”. O almeno così mi pare. È solo che davanti all’ufficio di collocamento, alle otto di mattina, mi sentivo disperato, vulnerabile e fragile non perché la libreria per la quale ho lavorato per otto anni ha chiuso, non perché ho smesso di percepire uno stipendio, non tanto perché dovevo, e devo inventarmi un modo per pagare affitto, bollette e rate della macchina, ma mi sentivo in quel modo per tutte quelle persone tatuate e vestite male. Per la sciatteria. Guardandomi attorno ho pensato che se gli altri fossero stati più elegantemente disperati, più educati e seri nella loro precarietà o nella loro miseria, ecco, io in quel momento mi sarei sentito più fiducioso, meno triste e, appunto, meno precario e meno fragile. E per “eleganza” vi giuro che non intendo, come dice il mio vocabolario Zanichelli, “modo di vestire con gusto e raffinatezza”. Intendo dire…intendo dire…non lo so esattamente cosa intendo dire.

venerdì 9 agosto 2013

La fine

del Disagiato

Questo è uno di quei post che non avrei mai voluto scrivere o, magari, che avrei voluto scrivere tra qualche mese o addirittura qualche anno. Ma il momento è giunto e mi sembra buona cosa, per me, informavi di quello che mi sta capitando. Dunque, la libreria chiuderà più o meno tra un paio di settimane. Qualche giorno fa ho firmato un documento che potrei sintetizzare con questa frase: Dal ricevimento della presente Lei dovrà considerarsi in preavviso contrattuale, per una durata pari a giorni 30. Insomma, licenziato. Il titolare ha lottato - così dice lui e non vedo perché non dovrei credergli - ma non ce l’ha fatta a tenere in vita un negozio che “non funziona più come prima”, e per "prima" intendo fino a quattro o cinque anni fa, quando vendevamo libri senza sudare. Al posto di questa libreria, tra queste stesse mura, ci hanno assicurato che non aprirà un’altra libreria. Ovviamente sono dispiaciuto per me, che rimango senza una fonte di guadagno, ma sono anche dispiaciuto per il negozio. Agli amici, clienti, parenti e conoscenti in queste ore sto dicendo la stessa cosa: era come fosse mia. Le ho voluto tanto bene, alla libreria, come ancora voglio tanto bene a tutte le librerie e a tutti i librai. Mi permetto di dire una cosa un po’ antipatica e ingiusta, e cioè che voglio più bene a quei librai che utilizzano, chi più chi meno, il loro tempo prezioso per descrivere l'affondamento e per raccontare quello che capita e si prova tra i libri, tra i clienti e – dai, lo dico – tra le cose che contribuiscono a fare la cultura. Anche se non sempre mi sono trovato d'accordo, li ringrazio per avermi imprestato la loro bussola nei miei non rari momenti di smarrimento.

Perché una libreria di un centro commerciale della Lombardia chiude? Il titolare, che è un imprenditore, dopo aver fatto i suoi conti avrà pensato che non gli conviene andare avanti. Il gioco non vale la candela, come si suol dire. Bene, la domanda si fa ancora più interessante: perché questa libreria non guadagna più come prima? Ma anche: perché moltissime librerie italiane stanno chiudendo? Le librerie, come già sapete, chiudono perché i canali per acquistare i libri si sono moltiplicati. E poi ci sono i libri non cartacei. Non solo in Italia ci sono pochi lettori, ma i lettori cosiddetti forti oggi acquistano via web. E poi, come dimenticarlo, c’è la crisi. I clienti non spendono come quattro o cinque anni fa, appunto. Forse il paragone non è dei più azzeccati, ma mi sembra che la stessa cosa sia capitata ai negozi di dischi: la musica ora la si va a prendere da altre parti. Ripeto, ammetto che il paragone non è dei più azzeccati, ma i negozi di dischi sono morti più o meno per gli stessi motivi. E io sono stato uno tra i boia, come negarlo. I tempi, quindi, sono cambiati e la libreria e i librai non sono più così necessari. 

