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giovedì 9 ottobre 2014

Farsi poesia

del Disagiato



Qualche giorno fa, subito dopo una partita, un giornalista ha chiesto all’allenatore della Roma Rudi Garcia cosa ne pensasse del nervosismo in campo e della brutta reazione di un suo giocatore (Manolas) a un fallo ricevuto (da Morata). E sul sito che riportava l’intervista ho letto la sua risposta: “Morata ha fatto un tackle pericolosissimo ma Manolas non deve fare la poesia di se stesso”. Ecco, io ho trovato questa risposta bellissima: fare poesia di se stesso. Il giocatore non solo non doveva farsi giustizia da solo ma, soprattutto, non doveva sentirsi così pieno di dignità e umanità e forse anche sentimento da arrivare a farsi giustizia da solo. Come a dire che la poesia, in fondo, è (ha) questa capacità di definire noi in mezzo alla burrasca; la possibilità di indicare l’accaduto, di dire come stiamo. Insomma, la risposta di Garcia mi è piaciuta così tanto che ieri me la sono riletta, scoprendo, con immensa delusione, che la vera risposta dell’allenatore invece è stata questa: “Morata ha fatto un tackle pericolosissimo ma Manolas non deve fare la polizia di se stesso”. 

E allora le cose stanno diversamente, con quel ben più prosaico ”polizia” al posto di “poesia”. Ma nonostante l’errore e la correzione (in questo caso di chi ha trascritto l’intervista, visto che google cache riporta ancora la parola “poesia”) continuo a voler pensare che “fare poesia di se stesso” sia una splendida espressione e metafora (anche se me la sono inventata) per dire…per dire che a volte la poesia - la poesia ombelicale e che non chiede nulla al lettore, la poesia fatta solo per dire che si scrivono poesie – rischia di diventare disperazione, orgoglio, vanità e altre cose che hanno a che fare con la rabbia muta o con lo sfogo o la vendetta. O con la volgarità.

venerdì 19 settembre 2014

Quale parola?

del Disagiato

...un altro tratto paradossale del nostro tempo: la parola circola ovunque rivelando il suo carattere inflazionato. Drammi privatissimi trovano posto nel circo dei talk show, una cattiva retorica pedagogica sostiene la necessità infinita del dialogo: si può dire e parlare di tutto senza alcun limite. Ma in questo carrozzone impazzito di una parola che circola tanto più velocemente quanto più appare svuotata di senso, viene meno una delle conseguenze decisive nella formazione dell'individuo. Viene meno la parola. Quale? Quella che stabilisce una relazione stretta tra il dire e le sue conseguenze. Le parole che diventano "solo parole" sono le parole che hanno perduto il nesso etico che le vincola alle loro conseguenze. È questo l'effetto principale del loro svuotamento narcisistico. La parola dovrebbe comportare sempre l'assunzione soggettiva delle sue conseguenze o, quantomeno, lo sforzo della loro assunzione. La parola non è mai solo una parola, perché plasma, genera la vita. ("L'ora di lezione" di Massimo Recalcati, Einaudi, 2014). 

Toccando il luogo comune, abbiamo ripetuto quasi d'istinto (e l'abbiamo sentito ripetere, non d'istinto ma con qualche calcolo, dalle commoventi pubblicità televisive) che "oggi si comunica di più" anche grazie alla telefonia mobile e anche grazie a internet, utilissimi strumenti che hanno abbattuto remore, timidezze e confini. E quante volte alla domanda "cosa studi?" ci hanno risposto "scienze della comunicazione" e poi, ancora, parlando di editoria abbiamo evidenziato la quantità di libri stampati e a proposito degli ebook la possibilità, per tutti, di pubblicare e dire senza mediatori e costi. Penso anche al consiglio in tono di rimprovero che certa psicologia (non solo spicciola) fa alle madri e ai padri: ogni giorno dovete trovare un momento di dialogo con i vostri figli, per non lasciarli soli. Insomma, a un certo punto, a me, è venuto da chiedermi: ma comunicare che? scienza di quale comunicazione? conoscere tante lingue straniere per dire in più lingue cosa? E forse anche queste domande sono mal poste.

Nel trito quotidiano (a volte siano stanchi e deboli e distratti e superficiali) mi dimentico di dare importanza a ciò che sto per dire, al come lo sto per dire, e non perché la lingua italiana è una religione o perché dobbiamo sottometterci gratuitamente alla grammatica o venerare le leggi e le logiche che la impastano ma, magari, per un altro motivo: perché gli altri (gli altri che spesso non sopportiamo) nonostante tutto sono importanti, ci sono vicinissimi, e noi verso gli altri abbiamo una non piccola responsabilità. Mi piace pensare che ogni mia parola inneschi qualcosa, che ogni sostantivo o aggettivo che scelgo di leggere in una pagina di un libro costruisca conseguenze. Forse (ma è solo una mia illusione) assumendoci la responsabilità della parola diventiamo più credibili o ordinati e quindi l'uno per l'altro meno insopportabili. Perché poi il problema, in fondo, sono proprio gli altri, da quando ci alziamo dal letto per andare a lavorare o anche solo per raggiungere un aereo che ci porterà via, lontano dal solito quartiere. Insomma, parlare bene e con cognizione dovrebbe servire non tanto ad amare di più gli altri ma semmai ad odiarli di meno. E questo, secondo me, sarebbe già un buon traguardo.

sabato 6 settembre 2014

Hai scritto un libro

del Disagiato

Provo ad immaginare il motivo, l'urgenza, che ci spinge a scrivere un libro: per migliorare il mondo, per spiegare alla gente che quello che conta non è il successo ma la serenità, non l'apparenza ma l'interiorità. Oppure: per togliere un peso o per sbrogliare un nodo che sta in noi, e ciò implica che non si vuole migliorare il mondo ma migliorare noi stessi. Ancora: si scrive per migliorare noi stessi per poi, di conseguenza, trovare il modo per migliorare il mondo. Vi immagino a pensare e a stendere vite e personaggi (se è un romanzo) o ad allineare idee, concetti, nozioni e sillogismi (se è un saggio) di sera, dopo cena, dopo una giornata di lavoro. Le ore buie ve le prendete per rendere chiaro quello che avete da dire, per raccontare direttamente o per vie traverse quello che vi è capitato dieci anni fa o ieri. Fate il punto della situazione, con il vostro libro, per saper affrontare tutti interi il domani, il dopodomani. Scrivete per dare trama a ciò che rischia di diventare, se già non lo è, caos. Date trama per fare ordine. Certo, il rischio è quello di raccontarsi una propria verità (ci si racconta sempre una propria verità) ma quando posate la penna e vi preparate ad indossare il pigiama, lo scrivere vi sembra uno dei modi più saggi e intelligenti per spiegare o solo raccontare. Voi non siete come gli altri. Sapete pensare, sapete parlare e sapete scrivere (vi dite questa verità più volte nell’arco di un anno) quindi perché non scrivere un libro? Perché non mettere su carta personaggi che vi circolano in testa da troppi anni? Tutto questo, ripeto, per migliorare voi e magari anche chi legge. 

