Il caso dirompente fu il passaggio alla Juventus di Virginio Rosetta, ma con il calcio già ben organizzato le società più ricche puntavano ogni volta ai giocatori migliori. Si cominciò a dover cercare una giustificazione. Il problema non è mai l’inghippo, è la trasgressione. Il problema, in tutti i tempi, è poter spiegare, inventare una giustificazione. Fare quello che è utile a noi dicendo alla gente che si fa per il suo bene."Storia del gol" di Mario Sconcerti
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mercoledì 8 aprile 2015
Non è l'inghippo
sabato 4 aprile 2015
uno di quelli
Nell’atteggiamento, Renzi dimostra più o meno venticinque anni. Venticinque anni sono una bella età. Stanno dopo l’età dell’insicurezza, quando si è cattivi soprattutto perché si è spaventati, e vengono prima dell’età della disillusione, quando si capisce che la vita può ancora cambiare, ma non molto, si fanno bilanci, si cerca una nicchia e si comincia a pensare alla pensione integrativa. Un quarantenne che conserva la mentalità, la frenesia, il linguaggio, la determinazione di quando eveva venticinque anni può essere un coglione infrequentabile, uno di quelli che si schiantano facendo bungee jumping. O può essere un condottiero."Essere #matteorenzi" di Claudio Giunta
ha un debole per questo mondo
In questa distinzione tra allegri (coraggiosi) e musoni (vili) non c’è bisogno di dire da che parte stia Matteo Renzi. Leggendo quello che scrive o gli scrivono, ascoltando quello che dice, guardandolo in faccia, si avvertono una serenità e un ottimismo troppo perfetti per poter essere simulati. In Berlusconi si percepiva, anche nei momenti trionfali, un sottofondo di angoscia, un’amarezza che nasceva sia dal terrore dell’invecchiamento sia dal disprezzo per gli altri esseri umani. Persino Veltroni ha i suoi luoghi oscuri, e li infila nei romanzi. Renzi sembra essere invece invidiabilmente in sintonia con il proprio tempo. L’arte pop, diceva Warhol, “is about liking things”. Meglio che nella passione per le canzoni dei Muse o nelle foto con il giubbotto di Fonzie, l’indole pop di Matteo Renzi si rispecchia proprio in questa affettuosa relazione con, più o meno, tutte le cose che si trovano sotto il cielo.
"Essere #matteorenzi" di Claudio GiuntaOra, l’entusiasmo per il mondo può manifestarsi anche come nostalgia per la vita naturale, come francescanesimo, come ascetismo, e insomma, paradossalmente come atteggiamento anti-mondano. Renzi non sembra avere di queste tentazioni. Non è un reazionario, non ha un debole per il mondo naturale o per la vita semplice del mondo passato: ha un debole per questo mondo, con i suoi X Factor e i suoi Tweet. È il contrario del luddista. Anziché metterlo a disagio, come accade a quelli più vecchi di lui, i dispositivi della tecnica lo affascinano. Se riunisce i suoi fans alla stazione Leopolda a Firenze, si mette a leggere, deliziato, i messaggi che arrivano su Facebook. Se va a parlare alle Nazioni Unite, allunga il viaggio di cinque ore e va a incontrare gli italiani che lavorano alla Silicon Valley, non per darsi un tono ma perché crede davvero che questi colloqui abbiano un senso e un’utilità, che possano ispirarlo, dopodiché racconta entusiasta l’esperienza in un videomessaggio girato in aereo, mentre torna a casa. Non fosse il presidente del Consiglio, lo si incontrerebbe da Media World in trance acquisitiva, come Fantozzi, mentre mette nel carrello l’ultimo modello di iPhone, la nuovissima telecamera compatta (il premoderno Berlusconi, per continuare nel paragone, stampava edizioni del De contemplu mundi di Innocenzo III e dell’Utopia di Tommaso Moro, e finanziava la traduzione dello Zibaldone di Leopardi).