Poi è successo che i librai non sono più riusciti a fare i librai. L’ho scritto, magari male, in questi anni. Io ho fatto il commesso, non il libraio. In negozio dovevo (dovevamo) badare all’apparenza – che è importante, ci mancherebbe – e sempre meno alla sostanza. Il tempo per convincere i clienti che ci stavano abbandonando che mettersi le scarpe, fare dei chilometri, parcheggiare ed entrare in libreria sono un'alternativa al comodo acquisto via web, non l’ho avuto. Organizzare la massa di libri che arrivavano, e ancora arrivano, ogni giorno, mi ha impedito di essere non dico un buon libraio – che quello, magari (magari), lo sono stato – ma di essere un ottimo libraio. E i librai dovrebbero sempre essere ottimi librai. Ho fallito, e sarei bugiardo se vi dicessi che l’ho capito solo ora. La colpa, se posso parlare di colpa, è ovviamente mia, ma anche delle case editrici che ci hanno tolto, letteralmente, la lucidità per ragionare, per fare e dire cose giuste e sensate. La colpa è poi del mio titolare, che non ha mai dato importanza alla competenza (a cosa può mai servire quando i clienti ci sono ugualmente?) e di conseguenza in questi anni ha assunto, anche se non sempre, librai volenterosi ma incompetenti, a volte in maniera agghiacciante. E i librai, per far “funzionare” una libreria, dovrebbero essere sempre librai competenti. La mia impressione è che siamo stati viziati. Per troppo tempo abbiamo incassato tanto denaro senza impiegare alcuna saggezza. E ora eccoci qui. Ora eccomi qui senza un lavoro e, soprattutto, senza una libreria dove poter fare un mestiere che mi piace davvero tanto. Sono stati, professionalmente parlando, anni belli e non potete immaginare il piacere che ho avuto nel raccontarli.

lunedì 8 aprile 2013

Stasera

del Disagiato





Non ho trovato una fotografia in cui Cesare Pavese e Italo Calvino siano insieme, nella stessa inquadratura, ma i due sono stati amici, e questo lo possiamo affermare perché lo dice la loro biografia e perché, a parole, lo dice lo stesso Italo Calvino in una breve saggio-intervista del 1984 che s’intitola La mia città è New York: “In un primo momento, comunque, ero un provinciale; vivevo a Sanremo e non avevo una cultura letteraria, visto che ero studente in Agraria. Poi sono diventato amico di Pavese…”. Anzi, altrove ha detto che Pavese per lui oltre ad essere un amico era anche una guida, un maestro, un grande scrittore e lettore di riferimento: “Quando morì mi pareva che non sarei più stato buono a scrivere, senza il punto di riferimento di quel lettore ideale”. Infatti non appena il giovane Calvino scriveva qualcosa, andava dal suo amico per sentirsi dire se il racconto era bello oppure no. E per Pavese i racconti di Calvino erano belli. Poi, un giorno, Pavese gli dice: abbiamo capito che sei capace a scrivere racconti, ora è arrivato il momento di scrivere un romanzo. E Calvino, allora, scrive un romanzo sui partigiani che s’intitola Il sentiero dei nidi di ragno, che è un romanzo importante non tanto perché è il suo primo romanzo ma perché è una storia che potremmo dire realista o, meglio, neorealista. E cosa c’era di strano nello scrivere un libro neorealista in un periodo in cui il neorealismo lo "facevano" molti intellettuali? 

Adesso provo a spiegarlo, sperando di non andare fuori dai binari. I sentieri dei nidi di ragno, a guardar bene, non è un romanzo neorealista ma è un romanzo che prende molte altre direzioni, quasi fiabesche, come tutte le altre pagine di Calvino che verranno. I fatti vengono raccontati seguendo il punto di vista di un bambino (“Sono due razze speciali: quanto i tedeschi sono rossicci, carnosi e imberbi, tanto i fascisti sono neri, ossuti, con le facce bluastre e i baffi da topo”) e forse per questo la storia non ha proprio l'umore del neorealismo. Di questo romanzo non bisognerebbe dire che è un romanzo neorealista con un tocco fiabesco ma un romanzo fiabesco con un tocco neorealista e questo tocco esiste anche grazie a Pavese, che Calvino ammira come scrittore. Poi, ad essere precisi, ad influenzare il giovane Calvino fu anche Elio Vittorini, che insieme a Pavese portò un pezzo di letteratura americana in Italia. Ma questa è un’altra storia. Insomma, Calvino è talmente vicino a Pavese - che per lui rappresenta un certo modo di fare letteratura - che scrive un romanzo sui partigiani non secondo le sue regole, non con quelle correnti fantastiche che caratterizzano i racconti di quel periodo (Ultimo viene il corvo, 1949) e di altri periodi.