Poi succede che vi pubblicano e che per la pubblicazione non avete dovuto spendere neppure un euro per il correttore di bozze e per la stampa. La vostra casa editrice non è una di quelle che vi frega, è seria e forse anche famosa, ha un suo progetto culturale. Ed è a questo punto, subito dopo la pubblicazione, che dovete pubblicizzare il vostro libro su facebook, sul vostro blog (vi ricordate quando eravate solo dei blogger sfigati?), su twitter e via dicendo. Partite col dire a tutti che avete scritto un libro. Poi dite a tutti, più volte nell’arco di un mese, di mettere un like sul profilo facebook del libro che avete impiegato mesi se non anni a pensare, scrivere, correggere e ricorreggere e ancora correggere. Poi citate emozionati l’amico che vi ha citati in un suo post sul suo blog (lui è ancora fermo ai blog). Poi pubblicate la recensione che un sito di letteratura ha scritto sul vostro libro o un pezzo davvero tosto che l’Espresso o Tv Sorrisi e Canzoni vi ha dedicato. Mettete link e cercate link da mettere. A forza di link e pubblicità il mondo che con il vostro libro per qualche ora era migliorato, anche solo un poco, sta ricominciando ad essere brutto. Poi incominciate a pubblicare i commenti intelligenti che i lettori hanno scritto su Ibs o Amazon o altrove. Ne andate fieri e anche questo lo dite a tutti. E il mondo che volevate migliorare intanto continua a peggiorare. Forse era meglio stare fermi, non scrivere nulla, uscire con il cane più spesso, al giardinetto, dove ci sono quelli che non scrivono libri. 

Poi, non sapendo più cosa dire, pubblicate i commenti agghiaccianti e sgrammaticati che i lettori del vostro libro hanno scritto su Ibs o Amazon o altrove, e ridete insieme ai vostri amici di quei lettori analfabeti. Ridete e parlate del vostro libro in continuazione per migliorare il mondo. La casa editrice vi scrive per dirvi che le vendite “sono soddisfacenti”, che del vostro romanzo o del vostro saggio se ne occuperà anche Panorama, il mese prossimo. Intanto, a forza di avere a che fare con la gente, voi state peggio di prima, siete talmente stanchi che non siete stanchi, e il mondo ora diventa lo specchio sporco di questa situazione. Forse era meglio non scrivere, vi dite ancora, di nascosto da voi stessi, in bagno, mentre vi lavate i denti tra un link e l’altro, tra un like e l'altro.

sabato 5 aprile 2014

Se stiamo fermi

del Disagiato

Pubblico una bella pagina di Leonardo Sciascia rubata a un suo breve saggio che si intitola L’”Omnibus” di Longanesi (in Fatti diversi di storia letteraria e civile). Perché ritagliarla e metterla qui? Forse per accarezzare una sorta di sotterranea invidia che a volte sale in superficie, che si fa sentire quando sento dire “parto”, “scappo”, “cambio vita e paese”, “vado a fare esperienza altrove”. Così avrei voluto dire e fare io, in passato, l’altro ieri, ieri. Ma ancora nutro la bella speranza di poterlo dire domani, dopodomani, anche se difficilmente, ma chissà, questo accadrà. Ho invidiato con rabbia – una rabbia mai cattiva, mi viene da dire – i “giovani Erasmus” che sono andati a studiare fuori dall’Italia per capire l’Italia o le cose d’Italia: perché anch’io avrei voluto cambiare, lasciare, “fare esperienza”, “allargare i miei orizzonti”, perché anch’io avrei voluto avere la possibilità di uno sguardo più ampio, a “360 gradi”. Ma contraddittoriamente non ho mai creduto – ancora per invidia, per rabbia, sicuramente – a questa cosa che più ci si muove e più si capisce, che più persone si incontrano più si è aperti, comprensibili, sensibili e intelligenti. Ho viaggiato, sì, ma più o meno i miei giudizi e le mie riflessioni sulle cose e sulle persone del mondo sono partite sempre dalla stessa postazione: da qui. Da qui però possiamo fare lo sforzo di chi si mette in punta di piedi per vedere cosa succede là in fondo, dove non abbiamo potuto, voluto andare, per pigrizia, per poco coraggio. E forse è questo sforzo, questa insoddisfazione, questo tentativo a volte utile a volte inutile, che ci mette alla pari con chi invece là ci è andato, con chi si è mosso. Se non alla pari, quasi. Anzi, a volte, a me, sembra di aver visto di più. Ma lo dico per invidia, per rabbia, sicuramente: 

Leo Longanesi (1905); Mario Soldati, Dino Buzzati, Enrico Morovich (1906); Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Guido Piovene (1907); Elio Vittorini, Mario La Cava, Cesare Pavese (1908). Scrittori tra loro diversi, di diversa estrazione, di diversa valenza: e uso l’espressione “diversa valenza” nel senso della diversa vocazione di ciascuno a combinarsi con le “occasioni” esistenziali, storiche, culturali; e insomma con i sentimenti, le ragioni e gli errori del tempo. Ma li si può raggruppare in una specie di pleiade generazionale per il fatto, che tutti li include, del guardare altrove: ad altri paesi, ad altre letterature; più o meno avvertitamente, più o meno coscientemente, sentendo il disagio, l’angustia, la remora della condizione italiana; e cioè di quella provincialità endemica che il fascismo potenziava ed esaltava.  
E qui bisogna intendersi, anche se siamo nell’ovvio: provincialismo non è il vivere in provincia e il fare della provincia oggetto di rappresentazione, il vivere quella vita, il conoscerla e il rappresentarla: provincialismo è il serrarsi nella provincia con appagamento, con soddisfazione, considerandone inamovibili e impareggiabili i modi di essere, le regole, i comportamenti; e senza mai guardare a quel che fuori della provincia accade, senza riceverne avvertimenti, stimoli, provocazioni al pensare feconde, alla visione della realtà fermentanti. A Roma, a Milano, a Parigi, e scrivendone, e tentando di darne rappresentazione, si può essere tanto provinciali che in un paese della Sardegna, della Sicilia, del Friuli. Ora quel che il fascismo esaltava, dicendosene figlio di vigorosa salute, era un provincialismo appunto in sé appagato, in sé soddisfatto, che nulla vedesse e ascoltasse di quel che nella stessa provincia e nel mondo insorgeva a contraddirlo. E di ciò gli scrittori che abbiamo nominato, che ne avessero chiara o confusa coscienza, che si sentissero tout court fascisti o fascisti di un certo fascismo o nettamente antifascisti, sentivano l’angustia e aspiravano alla trasgressione.