domenica 12 ottobre 2014
Ha fatto la barba al palo
del Disagiato
Mi sono dimesso abbastanza volte da posti importanti e questo lo puoi fare solo, o lo puoi fare tranquillamente solo se hai una donna che sta dalla parte tua (Mario Sconcerti)
Ormai un post su Mario Sconcerti sta diventando una tassa che i miei pochi lettori devono pagare di tanto in tanto, ma non posso fare a meno di segnalarvi una lunga (radio)intervista, quasi un’ora, a uno dei miei scrittori preferiti, nella quale si dicono molte cose a mio avviso acute, dette con spirito e con serietà. La citazione riportata sopra non vuole essere un pettegolezzo decontestualizzato, ma un piccolo assaggio, se così si può dire, dell’idea che lo stesso Sconcerti ha dell’amore, visto che anche di amore e di rapporti difficili ci parla (chi scrive di ciclismo sta sempre fuori casa, in un “eterno ritorno” ma anche “in una eterna partenza”), con un po’ di confidenza e con un po’ di intimità. E poi, tra aneddoti e qualche sigaretta, discorre di frasi fatte (mai dire “ha fatto la barba al palo”), di modi di fare giornalismo, della differenza tra il giornalismo fatto dai quotidiani di carta e quello fatto dal nostro amato web e poi, ancora, dei sogni che bisognerebbe avere da ragazzi, della fatica e delle delusioni che rischia di patire chi insegna e chi impara, e altro ancora che, se avete voglia e tempo, potete scoprire ascoltando. Ah, si, dimenticavo: nell’intervista Sconcerti parla anche della partita Roma Juventus arbitrata da Rocchi. Però lo fa a modo suo, e cioè parlando di noi che parliamo di Roma Juventus arbitrata da Rocchi.
giovedì 2 ottobre 2014
Anche se vestite
del Disagiato
Nel bellissimo film Don Jon il protagonista tenta, dopo che
qualcuno l’ha fatto riflettere, di disintossicarsi dalla pornografia, che oltre
ad aver colonizzato il suo immaginario ha anche dettato i ritmi della sua vita
e della vita del suo sistema nervoso. In piena crisi d’astinenza, Don Jon,
diventato più acuto e sensibile, si accorge che la pornografia non sta solo sul
monitor del computer di casa o del cellulare ma anche al supermercato,
sulle copertine di due riviste in vendita vicino alla cassa, come quelle che,
ad esempio, vediamo noi all’Esselunga, mentre aspettiamo di mettere la nostra
merce sul nastro trasportatore. Lui guarda le due belle donne (donne vestite) stampate
sulle copertine di Cosmopolitan e di Life Style e, segretamente e sentendosi in
colpa, si eccita.
Ogni volta che in televisione vedo le labbra di Lilli Gruber o
i tacchi a spillo di Daria Bignardi a me ritorna in mente questa scena delle
riviste al supermercato. Per sineddoche mi sembra che in quella faccia o in quei
tacchi (ma anche sulle copertine delle riviste esposte vicino alla cassa del
supermercato del mio paese) ci sia un pezzetto del discorso che potremmo fare,
ad essere pedanti, sulla pornografia: come se quelle labbra gonfie e quei
tacchi non fossero proprio pornografia ma fossero invece il punto d’arrivo o, non ho ancora capito bene, di partenza di un
fenomeno.
lunedì 29 settembre 2014
Rimedi
del Disagiato
Che io, ho pensato poi alla fine l’altro giorno alla libreria Ambasciatori, questo De Carlo che dice delle cose anche sbagliate, che un po’ si confonde anche lui, e che si mette, in un certo senso, al servizio del libraio, e cerca, non so come dire, di guadagnarsi la pagnotta, a me ho pensato che mi piace di più, del De Carlo che era venuto tredici anni fa e che sapeva tutto lui e che suonava la chitarra e ci spiegava com’erano i tedeschi e com’eran gli italiani così se andavamo in Germania almeno sapevamo, un po’, come comportarci. (Paolo Nori)
Discutendo con un amico di libri, librerie, incassi ed ebook ho ammesso, forse per la prima volta, che oggi una libreria per avere senso deve “creare eventi” oltre che esporre e vendere libri. L’alternativa (che in realtà è lo stato presente delle cose) per il negozio è quello di essere un magazzino dove il cliente forse viene ad acquistare un romanzo e dove, forse, non succede nient’altro di interessante e costruttivo. L’unica certezza è che oggi il libraio ha tanti nemici esterni che il lettore, fuori, giudica più comodi e più economici, e che qui, in passato, abbiamo elencato già troppe volte.