venerdì 15 marzo 2013

Cosa si diventa

del Disagiato


Qualche giorno fa tra me e una mia collega c’è stata un po’ di tensione. Farei prima a dirvi che abbiamo litigato, ma temo che questo non sia vero, visto che abbiamo soffocato sul nascere qualsiasi discussione e poi ci siamo messi dietro il nostro scudo, in silenzio, in attesa che capitasse qualcosa che andasse a peggiorare o migliorare i nostri stati d'animo. Questa tensione c’è ancora, l’ho notata anche ieri pomeriggio quando lei è entrata in negozio per incominciare il suo turno di lavoro senza rivolgermi una sola parola. Ciao, mi ha detto freddamente, e poi ha preso a fare quello che doveva fare. Io, ovviamente, mi sono comportato come si è comportata lei, l’ho salutata e poi ho continuato a sistemare i libri senza guardarla. Adesso però vi racconto cos’è successo l’altro giorno. Allora, la mia collega oltre ad essere molto più giovane di me è anche molto, ma molto, più euforica di me. Anzi, forse non è euforica ma un qualcosa di diverso. È una ragazza che parla tanto e quando le capita di ritrovarsi impantanata in lunghi momenti di silenzio, cerca di riempirli, questi momenti, con una battuta, con un aneddoto, con uno scherzo. E con me questi lunghi momenti di silenzio capitano spesso, un po’ per una mia tendenza a chiudermi davanti alle persone espansive e esageratamente ottimiste e un po’ perché effettivamente sono una persona che parla poco (o almeno così mi dicono). 

Insomma, l’altro giorno la mia collega mi ha fatto notare che quando lavora con me le sembra di lavorare con un estraneo e io, sia per difendermi sia per dichiarare il mio punto di vista, le ho caldamente consigliato di andare a vivere a Disneyland, nel mondo perfetto e colorato. E poi le ho anche detto che dovrebbe incominciare a crescere. Ecco, sì, le ho detto queste cose e lei, come già vi ho anticipato, si è offesa. 

lunedì 4 marzo 2013

La nostra giornata di caccia

del Disagiato

Il calendario geologico consiste nella relazione tra la vita sulla terra e un anno solare. È come lo conosciamo noi, e cioè fatto dai dodici mesi con i suoi giorni, però dentro ci sta la vita della terra, tutta quanta, dalle origini (quindi gennaio), e cioè 4.550.000.000 anni fa più o meno, fino ad oggi (quindi 31 dicembre), a questo momento in cui sto battendo tasti sulla tastiera del computer dopo la mia giornata di lavoro in libreria. Questo calendario serve per mettere in una dimensione più umana la storia del nostro pianeta, che una volta si pensava coincidesse con la storia degli esseri umani e che ora, invece, si sa non coincidere più. Tempo fa, infatti, la Bibbia diceva che insieme alla terra Dio aveva creato l’uomo, e così tutti quanti pensavano che prima dell’uomo, di Adamo ed Eva, non ci fosse storia, passato. Poi, grazie a quello che potremmo chiamare in maniera riduttiva “progresso”, alcuni scienziati del settecento hanno cominciato a sostenere senza timidezza che la terra c’era già prima dell’uomo: molto prima dell’uomo. Come facevano a sapere che il passato era molto più passato di quello che si ritenesse? Tramite lo studio dei fossili, ad esempio. Qualcuno, poi, verificò che dove il quel momento c’era la montagna moltissimo tempo prima invece c’era il mare. “Ma dai, come puoi sostenere questa cosa così assurda”, chiedeva la gente incredula, e un po’ rozza, allo scienziato. “E secondo te cosa ci fa una conchiglia sul cocuzzolo della montagna?”, rispondeva lo scienziato. 