martedì 1 aprile 2014

Tutti

del Disagiato



Quella che vedete sopra è la nuova pubblicità del marchio Tezenis, che vende intimo femminile in mezzo mondo. Ho voluto metterla qui e condividerla con voi perché il suo motto – sottolineato senza mezzi termini da queste ragazze in mutande e reggiseno - ha molto a che fare con i libri e con le librerie: sotto sotto ogni ragazza è una pop star. Le case editrici in questi ultimi dieci anni hanno adottato politiche molto discutibili e così i librai, i titolari delle librerie e chi, bene o male, ha avuto la possibilità e la capacità di fare o rappresentare la cultura italiana, per mezzo dei libri stessi o della televisione. Abbiamo sbagliato in tanti, e tanto. Se i lettori diminuiscono e le librerie chiudono non significa che siamo dentro a un disastro, ma che siamo davanti alla prima o seconda pedina del domino che farà cadere tutte le altre, a catena. Rimango del parere, parere che si sta facendo convinzione, che chi oggi si sta preoccupando per il destino delle librerie e della letteratura (spesso, ma non sempre, queste due cose vanno assieme) ha un nemico molto più spietato degli errori che i librai e le case editrici hanno commesso fino ad oggi. Non è Tezenis, il nemico, ma la diversità sempre più impressionante tra quello che noi, ansiosi e preoccupati, vogliamo e quello che vuole la maggior parte della gente; tra quello che accade e si propone in libreria e quello che accade e si propone di fuori, nel mondo.

Lo so, le pubblicità adatte alle ragazze e ai ragazzi sono sempre esistite, però mi sembra (e aspetto di venir smentito) che mai come oggi siano state così pressanti, diffuse o addirittura ubique le tecniche per far sì che sotto sotto ogni ragazza possa essere una pop star. Tutte le ragazze possono sognare, in un sogno ben alimentato quotidianamente, di diventare come queste, dello spot: belle, energiche, divertenti e divertite. Naturalmente non è così. Abbracciata acriticamente questa convinzione indotta, a un certo punto della vita sbatteranno contro il muro, violentemente, senza alcun riparo. La verità è l’opposto di quanto dice Tezenis: la verità è che sotto sotto tutte le ragazze stanno escogitando un modo per non diventare come le loro mamme e i ragazzi come i loro padri. Ma la realtà è lì che li aspetta. Noiosamente mi faccio la stessa domanda di sempre: in un mondo così, quale spazio dare ai libri? Quale e quanto spazio dare a una libreria? Provo a rispondere: nessuno. Non è tutta colpa delle scelte fatte da chi fa e vende libri, questo volevo sottolineare. La realtà è più dura ancora, e il nemico molto più forte, per chi ama l’odore della carta e le belle parole. A Brescia, e nei centri commerciali di Brescia, i negozi Tezenis sono pieni, le libreria sono vuote: perché i librai, le librerie, i libri e quindi la letteratura, non promettono alcuna speranza, un certo tipo di gioia o modo di essere. Non promettono nulla di interessante e, soprattutto, di immediato. 

giovedì 27 marzo 2014

Dimenticarsi

del Disagiato


In rete, e in passato anche su questo blog, ho scoperto con molto piacere - e lo dico distante da qualsiasi ironia, ironia che rischierebbe di rendere poco credibile e seria questa riflessione – che c’è più gente con una fortissima passione per la scrittura che per la lettura. Questa passione va, a parer mio, rispettata, perché è anche grazie al mio e al nostro rispetto che chi ha passione riesce ad andare avanti, a non mollare, a inseguire i propri sogni. Il sogno di cui parlo – e continuo a fare riferimento a quello che leggo sul web e a quello che sento dire da conoscenti e amici – è quello di scrivere e pubblicare un libro. Sono contento che esista la passione e che ci sia qualcuno disposto (d’altronde è la sua vocazione) a difenderla con tutte le armi che ha a disposizione, poco o tanto micidiali che siano. Mi sono però accorto di una cosa e cioè che spesso chi ha passione e chi vuole inseguire il proprio sogno finisce per diventare una persona ottusa, ostinata, lanciando la propria vita verso lo smarrimento, con tanto di rincorsa.

La mia impressione è che la passione e la troppa fedeltà ai propri propositi portino alla cecità e alla nevrosi. I sogni non trasformano un brutto libro (la maggior parte dei libri di chi mi dice di voler diventare scrittore è, secondo me, mediocre) in un bel libro. I libri continuano a essere illeggibili, nonostante l’autore nella vita abbia un sogno, nonostante nella vita non sappia fare altro, non voglia fare altro. A un certo punto le energie impiegate, il più delle volte inutilmente, per raggiungere la metà dovrebbero portare un po’ di stanchezza, un po' di silenzio, un po’ di voglia di fare altro. Anche solo per una breve pausa. Un mattino, secondo me, dovremmo alzarci dal letto senza le nostre passioni e i nostri maledetti sogni, non per indifferenza ma per troppa passione. Mollare quello che sempre abbiamo voluto fare, o dire, per troppo sentimento, per ingovernabile amore. Forse, questa è la vera passione: talmente tanta da non saperla più dire, da non volerla rendere pubblica. Solo per noi, mentre facciamo altro.