Mi ha fatto molto sorridere questo post di Paolo Nori su Andrea De Carlo e il suo pubblico. Una volta De Carlo riempiva teatri, suonava la chitarra, faceva il brillante e ci spiegava com’era fatto il mondo, oggi invece – oggi che lui e l’editoria che lo ha sempre coccolato devono cercare un profilo migliore con cui mettersi in posa – parla di libri davanti a poche persone che ancora non hanno letto il suo libro e che vogliono ascoltare che cosa lui ha da dire sul suo ultimo libro. Ammetto di essere un po’ confuso, a questo punto. State a vedere che gli eventi e le attività che le librerie, e con loro le case editrici, dovrebbero organizzare dovrebbero riguardare i libri, la narrativa e gli scrittori. Ci impressiona Andrea Carlo che parla del suo lavoro e basta? Non so voi, ma a me sì. Altrimenti il racconto di Nori non mi avrebbe fatto sorridere (e soprattutto non mi avrebbe fatto riflettere). Insomma, un buon metodo di sopravvivenza per le librerie, oltre che vendere libri, potrebbe essere questo: far parlare di libri chi scrive e legge libri. Metodo rivoluzionario, vero?
Mi ha fatto molto sorridere questo post di Paolo Nori su Andrea De Carlo e il suo pubblico. Una volta De Carlo riempiva teatri, suonava la chitarra, faceva il brillante e ci spiegava com’era fatto il mondo, oggi invece – oggi che lui e l’editoria che lo ha sempre coccolato devono cercare un profilo migliore con cui mettersi in posa – parla di libri davanti a poche persone che ancora non hanno letto il suo libro e che vogliono ascoltare che cosa lui ha da dire sul suo ultimo libro. Ammetto di essere un po’ confuso, a questo punto. State a vedere che gli eventi e le attività che le librerie, e con loro le case editrici, dovrebbero organizzare dovrebbero riguardare i libri, la narrativa e gli scrittori. Ci impressiona Andrea Carlo che parla del suo lavoro e basta? Non so voi, ma a me sì. Altrimenti il racconto di Nori non mi avrebbe fatto sorridere (e soprattutto non mi avrebbe fatto riflettere). Insomma, un buon metodo di sopravvivenza per le librerie, oltre che vendere libri, potrebbe essere questo: far parlare di libri chi scrive e legge libri. Metodo rivoluzionario, vero?
venerdì 19 settembre 2014
Quale parola?
del Disagiato
...un altro tratto paradossale del nostro tempo: la parola circola ovunque rivelando il suo carattere inflazionato. Drammi privatissimi trovano posto nel circo dei talk show, una cattiva retorica pedagogica sostiene la necessità infinita del dialogo: si può dire e parlare di tutto senza alcun limite. Ma in questo carrozzone impazzito di una parola che circola tanto più velocemente quanto più appare svuotata di senso, viene meno una delle conseguenze decisive nella formazione dell'individuo. Viene meno la parola. Quale? Quella che stabilisce una relazione stretta tra il dire e le sue conseguenze. Le parole che diventano "solo parole" sono le parole che hanno perduto il nesso etico che le vincola alle loro conseguenze. È questo l'effetto principale del loro svuotamento narcisistico. La parola dovrebbe comportare sempre l'assunzione soggettiva delle sue conseguenze o, quantomeno, lo sforzo della loro assunzione. La parola non è mai solo una parola, perché plasma, genera la vita. ("L'ora di lezione" di Massimo Recalcati, Einaudi, 2014).
Toccando il luogo comune, abbiamo ripetuto quasi d'istinto (e l'abbiamo sentito ripetere, non d'istinto ma con qualche calcolo, dalle commoventi pubblicità televisive) che "oggi si comunica di più" anche grazie alla telefonia mobile e anche grazie a internet, utilissimi strumenti che hanno abbattuto remore, timidezze e confini. E quante volte alla domanda "cosa studi?" ci hanno risposto "scienze della comunicazione" e poi, ancora, parlando di editoria abbiamo evidenziato la quantità di libri stampati e a proposito degli ebook la possibilità, per tutti, di pubblicare e dire senza mediatori e costi. Penso anche al consiglio in tono di rimprovero che certa psicologia (non solo spicciola) fa alle madri e ai padri: ogni giorno dovete trovare un momento di dialogo con i vostri figli, per non lasciarli soli. Insomma, a un certo punto, a me, è venuto da chiedermi: ma comunicare che? scienza di quale comunicazione? conoscere tante lingue straniere per dire in più lingue cosa? E forse anche queste domande sono mal poste.