Insomma, molto lentamente i mari si erano ritirati o spostati, e con l’avverbio lentamente dobbiamo pensare ad anni che corrispondono a cifre con molti zeri. Pian piano, litigando anche tra di loro, gli studiosi sono arrivati a stabilire che “l’aiuola che ci fa tanto feroci” ha circa 4.550.000. 000 anni e che in tutti questi anni sono accadute tantissime cose: si è formata la terra, poi l’ozono, l’ossigeno, l’atmosfera, hanno fatto la loro comparsa le piante, gli animali, i dinosauri, i mammiferi, la terra ha cominciato a muoversi, i mari a ritirarsi e a spostarsi (e le conchiglie sono rimaste lì, per noi, a raccontare il passato), i dinosauri sono scomparsi a causa dell’estinzione e poi, alla fine, sono arrivati gli ominidi, primo anello di una lunga catena che conduce a noi. Non vi sono venute le vertigini?

sabato 16 febbraio 2013

Il grande


del Disagiato

L’altra sera, come è accaduto soprattutto a molti appassionati di calcio, mi sono emozionato davanti a Roberto Baggio, che è sceso sul palco dell’Ariston. Mi sono emozionato quando l’ho sentito parlare della passione, della gioia, del coraggio e del successo e molto probabilmente devo aver stretto i pugni quando ha detto  “non credete a ciò che arriva senza sacrificio”. L'ho imparato anch'io: ciò che arriva senza sacrificio è un inganno, un qualcosa di effimero, caduco. Roberto Baggio è uno che ci piace, come ha detto Fazio nel presentarlo. Baggio è un simbolo di tante cose, molto probabilmente di quelle cose di cui, "senza arroganza", ha parlato lui rivolgendosi ai giovani. Sono stato un baggista, se mai esiste questo termine. Lui, per me, era il calcio. Il gol più bello, in assoluto, che abbia mai visto è quello che potete vedere qui sopra, e non tanto per la spettacolarità ma per come ha reso facile una cosa difficilissima. E Roberto Baggio era davvero bravo a fare le cose difficili, non scontate. Vorrei poi sottolineare che questo gol l’ha realizzato con la maglia della squadra della mia città, dopo un infortunio - l’ennesimo grave infortunio – che poteva porre fine alla sua carriere. Invece lui, grazie alla passione e al sacrificio, ha continuato a giocare e a fare bellissimi gol, tra i quali questo. Insomma, per me è stato un compagno di viaggio e non solo perché per tutti è stato, per circa vent'anni, uno dei migliori giocatori al mondo. Però.

Però Roberto Baggio è stato anche un vanitoso e un egocentrico. Se ha cambiato tante squadre non è perché non gli piaceva "mettere radici" o perché è importante "conoscere tante culture differenti", ma perché sapeva, detto terra terra, di dover stare in panchina, cosa che spesso tocca fare con sacrificio e umiltà, a volte come illogica conseguenza del sacrificio e dell'umiltà. Ma lui non ha mai tollerato la panchina e non ha mai sopportato di non rientrare negli schemi e nei progetti immediati di una squadra. Ricordo la sua faccia incredula quando Sacchi lo sostituì durante i mondiali del 1994. Ecco, quello è Roberto Baggio. Carlo Mazzone riuscì a portarlo a Brescia dicendogli: costruiremo una squadra attorno a te. E lui venne e fece cose che a Brescia non avevamo mai visto: perché una società calcistica costruiva partendo da lui, il grande giocatore che tanti tecnici non comprendevano o non volevano comprendere. Non so se il destino dei fantasisti, dei grandi giocatori, sia quello di dividere, di spaccare i ponti, però la mia impressione è che Roberto Baggio abbia frequentato il calcio da primadonna, per lunghi tratti del suo percorso, spesso facendo i capricci. Devo ammettere che a volte, da essere umano che l'ha spiato per vent'anni, mi sono ritrovato a imparare da lui più la vanità e l'arte della solitudine anziché la passione, la gioia, il coraggio e il sacrificio. E davvero non so se ringraziarlo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Al lavoro, in treno