domenica 16 febbraio 2014

Fare teatro

del Disagiato



Attaccato alla bacheca che ho davanti alla mia scrivania ho riscoperto un foglietto, coperto da una cartolina e da un’altro foglietto, con scritto: …resta comunque il principio, classicamente inglese, che un portiere è costretto a volare, dunque a fare teatro, soltanto quando si trova mal piazzato. È questo un assioma del quale ci si dovrebbe ricordare sempre, dal momento che troppi se ne dimenticano spesso e volentieri. Non so più di chi sia la citazione. Ho ripensato a quante volte sono riuscito, in vita mia, a ricucire gli strappi (il più delle volte no); ho ripensato agli applausi emozionati che ho fatto a chi ha scavalcato, con non poche difficoltà, certi dolori, a chi ha rimediato ai propri errori, che potevano addirittura essergli fatali. La vita è fatta così, e siamo bravi se riusciamo a recuperare ciò che ci sembrava perduto, se siamo abili, mentre subiamo l'emorragia dei giorni, ad allontanare le emergenze, le crisi. Ci vuole saggezza e intelligenza, concentrazione e a volte delicatezza. Però meglio di noi, forse, è chi ha imparato a ben piazzarsi prima, o molto prima, degli eventi, anche se è vero che non tutto è prevedibile e calcolabile.


martedì 11 febbraio 2014

La banalità degli esseri umani

del Disagiato

Volevo segnalarvi un brano di un articolo di Mario Sconcerti pubblicato lunedì sul Corriere della Sera. Come in quasi tutti i suoi libri e articoli si parla di calcio, ma, come già ho scritto in passato, non solo di questo. Tanto tempo fa dissi a una amico che il cinema mi piaceva ma che purtroppo non amavo molto, come li amava lui, i film di guerra. Lui allora mi consigliò di guardare "La sottile linea rossa" e "Full Metal Jacket" (e altri ancora) perché quelli non erano film di guerra ma film su esseri umani che facevano la guerra o pensavano alla guerra. La carneficina e le logiche militari in quelle pellicole erano ridotti a contesti, stavano sullo sfondo. E quei film li apprezzai tantissimo, in effetti (non amavo i gialli e i polizieschi, ma dopo aver visto "Heat - La sfida" o "L’ultima missione" i miei gusti hanno conosciuto qualche modifica). Questo per dirvi che Mario Sconcerti scrive non di calcio ma di esseri umani che fanno e pensano calcio, rintracciando difetti e virtù, parlando certamente di noi. Noi, che magari non siamo tifosi, appassionati, giocatori o allenatori. In un libro di Gianni Brera che si intitola "Il mestiere del calcio", la prefazione incomincia così: Veniamo subito al dunque: Gianni Brera è ancora attuale nel calcio stramilionario e frenetico d’oggi oppure è archeologia pallonara? Se lo chiedono soprattutto i più giovani pensando a noi senzabrera come inguaribili nostalgici di un calcio che fu. Balle! L’uomo che ha inventato la letteratura sportiva è più che mai attuale perché lo è il suo modo di intendere il calcio, di descriverlo valorizzando la tecnica e il gesto atletico, dando alle cronache sportive una dignità che prima non avevano... A me sembra invece che Brera è ancora attuale per un altro motivo, e cioè perché scriveva non di calcio e ciclismo (non solo) in un certo modo, ma perché scriveva di esseri umani come noi (con tanti limiti, follie, difetti e malinconie come noi) che praticavano il ciclismo o altri sport. Così fa Mario Sconcerti (forse anche di più), che secondo me è uno scrittore straordinario. 

Ecco il brano, sulla Juventus e il suo allenatore, dopo un 2 a 2 con il Verona: 

Nelle ultime cinque partita ne ha subiti 7, nelle precedenti nove uno appena. C’è qualcosa che ha smesso di essere un meccanismo esatto, ma non è chiaro cosa. Conte parla di mancanza di umiltà. Mi sembra troppo grave. Fosse vero significherebbe un cambio psicologico di troppi gradi, non si passa in un giorno dall’umiltà alla presunzione, succede qualcosa nel mezzo che determina. Mi sembra anche una malattia troppo facile da raccontare. Elimina gli squilibri tecnici e la forza degli avversari. È in sostanza una diagnosi presuntuosa proprio quella che denuncia la mancanza di umiltà. Forse Conte dovrebbe esaminare anche se stesso nella cifra del conto. Essere nettamente primi e negarsi il silenzio stampa la domenica solo se si è sotto contratto, cioè solo se girano soldi, è professione d’insofferenza, non di umiltà. La stessa che si rimprovera alla squadra. Se chiudi tutto in una torre d’avorio, evitando a te e agli altri la banalità degli esseri umani, non puoi meravigliarti se i tuoi giocatori alla fine credono davvero di essere avorio (…)

venerdì 13 dicembre 2013

Noi

del Disagiato


Ieri sera ho visto un film di Werner Herzog, Cave of forgotten dreams, che è poco più di un bel documentario sulla grotta Chauvet, scoperta nel 1994 nella Francia sudorientale dallo speleologo Jean Marie Chauvet, e sulle sue bellissime pitture e incisioni (circa 500) risalenti più o meno a trentaduemila anni fa. All’interno della grotta non ci sono solo disegni di animali, ma anche impronte umane, ossa di esseri viventi poi scomparsi dalla faccia della terra e quello che pare essere un altare, per chissà quale rito religioso. Uno dei tanti archeologi interpellati dice al regista che loro, gli studiosi, stanno lavorando per sviluppare una nuova comprensione della grotta, usando la precisione, i metodi scientifici, anche se questo non è lo scopo principale: lo scopo principale è quello di creare storie per narrare ciò che succedeva dentro la grotta, in passato. Allora Herzog continua così: “È come creare l’elenco telefonico di Manhattan, quattro milioni di voci. Ma sognano? Piangono la notte? Quali sono le loro speranze, le loro famiglie? Non lo sapremo mai guardando l’elenco telefonico”. E ascoltando questo breve dialogo tra il regista e l’archeologo ho pensato al grande sforzo che noi tutti dobbiamo fare, se lo vogliamo fare, per dare direzione, senso e vita agli scontri, alle cose e persone che vediamo ogni giorno nelle nostre stanze, chiusi soli nelle nostre macchine per strada, oppure in ufficio, al supermercato, in palestra.