Nel trito quotidiano (a volte siano stanchi e deboli e distratti e superficiali) mi dimentico di dare importanza a ciò che sto per dire, al come lo sto per dire, e non perché la lingua italiana è una religione o perché dobbiamo sottometterci gratuitamente alla grammatica o venerare le leggi e le logiche che la impastano ma, magari, per un altro motivo: perché gli altri (gli altri che spesso non sopportiamo) nonostante tutto sono importanti, ci sono vicinissimi, e noi verso gli altri abbiamo una non piccola responsabilità. Mi piace pensare che ogni mia parola inneschi qualcosa, che ogni sostantivo o aggettivo che scelgo di leggere in una pagina di un libro costruisca conseguenze. Forse (ma è solo una mia illusione) assumendoci la responsabilità della parola diventiamo più credibili o ordinati e quindi l'uno per l'altro meno insopportabili. Perché poi il problema, in fondo, sono proprio gli altri, da quando ci alziamo dal letto per andare a lavorare o anche solo per raggiungere un aereo che ci porterà via, lontano dal solito quartiere. Insomma, parlare bene e con cognizione dovrebbe servire non tanto ad amare di più gli altri ma semmai ad odiarli di meno. E questo, secondo me, sarebbe già un buon traguardo.
Nel trito quotidiano (a volte siano stanchi e deboli e distratti e superficiali) mi dimentico di dare importanza a ciò che sto per dire, al come lo sto per dire, e non perché la lingua italiana è una religione o perché dobbiamo sottometterci gratuitamente alla grammatica o venerare le leggi e le logiche che la impastano ma, magari, per un altro motivo: perché gli altri (gli altri che spesso non sopportiamo) nonostante tutto sono importanti, ci sono vicinissimi, e noi verso gli altri abbiamo una non piccola responsabilità. Mi piace pensare che ogni mia parola inneschi qualcosa, che ogni sostantivo o aggettivo che scelgo di leggere in una pagina di un libro costruisca conseguenze. Forse (ma è solo una mia illusione) assumendoci la responsabilità della parola diventiamo più credibili o ordinati e quindi l'uno per l'altro meno insopportabili. Perché poi il problema, in fondo, sono proprio gli altri, da quando ci alziamo dal letto per andare a lavorare o anche solo per raggiungere un aereo che ci porterà via, lontano dal solito quartiere. Insomma, parlare bene e con cognizione dovrebbe servire non tanto ad amare di più gli altri ma semmai ad odiarli di meno. E questo, secondo me, sarebbe già un buon traguardo.
giovedì 18 settembre 2014
Solo domande
del Disagiato
Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? ("L'ora di lezione" di Massimo Recalcati, Einaudi, 2014)
Una domanda che ho letto ieri sera, poco prima di spegnere la luce e addormentarmi. E mi ha ricordato, un po’, le domande che mi facevo tanto tempo fa, quando ero un libraio, a proposito delle librerie e della cultura in Italia (le due cose dovrebbero abbracciarsi, ci siamo detti tante volte): come posso pensare a una libreria di qualità quando il mondo, lì fuori, non ha nessuna di queste qualità? come posso pretendere capacità di selezione e ponderatezza – e tante, tantissime altre cose che dovrebbero avere a che fare con l’intelligenza e l’attenzione - dagli editori ma anche dai partiti politici (dal mio partito politico) quando nessuno, o quasi nessuno, chiede che nel mondo ci sia capacità di selezione e ponderatezza?
lunedì 15 settembre 2014
Cocktail e convegni culturali
del Disagiato
Sono passati poco più di cinquant’anni da quando fu realizzato questo breve documentario (via slowforward, che l'ha proposto prima di me) sull’editoria e l’industria che la contiene e la guida, e tra le dichiarazioni di editori e consulenti ormai resi storici e famosi dal tempo – dopo tante fotografie fa senso vederli sullo schermo così vivi e pensanti - mi sono chiesto se per davvero oggi è peggio di ieri o se le cose, al di fuori da qualsiasi riflessione drammatica sulla salute della nostra letteratura, oggi siano diverse da ieri. Sarà capitato anche a voi, ma mi sono accorto che sostenere che oggi si sta peggio fa bene, o così sembra, alla salute: fa bene cercare un appiglio, poter scrutare indietro per imitare anziché guardare avanti per inventare. O forse, insisto, è giusto voltarsi per cercare l’attenzione e l’esperienza di chi c’è già stato e magari ha già sbagliato. Chissà. Sta di fatto che guardando con lucidità e imparzialità il filmato viene istintivo dire per alcune affermazioni “oggi le cose non stanno così” e, per altre considerazioni, “anche oggi le cose stanno così”.