del Disagiato

Ieri, dopo pranzo, per andare a lavorare, sono andato in garage, sono salito in macchina e, girata la chiave, il motore ha preso a tossire e a sussultare. Ho fatto passare un paio di minuti e poi ho riprovato ancora ad accendere. Ma niente. La macchina stava peggio di prima. Che fare? L’unica cosa da fare era prendere un treno che mi portasse a Brescia e poi da Brescia un autobus che mi portasse quasi davanti al centro commerciale. Così, di umore nero, mi sono incamminato verso la piccola stazione del mio paese, che non è poi così vicino a casa mia. Ho anche telefonato in negozio per avvertire che sarei arrivato in ritardo. “In ritardo di quanto?”, mi ha chiesto la mia collega. “Ancora non lo so, dipende dal treno”, ho risposto dispiaciuto e lei, dopo tre secondi tesi e silenziosi, mi ha detto “Vabbè, ti aspettiamo”. Vabbè, aspettatemi, ho pensato seccato. Una decina di minuti dopo, in stazione, ho guardato l’arrivo e la partenza del treno per la città: tredici e cinquanta. Visto che più o meno erano le tredici e trenta, avrei dovuto aspettare una ventina di minuti. Ho cavato dalla tasca il telefono, ho chiamato in negozio e alla mia collega ho detto che se tutto andava liscio sarei arrivato alle tre. Più o meno per le tre, minuto più, minuto meno. Che cosa ci potevo fare?


Una volta fatta la telefonata, sono entrato in una piccola sala d’aspetto, insieme a una signora e a un ragazzo, che se ne stavano lì seduti, muti. Io ho salutato, loro mi hanno risposto con un bel sorriso e poi mi  sono accomodato su una panchina, non tanto distante da loro. Siamo rimasti in silenzio ad ascoltare il rumore delle foglie trascinate dalle macchine che passavano sulla strada principale. 

domenica 1 luglio 2012

Le belle canzoni che ho smesso di ascoltare


del Disagiato

Qualche giorno fa, in libreria, ho capito una cosa davvero strana e questa cosa strana è che ci sono canzoni talmente belle, e ovviamente per me significative, da non riuscire più ad ascoltarle. Canzoni così perfette che diventano micidiali, impossibili da disinnescare. Stavo sistemando libri, quando alla radio hanno “lanciato” una canzone che mi ero completamente dimenticato quanto fosse, diciamo così, dolorosa. Di che canzone sto parlando? Beh, insomma, se ho capito bene arriva un momento in cui ci si dice che odiamo le classifiche ma che ora bisogna farne una. Magari a voi invece piacciono un sacco, le classifiche, e quindi questo momento non l’avete mai conosciuto. Ecco, magari per voi è così. Invece a me non sono mai piaciute o forse, lo ammetto, non sono mai stato capace di essere schematico e deciso e quindi di farne una. L’altro giorno, però, ho pensato di fare una classifica delle cinque canzoni perfette (cinque, non so bene perché) della mia vita e che per questo, e solo per questo, ho smesso di frequentare. Cattive compagnie, si dice. Ma niente classifica, non ne sono stato capace. Così ho fatto una lista che non contempla un vincitore. L’ultimo pezzo di questa lista potrebbe benissimo starsene al primo posto. Ho preso carta e penna e ho scritto il titolo di cinque canzoni che non ho più ascoltato perché troppo belle e dolorose e che ogni volta che le sento arrivare mi tappo le orecchie o, se posso, cambio stanza. Che poi, queste, secondo me, sono le cinque canzoni senza sbavatura, compatte. Perfette, appunto.

mercoledì 13 giugno 2012

Il cloruro d'ammonio

del Disagiato

Sono finite le scuole e in questi giorni, com’era prevedibile, stanno entrando in libreria mamme e ragazzi per chiedermi i romanzi classici da leggere durante i mesi estivi. Come tutti gli anni, le mamme (e non i ragazzi) si lamentano che i professori dovrebbero dare loro la libertà di scegliere quali libri mettersi davanti agli occhi. “Perché leggere questi mattoni?”, mi chiedono con un alone di fastidio nella voce. Ma secondo lei, mi chiedono ancora, mio figlio cosa può trovarci in un romanzo scritto due secoli fa? Questi, insomma, sono i toni. Ogni anno la stessa solfa. Primo Levi nel libro "Il sistema Periodico" (capitolo Cromo) racconta un aneddoto interessante. Un suo amico, il signor Bruni, andò a lavorare in una grande fabbrica dove lo stesso Levi, dieci anni prima, aveva imparato i rudimenti del mestiere verniciario. Al signor Bruni, responsabile del reparto Vernici Sintetiche, gli capitò per mano una formulazione di un’antiruggine ai cromati che conteneva un componente assurdo e cioè il cloruro d’ammonio, assai propenso a corrodere il ferro piuttosto che a preservarlo dalla ruggine. Ma com’è possibile, si chiese, accettare tale componente in una formulazione antiruggine? 