martedì 10 dicembre 2013

I risultati

del Disagiato

Domenica sera Fabio Fazio ha chiesto al motociclista Jorge Lorenzo da cosa si capisce se uno è un grande pilota. Lorenzo ha dato questa risposta: dai risultati. Fazio, che si aspettava parole più profonde, a questo punto ha riso e poi ha detto: “i risultati dopo, ma prima?”. Ma prima, da cosa possiamo vedere se uno è un grande pilota? E allora Lorenzo ha detto: dal tempo per giro. Fazio domenica sera non ha preso in considerazione neppure questa risposta e ha dato un’altra possibilità a Lorenzo che, un pochino impacciato, si è inventato qualcosa, tipo che un pilota lo si vede dalla sua tecnica buona che potrà migliorare in futuro e via dicendo. Insomma, la domanda non ha avuto la risposta che si meritava il programma. Qualche settimana fa, quando Agassi ha detto, sempre in quello studio televisivo, che “noi mangiamo quello che uccidiamo”, Fazio stava svenendo per quella bellissima frase e io, a casa, mi sono emozionato tantissimo: perché con “noi mangiamo quello che uccidiamo” il tennista intendeva dire che il suo successo e la sua ricchezza (i nostri successi e le nostre ricchezze) sono arrivati dopo aver fatto del male a se stesso e agli altri. Come cacciatori, come predatori, noi, uomini di questo mondo, mangiamo quello che uccidiamo: frase apocalittica, profonda, metaforica. Dire invece che un pilota lo si giudica dalle sue vittorie non è metafora di niente. Vorrebbe dire che un giocatore lo si giudica dai particolari e non dalla fantasia, dal coraggio e dall’altruismo. Sarebbe come ammettere che se io nella vita ho concluso poco (disoccupato, non ricco e sconosciuto), forse è colpa mia. Sarebbe come ammettere che se il mio amico, dopo anni di creatività ed emozioni, suona ancora nei localini tristi di periferia, forse è perché le sue canzoni non sono proprio il massimo; se il mio amico ristoratore fatica ad arrivare a fine mese, forse c’è qualcosa che non funziona in cucina o nella sua gestione o in chissà cos'altro. Ma noi preferiamo pensare che la colpa è degli altri, sempre, che la spiegazione delle nostre vite non può essere così semplice e che, quindi, un pilota non lo si deve giudicare dai risultati o dai tempi. Preferiamo cercare, come ha fatto per noi Fabio Fazio, una risposta metaforica, una frase profonda che ci scagioni, che ci assolva.

venerdì 11 ottobre 2013

Si salvi chi può

del  Disagiato

Poco fa ho visto un film che parla delle Alpi e di chi le Alpi le frequenta o le abita. S’intitola Peak - Un mondo al limite e il limite (se ho capito bene, naturalmente) sta per quella linea rossa che l’essere umano rischia di oltrepassare o che probabilmente ha già oltrepassato: sfruttamento del suolo per costruire piste da sci oppure complessi e costosissimi impianti per distribuire neve artificiale là dove prima del cambiamento climatico c’era neve vera, autentica. Oltre alla narrazione per mezzo delle immagini (bellissime immagini), in questo film succede una cosa che potrebbe benissimo essere una metafora: nessuno è mai contento. Chi lavora sulle piste sciistiche si lamenta che gli inverni non sono più rigidi come una volta e che i ghiacciai si stanno ritirando: dove andremo a finire di questo passo? Chi deve fare il latte o il burro spera invece che l’inverno che deve arrivare non sia rigido e nevoso come l’anno precedente, altrimenti addio burro e formaggio. C’è anche un signore che gestisce un impianto sciistico che cerca di placare gli animi: i dati che riguardano il repentino cambiamento climatico sono esageratamente allarmati. Lo so che bisognerebbe parlare di un film quando la temperatura emotiva (alta o bassa che sia, non molto alta in questo caso) è scesa o si è assestata, ma non ho voluto aspettare a dire quello che mi è rimasto oltre i titoli di coda: nessuno è contento e forse, come dicevo prima, la montagna e gli esseri umani che la vivono raccontano e descrivono la pianura e gli esseri umani che la vivono.

Una signora anziana seduta nella sua cucina chiude il film con un discorso che non ho capito bene cosa c’entri con la montagna, il formaggio, le piste sciistiche e il cambiamento climatico. Dice così: “…hanno fatto tante invenzioni, tante sono arrivate a tanto, e tante hanno distrutto. E le cose più belle le hanno distrutte, perché l’amore non c’è più, e neanche il dolore c’è più. Si salvi chi può”. Cosa c’entrano l’amore e il dolore con tutto questo?

lunedì 19 agosto 2013

Stare insieme

del Disagiato

La settimana scorsa mi è capitato di stare tre giorni da solo, senza vedere amici e parenti. Di mattina leggevo un libro, di pomeriggio andavo in libreria a fare il mio mestiere (e lì, sì, qualcuno vedevo, ma si trattava di lavoro) e poi, di sera, me ne tornavo a casa, ancora a leggere un libro o a guardare un film. Ecco, questo l’ho fatto per tre giorni consecutivi. Ho ricevuto e fatto qualche telefonata, ho scritto un paio di mail, ho detto mezze parole d’occasione ai miei vicini, ma per il resto, come vi ho già detto, me ne sono stato da solo, senza ospitare in casa amici o uscire con qualcuno anche solo per fare due passi. Come potete immaginare, non sono stati giorni interessanti ed eccitanti. Sono giorni che già tra un mese dimenticherò, ne sono sicuro. Vi devo confessare, però, che stavo bene; che, se mi passate l’espressione, mi sentivo in armonia con me stesso e la vita. Ero sereno, insomma. I miei pensieri in quei tre giorni erano pacati e lucidi. Mi ricordo che ad un certo punto ho fatto anche un pensiero molto profondo ed intelligente, che a me, credetemi, di pensieri profondi e intelligenti non capita spesso di farli. Prima di andare a letto, uscivo in balcone e guardavo le stelle in cielo, che erano bellissime. Poi, dopo un profondo e saggio sospiro, me ne andavo a letto, sereno, in pace, pronto al sonno dell’innocente. 