Si parla, a proposito di libri, di propaganda persuasiva e penetrante, di tecniche pubblicitarie, di veste editoriale accattivante, si ammette che l’editoria è vicina alle altre imprese di produzione rendendo così un libro (un libro di Cassola, ad esempio) un prodotto fuori dal terreno destinato alla cultura. Valentino Bompiani afferma che l’industria editoriale oggi (cioè ieri come oggi) cambia articolo quasi ogni giorno e che “in una casa editrice come la nostra tra novità e ristampe esce un libro ogni giorno”; Carlo Verde sottolinea che mentre la propaganda per mezzo di inserzioni pubblicitarie, di annunci radiotelevisivi, dell’organizzazione dei cocktails e dei convegni culturali appositamente indetti fa chiasso per vendere “quel libro”, la UTET invece rovescia questo processo con altri approcci e sistemi di vendita; Gian Giacomo Feltrinelli dice che è sbagliato imporre al pubblico, per mezzo della persuasione pubblicitaria, i gusti culturali e poi, facendo un po’ di conti, dice che “noi consideriamo che le spese di pubblicità non debbano superare il 7% del fatturato della casa, perché altrimenti le incidenze di queste spese pubblicitarie graverebbero eccessivamente sul prezzo di copertina e cioè sulle tasche dei nostri” elettori (elettori o lettori, non capisco bene cosa dice). Insomma, ci farebbe bene posare lo sguardo su questo pezzetto di storia anche solo per capire quante vecchie e anacronistiche sono le nostre lamentele, per comprendere, guardando dall'alto, la complessità del labirinto in cui ci troviamo.
lunedì 30 giugno 2014
Come l'ultimo Orazio
del Disagiato
Ricordate la vecchia leggenda romana? Siamo nell’epoca di Tullo Ostilio re, più o meno 600 anni prima di Cristo. Fra Roma e Alba Longa infuria l’ennesima guerra. Stanche di morti e sacrifici, le due città decidono di giocarsi la guerra in un ultimo scontro. A nome di tutti si affronteranno tre fratelli gemelli romani, gli Orazi, e tre albani, i Curiazi. Per Roma sembrava un massacro definitivo, ma l’unico Orazio rimasto in campo ebbe un’idea favolosa. Si mise a correre come se scappasse lungo una strada stretta stretta; i Curiazi gli si gettarono dietro quasi ciecamente. D’improvviso l’Orazio si fermava, si girava e infilava con la spada il Curiazio che lo stava inseguendo più da vicino. Sorpresi dallo stop repentino e certamente non astutissimi, i Curiazi a uno a uno andarono a scagliarsi addosso alla sapiente spada dell’ultimo Orazio.
Questo breve racconto non è tratto da una pagina di un libro di storia ma dalla pagina di un libro di Mario Sconcerti (sì, ancora lui, scusate) che parla di calcio e che tenta di spiegare perché la tattica del catenaccio all’italiana – un mediano che arretra sulla linea dei terzini - provocò negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso molto malumore in tutto il mondo. Perché mai una squadra che si è difesa ha vinto contro una squadra che ha attaccato? Il più forte vince, o no? “Il punto centrale è aspettare gli avversari nella propria metà campo, costringerli ad attaccare in spazi molto ristretti e conquistare alle loro spalle spazi enormi per il contropiede”. Insomma, grosso modo come fece l’ultimo Orazio, con la sua spada, la sua corsa e la sua astuzia.