“Bruni chiese ai suoi superiori e ai vecchi del reparto, che sorpresi e scandalizzati”, racconta sempre Levi, “gli risposero che in quella formulazione quel sale c’era sempre stato, e che lui era un bel tipo, così giovane e inesperto, a criticare l’esperienza di fabbrica e a cercare rogne chiedendo il perché e il percome. Se il cloruro d’ammonio era in formula, era segno che serviva a qualcosa; a cosa servisse, nessuno sapeva più, ma si guardasse bene dal toglierlo, perché non si sa mai”. Primo Levi racconta che quel componente l’aveva aggiunto lui dieci anni prima, in quella stessa fabbrica, per evitare che alcune vernici si solidificassero. Era una ricetta tutta sua, raggiunta dopo alcune esperienze negative risolte soltanto grazie all’aiuto del cloruro d’ammonio. Solo lui, quindi, conosceva l’utilità di quel componente e solo lui sapeva perché quel componente doveva assolutamente rimanere lì in quella formulazione antiruggine. Fidatevi, sembra dirci Primo Levi. Fidatevi delle cose che vi sembrano imposte e inutili. Guai a togliere il cloruro d’ammonio.

lunedì 11 giugno 2012

Senza farmi sentire

del Disagiato

Un paio di settimane fa è morta la mia vicina di casa. Aveva settantadue anni e da tempo soffriva di un male che ha un nome che non ricordo più. Questione di cuore, comunque. L’altra sera parcheggio la macchina al solito posto, apro il cancello, percorro il vialetto, entro nel condominio e poi quello che vedo sono tre o quattro persone sconosciute con una faccia da funerale. “Madonna che facce da funerale”, ho pensato proprio in quel momento. E quando dopo sono salito al primo piano e ho visto un’altra mia vicina di casa piangere, ecco, il quel momento ho capito che era successo qualcosa di davvero brutto. Cosa è successo?, ho chiesto allarmato. E allora mi hanno raccontato che siccome la signora la sera prima si sentiva peggio del solito, era stata accompagnata dal marito all’ospedale, dove era rimasta per dei controlli. E poi all’ospedale, sotto gli occhi dei medici, è morta. 

Un paio di minuti dopo sono entrato in casa mia, ho chiuso la porta a chiave e poi me ne sono rimasto immobile, al buio, per un minuto buono. Non ricordo a cosa ho pensato, in quel minuto. Forse al fatto che prima ci siamo e poi non ci siamo più. Un paio di sere dopo mi sono fatto forza e sono andato a fare le condoglianze al marito. In occasioni come queste io vorrei mandare bigliettini. I bigliettini sono un’invenzione fantastica: si dice senza guardare in faccia. Volevo dirti che ti amo, ad esempio. Oppure: scusa per l’altra sera amico mio; guardi che facendo manovra le ho rigato la macchina; mi dispiace che sua moglie sia morta. Ma il fatto è che mi hanno insegnato questa sciocchezza dell’essere gentili, sensibili e umani e che certe cose bisogna dirle e non scriverle. Insomma, sono andato davanti alla porta del mio vicino di casa, ho suonato, lui ha aperto e guardandolo dritto nelle palle degli occhi gli ho detto: mi dispiace tantissimo per sua moglie.

venerdì 8 giugno 2012

Addio Bradbury


del Disagiato

Sarebbe una gioia appiccare il fuoco
Di notte sogno libri e vi posso assicurare che questo c’entra con la mia professione. Vendo libri, consiglio libri, sistemo libri, afferro libri, inscatolo libri e leggo i libri. Per forza di notte sogno i libri. Se nel sogno appare una vagina, beh, secondo me quella vagina simboleggia un libro. Non posso incolpare nessuno se questa ossessione mi perseguita anche di notte, anche perché in quel negozio, dove vado tutti i giorni, mi ci sono messo io da solo, qualche anno fa, per guadagnare soldi e potermi pagare libri da leggere. Poi con quei soldi ho cominciato anche a pagarmi pizze e affitti, ma questa è un’altra storia. Insomma, io i libri li ho sempre amati così tanto che ad un certo punto ho preso pure a venderli e a sistemarli. I libri servono per capire certi meccanismi, mi dicevo quando andavo a scuola. I libri ci rendono liberi. Che casa è una casa senza libri? Una società che non vuole i libri è una società autoritaria e fascista.