Tre giorni di questo genere ti fanno sentire anche un uomo solo, però. E infatti il quarto giorno due amici mi hanno chiesto se ero libero e se mi andava di fare qualcosa. “Certo che mi va”, ho detto felice di sentire i miei due amici di sempre. “Prendete tre birre e venite da me”. E allora, di sera, i miei amici si sono presentati a casa mia con tre lattine. Non che non li vedessi da tanto tempo (abitiamo vicini e li vedo più o meno tutte le settimane) ma quel giorno avevo voglia di stare con loro, di aggiornarli su alcune faccende, di giocare qualche partita con la Playstation e di fare quello che fanno tre amici che si conoscono da vent’anni. Abbiamo fatto dell’ironia sulla situazione politica italiana, abbiamo parlato del nuovo fidanzato di Elisabetta Canalis, di calcio, di film, di donne e di alcuni nostri conoscenti che non vediamo da un pezzo. Siamo stati bene, come sempre. A un certo punto, davanti ai miei amici, ho detto anche una volgarità e loro due, con me, sono scoppiati a ridere. E allora abbiamo detto altre volgarità, ridendo e sbagliando congiuntivi. A fine serata, quando gli amici se ne sono tornati a casa, io mi sentivo meno solo, più felice ma anche un po’ scemo. Non percepivo più quell’”armonia con me stesso e la vita” di cui vi parlavo prima. Avevo smesso di fare pensieri lucidi ed equilibrati. Non mi sentivo nemmeno più calmo. Prima di andare a letto mi sono addirittura dimenticato di guardare le bellissime stelle in cielo e di fare il sospiro da uomo saggio. 

Ecco, adesso, mentre scrivo, penso che i miei genitori, quando ero piccolo, non dovevano dirmi “stai attento alle cattive compagnie” ma “stai attento alle compagnie”. Loro, questo, giustamente non l’hanno fatto, perché erano genitori e non terroristi. Bene così, quindi. Però, adesso che sono diventato grande, penso che frequentare gente (anche se in gamba e intelligente come i miei due cari amici) peggiora un pochino le persone. Si diventa un po’ scemi. E non è detto che sia un male, sia chiaro. Ora che la libreria sta affondando, sto facendo pensieri strani. Ad esempio, mi chiedo come staremmo se tutti i lettori d’Italia decidessero di non frequentare le fiere dei libri o i vari festival della letteratura. Mi chiedo se anche in quelle occasioni, tutta quella gente insieme non diventa un po’ più stupida e meno lucida, come capita a me (e non è detto che capiti anche a voi, ci mancherebbe) quando vedo i miei amici. Insomma, mi chiedo come starebbero la nostra cultura e la nostra editoria se quelli che si definiscono buoni lettori non si frequentassero più, e decidessero di leggere libri e basta, a casa loro. Come staremmo se la smettessimo di comunicare, di confrontarci e di scambiarci idee durante le belle e pregevoli manifestazioni culturali.

giovedì 11 luglio 2013

Provvedimenti

del Disagiato

Allora, un paio di mattine fa suona il campanello di casa mia. Vado ad aprire e alla porta c’è un mio vicino di casa, cioè un signore che abita sotto di me, al primo piano. La sua faccia è abbastanza arrabbiata e in mano tiene una scopa. Vieni con me, mi dice, devo farti vedere una cosa. Io lo seguo giù da basso, standogli dietro, chiedendomi cosa mai ci sarà di così importante da farmi vedere. E di così importante da vedere è terra sparsa per tutto il suo pianerottolo. La terra arriva da un vaso gigante che contiene la base di una pianta – una bellissima pianta, a dirla tutta – adesso quasi rovesciata. “Il tuo gatto”, mi dice lui laconico. E l’unica cosa che riesco a rispondere davanti a tutta quella terra e alla bella pianta agonizzante è: porca puttana. Nient’altro. “Non se ne può più”, continua lui  lavorando di scopa . “Non è la prima volta che il tuo gatto fa questo bel casino. Vedi di prendere provvedimenti”. Io sono davvero dispiaciuto e, balbettando qualche parola, cerco di spiegarglielo. Gli dico che per me è una bella sorpresa e che non sapevo niente di questa cosa. Ma stavo mentendo. Sospettavo, invece. Un paio di mesi fa sono uscito di casa e quando sono arrivato al primo piano ho trovato terra e petali sul pavimento. Il gatto, ho pensato quella volta, e allora sono salito, ho preso la scopa e la paletta, sono ridisceso, ho raccolto le prove del delitto, ho raddrizzato la pianta, sono risalito e ho buttato via tutto. Insomma, sapevo che il gatto aveva già fatto una cosa del genere, mesi prima.

Ma lì, con il mio vicino di casa nervoso, ho finto stupore e dispiacere. “Vedi di prendere provvedimenti, che qui non vivi solo tu”, chiude. E quest’ultima frase, questo “qui non vivi solo tu” mi offende un po’. Anzi, mi offende tanto. Mi ha fatto passare dal torto alla ragione.”Vedrò di sopprimere il gatto”, gli rispondo. E me ne vado, vedendo che lui, per questa bruttissima risposta, ci rimane male. Rientro in casa sbattendo la porta. Poi, dopo aver camminato dalla camera alla sala cinquanta volte, ritorno a ragionare, a fare l’illuminista. Ha ragione il mio vicino, penso. Ha aspettato anche troppo tempo prima di prendere l’iniziativa (a nome anche degli altri condomini?) di suonare e di dirmi in modo civile quello che il mio gatto combina. Perché sì, mi ha detto le cose reprimendo la sua rabbia, cercando di non guastare i rapporti distesi che ci sono sempre stati. E quel “qui non vivi solo tu” ? Giusto. Ha ragione. In questo condominio non vivo solo io, e quindi bisogna prendere provvedimenti. Il gatto va controllato e, se necessario, allontanato. Belli, i gatti, però, insomma…. 

lunedì 1 luglio 2013

Da seduti

del Disagiato

Nella fotografia che vedete c’è uno sgabello molto simile allo sgabello che la nostra responsabile utilizza in negozio, in fianco alla cassa. Lei, a differenza di noi, non sta quasi mai in piedi, perché il suo lavoro prevede l’utilizzo del computer per: per ordinare i libri, per leggere e sistemare circolari protocolli bolle, per scrivere mail, per compilare tabelle di vario tipo e poi altri lavori che non ho ben capito. Insomma, mentre noi passiamo tutto il tempo in piedi, lei passa la maggior parte del suo tempo seduta su quello sgabello. Non che faccia solo quello, ci mancherebbe, ma lei arriva in libreria e poi, quasi subito, si siede. Noi, come mosche, le giriamo attorno, ronziamo di qua e di là, vendiamo e impiliamo libri. Lei, visto che è vicina alla cassa, molte volte si alza e prende il denaro dei clienti. E poi si risiede. Quando la responsabile è su quello sgabello, la sua faccia diventa seria e concentrata. A volte, fissando lo schermo, mi dice: "prendimi per favore un elastico"; "mettimi nella fotocopiatrice un po’ di fogli A4"; "potresti andare in posta a vedere se c’è qualcosa per noi?"; "puoi spegnere il condizionatore?"; "puoi accendere il condizionatore?"; "mi andresti a prendere un caffè?"; "saresti così gentile da chiamare il rappresentate della Giunti e dirgli che il codice che mi ha dettato ieri è sbagliato?". Ecco, con più o meno serietà, su quello sgabello ci dice di fare delle cose. E poi, da brava responsabile che è, fissando lo schermo, capita che ci riprenda: "devi essere un po’ più calmo con i clienti"; "devi essere un po’ più veloce quando sistemi i libri"; "alzati i pantaloni che ti si vedono le mutande". Poi, quando il suo lavoro, lì seduta, è terminato, riporta lo sgabello in magazzino e se ne va a casa, o si mette a fare quello che tutti i giorni facciamo noi. 