martedì 10 giugno 2014
Per un cappello
del Disagiato
(Attenti, racconto come va a finire, o quasi, un lungo viaggio)
Nel film Nebraska di Alexander Payne un anziano signore toccato dalla vecchiaia e anche un po’ dall’alzheimer si convince di aver vinto tantissimi soldi: un milione di dollari. Una lettera lo informa che per ritirarli deve raggiungere un ufficio di Lincoln, nello stato del Nebraska, e così il vecchio uomo, in stato confusionale, si incammina lungo la statale trafficata della sua città. Ma proprio quando il suo lungo viaggio ha inizio, un poliziotto lo intercetta, lo ferma e lo porta tra le braccia del figlio, che cerca di spiegargli che quella lettera in realtà non è un avviso importante e unico ma solo un foglio pubblicitario che chissà a quante persone è arrivato. Ti fanno credere di aver vinto ma in realtà vogliono propinarti un abbonamento, dice il figlio al padre. Ma il padre insiste di aver vinto. No, non hai vinto, invece. Certo che ho vinto e voglio assolutamente ritirare quel milione di dollari, per potermi poi comprare un compressore e un furgone. Contro il parere della madre e del fratello, il figlio decide di accompagnare il padre in questo lontano ufficio, di intraprendere con lui un lungo e inutile viaggio. E in questo viaggio, come in tanti altri film del genere, ai personaggi capiterà di conoscersi un po’ di più, di scoprire il perché di certe scelte, il motivo di certi umori e rancori che durano tutta una vita. Nel frattempo, però, il figlio continua a spiegare al padre che quel milione di dollari non esiste. E il padre insiste che il milione di dollari è là ad aspettarlo. No, non è vero. Sì, è vero. No. Sì, invece. E insomma, l’anziano uomo nonostante l’evidenza si costruisce una sua realtà, fino a quando la segretaria del famoso ufficio di Lincoln non gli dice che il milione di dollari non c’è – “mi dispiace ma il suo numero non è tra quelli vincenti” - ma che se vuole può avere in omaggio un cappello o un cuscino. Rassegnato e silenzioso il padre accetta un cappello. Magra consolazione (ma il film non finisce qui).
Nel film Nebraska di Alexander Payne un anziano signore toccato dalla vecchiaia e anche un po’ dall’alzheimer si convince di aver vinto tantissimi soldi: un milione di dollari. Una lettera lo informa che per ritirarli deve raggiungere un ufficio di Lincoln, nello stato del Nebraska, e così il vecchio uomo, in stato confusionale, si incammina lungo la statale trafficata della sua città. Ma proprio quando il suo lungo viaggio ha inizio, un poliziotto lo intercetta, lo ferma e lo porta tra le braccia del figlio, che cerca di spiegargli che quella lettera in realtà non è un avviso importante e unico ma solo un foglio pubblicitario che chissà a quante persone è arrivato. Ti fanno credere di aver vinto ma in realtà vogliono propinarti un abbonamento, dice il figlio al padre. Ma il padre insiste di aver vinto. No, non hai vinto, invece. Certo che ho vinto e voglio assolutamente ritirare quel milione di dollari, per potermi poi comprare un compressore e un furgone. Contro il parere della madre e del fratello, il figlio decide di accompagnare il padre in questo lontano ufficio, di intraprendere con lui un lungo e inutile viaggio. E in questo viaggio, come in tanti altri film del genere, ai personaggi capiterà di conoscersi un po’ di più, di scoprire il perché di certe scelte, il motivo di certi umori e rancori che durano tutta una vita. Nel frattempo, però, il figlio continua a spiegare al padre che quel milione di dollari non esiste. E il padre insiste che il milione di dollari è là ad aspettarlo. No, non è vero. Sì, è vero. No. Sì, invece. E insomma, l’anziano uomo nonostante l’evidenza si costruisce una sua realtà, fino a quando la segretaria del famoso ufficio di Lincoln non gli dice che il milione di dollari non c’è – “mi dispiace ma il suo numero non è tra quelli vincenti” - ma che se vuole può avere in omaggio un cappello o un cuscino. Rassegnato e silenzioso il padre accetta un cappello. Magra consolazione (ma il film non finisce qui).
E io, magari sbagliandomi, ho compreso che tutto il film non parla di un vecchio signore ostinato e fuori di testa ma parla di noi e della strada che ogni giorno facciamo per raggiungere un lontano ufficio, il nostro milione di dollari con il quale poi comprarci un nuovo compressore e un nuovo furgone. Gli altri ci hanno avvisato: il milione di dollari non esiste. E noi a sostenere che invece quella cifra c’è, eccome. E il giorno dopo siamo noi a dire all’amico testardo la stessa cosa: guarda che il milione di dollari non esiste. Quando la segretaria offre al vecchio protagonista il piccolo premio di consolazione, mi sono commosso tanto. In quell’esatto momento ho pensato che se ci andrà bene, alla fine, ci accontenteremo di un banale cappello o magari di un comune cuscino. Quella, nonostante le nostre aspettative e convinzioni, sarà la nostra ricompensa per aver vissuto, per aver frequentato gente, per aver stretto mani, per aver detto cose vere o false. E forse dovremo accontentaci, muti e rasseganti, come il vecchio uomo di questo film. Sempre che sia vero che il milione di euro non esiste, come gli altri, con tutti i loro mezzi, ogni giorno vogliono farci credere.