L’altro giorno è morto Ray Bradbury, lo scrittore che ha raccontato di una società in cui i libri erano vietati e bruciati. La televisione invece sì, era ammessa. Mentre leggevo Fahrenheit 451, tanto tempo fa, avevo continui orgasmi. Ero tutto eccitato da quella bella trama e da quel personaggio che a un certo punto scopre la bellezza dei libri. Solo i fascisti possono bruciare i libri, mi dicevo. E allora, ai tempi di quella lettura, mi sentivo come se ciò dovesse accadere. Anzi, mi sentivo come se questa cosa dei libri vietati stesse accadendo. Pensavo che la nostra società valorizzasse solo la televisione e non i libri e pensavo anche, detto un po’ rozzamente, che il mondo, tutto quanto, fosse organizzato male. Un po’ come nel romanzo di Bradbury, appunto. Poi ho smesso di studiare e ho incominciato a lavorare. A lavorare in una libreria, per di più.

sabato 19 maggio 2012

Che bello

del Disagiato

Vicino a casa a mia c’è una scuola elementare. Sta proprio in fondo alla strada e se esco in balcone, sporgendomi un pochino, posso anche vederla. Verso mezzogiorno e qualche minuto sento la campanella della scuola elementare che dice a tutti i bambini e a tutte le maestre che le lezioni sono finite. A volte non la sento, la campanella, ma a volte sì, e oltre al suono metallico e prolungato sento anche le urla di gioia dei bambini, il rumore delle sedie, dei piedi agitati e delle voci degli adulti. Io sono alla scrivania a scrivere o a leggere e poi, a un certo punto, suona la campanella. E allora mi blocco, alzo un pochino lo testa e ascolto le urla di tutti quei bambini contenti di andarsene a casa. 

Non serve neanche allungare l’orecchio, da quanto è forte la loro allegria. Non so perché ma solamente ieri, poco prima di pranzare, ho sentito i bambini dopo la campanella e mi sono detto una cosa semplice semplice: che bello. Tutto qua. Che bello avere una campanella che ti dice che è finita, che si può andare. Non fraintendete, non sto dicendo che è bello essere piccoli. Anzi. Anzi, a me sinceramente va bene essere adulto. Da piccoli si soffriva di più. Sto soltanto dicendo che è bello avere una campanella che stabilisce un prima e un dopo. E molto probabilmente il dopo è meglio del prima. Si sa che dopo ci saranno un parco, un pallone e altre declinazioni della tregua. Adesso, invece, è tutto un piano sequenza tremendo e faticoso.

domenica 13 maggio 2012

Essere un cattivo tifoso

del Disagiato

Anche il prossimo anno, salvo Santo che compare sulla traversa, il Brescia non giocherà in seria A. Peccato, davvero. Quest'anno sembrava una squadra morta in partenza ma poi, con alcune modifiche tattiche (e soprattutto con un nuovo allenatore), i giocatori hanno cominciato a buttare la palla in rete, a non prendere gol e quindi a scalare la classifica. Fino a qualche giorno fa non dico che avevamo la possibilità di andare nella massima serie ma avevamo la buonissima possibilità di giocare i play-off. Poi la squadra ha fatto ancora qualche passo falso e addio speranza, che si allontana sempre di più. Non sono né triste né amareggiato, tanta è l’abitudine di vedere la mia squadra perdere e rimanere lì, nella stessa posizione di sempre. Certo, ogni tanto si va in serie A ma poi quasi matematicamente si ritorna in B. E se si rimane in A non si vice niente o perché alla squadra manca qualcosa (vero, sempre) o perché gli arbitri si mettono contro di noi perché abbiamo una tifoseria particolarmente vivace (magari fosse vero) e perché abbiamo uno stadio vecchio e pericoloso (vero). 

Domanda: ora in che stato è la mia fede calcistica? È in buonissimo stato, per il semplice fatto che non me ne frega niente di quello che accade in campo. Rimarremo ancora in serie B? Ecchisenefrega. La mia passione calcistica ormai è un pugile messo all’angolo. Allo stadio ci andrò quando il Brescia comincerà ad essere una squadra più che decente e, come si suol dire, competitiva.