A volte, quando la responsabile non c’è, il lavoro di ordinare i libri, sistemare protocolli o circolari e scrivere mail, lo facciamo noi.

lunedì 24 giugno 2013

Io sono...

del Disagiato

È normalissimo avere un’idea di noi stessi. Quando si dice che una persona è inconsapevole significa che questa persona non sa delle cose del mondo che lo avvolgono ma anche che non sa dei suoi lineamenti, delle cose che lo riguardano, che gli stanno dentro. La letteratura, penso, può appassionare o riguardarci proprio per questo: perché scopriamo che quello che scorre e succede dentro di noi, non è proprio uguale a quello che sta fuori, davanti a noi. Scopriamo, così, di avere una vita segreta, intima, interiore, inconscia, e la letteratura, forse, ci aiuta a scoprire e a descrivere questa dissomiglianza. La letteratura, ho detto, ma qualcuno potrebbe benissimo dirmi la filosofia, la matematica, la fisica, la biologia, la musica, il cinema eccetera eccetera. Ognuno ha la sua bussola da consultare. Però penso anche un’altra cosa: l’idea che abbiamo di noi stessi dobbiamo tenerla segreta e imprecisa, e aspettare che siano gli altri a dirci come siamo fatti. “Non sono razzista…”, ad esempio, è una definizione che spesso annuncia un discorso razzista: “Non sono razzista, ma tutti questi negri ci stanno rubando il lavoro”. Insomma, è bene avere un’idea di noi stessi, ma secondo me è bene che siano gli altri a darcene conferma.

mercoledì 13 febbraio 2013

Come va a finire

del Disagiato

In un film americano che si intitola "Se mi lasci ti cancello" (in Italia spesso traduciamo da cani i titoli originali) a un certo punto lui e lei si conoscono su una spiaggia. Passeggiano, vanno a casa di lui e poi, mentre si riempiono un bicchiere di vino per festeggiare quello che pare essere l'inizio di una bella storia d’amore, ascoltano una cassetta nella quale le loro stesse voci raccontano i motivi che li porteranno a odiarsi e a lasciarsi. È un film che utilizza parecchio la fantasia, la trama è un po’ articolata, quindi, se non avete visto il film, non chiedetevi e non chiedetemi come queste voci dal futuro (o dal passato?) siano giunte alle loro orecchie. Adesso non importa. È questa scena ad essere, secondo me, bellissima. Festeggiare l’inizio ascoltando i motivi della fine, con un bicchiere in mano, con la faccia un po’ perplessa. “Non è istruita. È intelligente ma non è istruita. Non posso parlare con lei nemmeno di un libro, ad esempio. Lei è più una tipa da riviste. Il suo vocabolario qualche volta lascia a desiderare. Mi sono trovato anche in imbarazzo, per colpa sua. Dice parolacce e parolacce e parolacce…” racconta, tra le tante cose, una voce maschile sul mangianastri, mentre loro due sono lì presenti, pronti a partire verso la felicità, verso l’amore. Si sono appena incontrati, si piacciono, insieme stanno bene e perché mai non dovrebbero continuare a vedersi? Però c’è questa cassetta che dichiara i loro difetti, e infatti lei se ne va quasi in lacrime, lui non tenta di fermarla, poi la rincorre, la raggiunge nel corridoio, si guardano e si dicono che certo, prima o poi arriverà la fine, ma che comunque c’è un tempo per amare. Poi, quando giungeranno i difetti, si vedrà.

lunedì 11 febbraio 2013

La realtà purtroppo

del Disagiato

In libreria, come ho già raccontato in passato, vendiamo libri pornografici. Questi libri, però, non sono proprio libri pornografici come lo sono i giornalini pornografici che si trovano (se ancora si trovano) in edicola, ma sono volumi che raccolgono “fotografie d’autore”. La definizione non né mia né dei miei colleghi, ma dei clienti che acquistano questi volumi. La cosa è vera, in parte. Le fotografie si concentrano non solo su un pene vicino ad una bocca, ma si concentrano anche sulla scenografia, la luce e, infine, sulla distanza e angolazione tra la macchina fotografica e i protagonisti. E poi, a dire il vero, a tracciare la vera differenza tra queste fotografie d’autore e i prosaici giornaletti pornografici è il fatto che nelle fotografie d’autore il pene sta vicino ad una bocca. Non dentro. 

Di questi libri, comunque, ne vendiamo tanti e secondo me proprio per l’alta - come posso dire? - artisticità delle immagini. La casa editrice che li pubblica pubblica anche, e soprattutto, libri d’arte, come se tra le due dimensioni, pornografia e arte, ci fossero visibili e naturali vasi comunicanti. Rimane comunque che in questi libri d’autore c’è, detto in breve, del sesso e la cosa, sicuramente, non lascia indifferenti i clienti che li comprano. Probabile che il fine dell’acquisto sia la masturbazione, e sarei ridicolo a non prendere in considerazione questa possibilità. 

sabato 23 giugno 2012

Vite interessanti

del Disagiato

Ieri mattina un ragazzo e una ragazza sono venuti in cassa per pagare un paio di romanzi da leggere in spiaggia. “Così ho qualcosa da leggere in spiaggia”, mi ha detto lei scocciata per una cosa che non ho capito bene. “Giusto”, ho risposto sorridendo e poi ho preso una banconota appoggiata dal suo compagno, l’ho messo nel cassetto, ho allungato un po’ di monete di resto e infine ho salutato. “Scusa”, mi ha detto lui guardando, prima di andarsene, una pila di libri che stava dietro di me, “ma non vorrai dirmi che anche Ibrahimovic ha scritto un libro”. “Eh sì, quella che vedi è la sua autobiografia”, ho risposto. “Pazzesco”, mi ha detto lui, “non sanno più cosa inventarsi”. E allora tutti e tre ci siamo messi a fissare in silenzio i libri di Ibrahimovic, fino a quando non me non sono uscito con questa frase: “Secondo me lui deve anche avere avuto una vita interessante”. Lui per un attimo solo si è girato verso di lei, ha fatto una smorfia e poi mi ha chiesto sconcertato cosa intendessi con vita interessante. “Intendo dire una vita interessante. Tutto qua”. Il ragazzo allora mi ha guardato come si guarda una cosa strana e poi ha chiuso il discorso con un “non avevo mai sentito questa espressione: vita interessante”. Mi hanno salutato, si sono presi per mano e poi sono usciti dal negozio.

Magari le vite interessanti non esistono, sia chiaro, però è un’espressione che io ho sentito dire tante volte e che ho visto tante volte e che persino ho giudicato superficialmente tanto volte: quel signore ha una vita interessante, quel cliente non ha una vita interessante. Giudizi superficiali, appunto. Come si fa a non avere in testa una frasetta banale come questa? Che vita può avere uno che non ha mai fatto distinzione tra una vita e l’altra? Ecco, mentre li guardavo uscire mi sono fatto queste domande e poi, come cadendo in una trappola, ho guardato la mia collega in fondo al negozio, che se ne stava là a mostrare con indolenza vocabolari a un cliente un po’ spaesato. “Vedi”, avrei tanto voluto dite al ragazzo appena uscito, “la mia collega, per fare un esempio, non ha una vita interessante. Una donna che alle undici del mattino mostra vocabolari, non può essere interessante”. Ma che cosa significa avere una vita interessante? E poi cosa possiamo dire…. Ma mi sono fermato qua e ho continuato a fare il mio mestiere di sempre, in libreria, alle undici del mattino tra vocabolari e altri libri. 

lunedì 11 giugno 2012

Senza farmi sentire

del Disagiato

Un paio di settimane fa è morta la mia vicina di casa. Aveva settantadue anni e da tempo soffriva di un male che ha un nome che non ricordo più. Questione di cuore, comunque. L’altra sera parcheggio la macchina al solito posto, apro il cancello, percorro il vialetto, entro nel condominio e poi quello che vedo sono tre o quattro persone sconosciute con una faccia da funerale. “Madonna che facce da funerale”, ho pensato proprio in quel momento. E quando dopo sono salito al primo piano e ho visto un’altra mia vicina di casa piangere, ecco, il quel momento ho capito che era successo qualcosa di davvero brutto. Cosa è successo?, ho chiesto allarmato. E allora mi hanno raccontato che siccome la signora la sera prima si sentiva peggio del solito, era stata accompagnata dal marito all’ospedale, dove era rimasta per dei controlli. E poi all’ospedale, sotto gli occhi dei medici, è morta. 

Un paio di minuti dopo sono entrato in casa mia, ho chiuso la porta a chiave e poi me ne sono rimasto immobile, al buio, per un minuto buono. Non ricordo a cosa ho pensato, in quel minuto. Forse al fatto che prima ci siamo e poi non ci siamo più. Un paio di sere dopo mi sono fatto forza e sono andato a fare le condoglianze al marito. In occasioni come queste io vorrei mandare bigliettini. I bigliettini sono un’invenzione fantastica: si dice senza guardare in faccia. Volevo dirti che ti amo, ad esempio. Oppure: scusa per l’altra sera amico mio; guardi che facendo manovra le ho rigato la macchina; mi dispiace che sua moglie sia morta. Ma il fatto è che mi hanno insegnato questa sciocchezza dell’essere gentili, sensibili e umani e che certe cose bisogna dirle e non scriverle. Insomma, sono andato davanti alla porta del mio vicino di casa, ho suonato, lui ha aperto e guardandolo dritto nelle palle degli occhi gli ho detto: mi dispiace tantissimo per sua moglie.

mercoledì 23 maggio 2012

Uomini soli

del Disagiato

Un paio di sera fa ho visto in televisione un programma-documentario di Carlo Lucarelli sulle battaglie condotte contro la mafia dai magistrati Giovanni Falcone, morto il 23 maggio 1992, e Paolo Borsellino, morto 57 giorni dopo e cioè il 19 luglio 1992. Uomini che hanno fatto tanto per la Sicilia e per lo Stato ma, come avrà detto una ventina di volte Carlo Lucarelli durante la trasmissione, uomini a un certo punto della loro esistenza rimasti soli, lasciati soli, abbandonati. Da chi? Dallo stesso Stato, dalle varie istituzioni, da quelli che una volta erano colleghi e amici. Perché? Perché sapevano, perché si stavano avvicinando, sigaretta dopo sigaretta, alla verità. E i due, infatti, muoiono a 57 giorni di distanza, numero, il 57, che sta anche nel titolo di un film per la televisione trasmesso ieri sera che si intitola “Paolo Borsellino, i 57 giorni”, in cui si parla della morte di Paolo Borsellino, magistrato che, e lo si capisce anche dai pochi spezzoni che ho visto, a un certo punto si sente solo e abbandonato.

Pochi giorni fa, tanto per ritornare alla solitudine, in libreria è anche arrivato sugli scaffali il libro della sorella di Giovanni Falcone, “Giovanni Falcone un eroe solo”, e sempre pochi giorni fa per il Post Filippo Facci ha scritto un articolo (a me, ultimamente, Facci piace tanto, chiusa parentesi) sulla distanza presa da Leoluca Orlando nei confronti di Giovanni Falcone. Orlando, riassumendo, vuole diventare l’unico paladino dell’antimafia e per questo, come un carro armato, intraprende una campagna denigratoria nei confronti del suo ormai ex amico ed ex collega Giovanni Falcone, lasciandolo solo, isolato e, aggiungo io, in preda alla vulnerabilità. Uomini soli, quindi. E sentendo, in queste ultime settimane, pronunciare così tante volte la parola “solitudine”, mi è ritornata in mente la vicenda di Renato Candida che era un generale dei carabinieri siciliano che pubblicò, nel 1956, un libro sulla mafia che si intitola Questa Mafia.