mercoledì 4 giugno 2014
Le distanze
del Disagiato
Riporto un brano del libro-intervista Un millimetro in là di Marino Sinibaldi, che sto leggendo in questi giorni, perché mi ha fatto ripensare al romanzo di Aldous Huxley, Mondo nuovo, e a quello che un personaggio, il Governatore del Nuovo Mondo, dice a proposito della nostra felicità e infelicità: tra il desiderio e il suo soddisfacimento ci stanno i sentimenti. E per tenere a bada i sentimenti dei cittadini il Governo deve ridurre questo spazio, fino ad annullarlo: “Giovani fortunati! Non è stata risparmiata alcuna fatica per rendere le vostre vite facili dal punto di vista emotivo; per preservarvi, nei limiti del possibile, dal provare qualunque tipo di emozione”, dice il governatore. Pubblico qui le parole di Sinibaldi non tanto per dire che è meglio andare in libreria o in un negozio di dischi piuttosto che acquistare un libro o un disco in rete, ma per ricordare a me stesso che la lettura e l’ascolto, un tempo, cominciavano già prima dell'atto, andando in una libreria o in un negozio di dischi. E questo, forse, ha a che fare con l’educazione alla fatica, alla responsabilità e alla consapevolezza.
La prima volta che sono entrato in Amazon … ho cominciato a cercare con la generica chiave “racconti” ed è uscito di tutto, dai testi di esordenti o sconosciuti fino alle raccolte degli scrittori più celebri: i racconti di Čechov, di Mark Twain, di Conan Doyle, di Virginia Woolf. E tutto costava pochissimo. Amazon aveva ovviamente già tutti i miei dati e quindi ho cominciato a ordinare nevroticamente. Ecco un’esperienza concreta dell’intreccio di gratuità (o quasi), povertà (non tutte le edizioni erano ineccepibili), velocità (bastava premere il tasto invio e il libro era qui). Ecco anche una sorta di irresponsabilità: avevo comprato almeno cinque raccolte di racconti e non avevo speso neanche 15 euro, credo. Capisci come tutto questo genera un elemento di nevrotica felicità, quasi una consumistica sindrome di Tourette: stai lì, clicchi nervosamente, prendi. L’esperienza per certi aspetti somigliava a quella che facevo da ragazzo entrando in quei Remainder dove c’era di tutto e costava abbastanza poco. Lì però sfogliavo, soppesavo, sceglievo, confrontavo. C’era comunque un dato fisico, compreso il pensiero di dove mettere i libri, come trasportarli, come riempire lo scaffale: tutti elementi di materialità che generano una specie di responsabilità, o anche solo di misura e sobrietà. Oggi invece lo scenario è una serie di prodotti gratuiti, poveri, leggeri, veloci, senza prezzo, peso e responsabilità. Puoi aprire cento siti di quotidiani, leggere vagoni di libri, visitare mille musei, ascoltare tutta la musica che vuoi senza che tutto questo comporti un qualunque movimento, uno spostamento o una spesa.
martedì 3 giugno 2014
Una rivoluzione?
del Disagiato
Ho letto questa brevissima intervista a Pierluigi Battista in
cui si discute del suo nuovo libro, I libri sono pericolosi. Perciò li
bruciano, degli effetti della rivoluzione della stampa e della conseguente
democratizzazione culturale, rinvigorita anche dalla rete e dalla maggiore
possibilità d’intervento da parte del lettore e, se ho capito bene, del
cittadino. Solo una riflessione. Secondo me la vera rivoluzione del passato è
stata non la possibilità di stampare e pubblicare tanto ma di responsabilizzare
(e pagare) un gruppo di intellettuali che filtrasse e giudicasse ciò che si voleva venisse stampato. Questo accadeva, e un poco ancora accade, nelle case editrici. Non solo,
grazie a questi intellettuali, abbiamo letto ottimi libri (alcuni sono diventati classici) ma non ne abbiamo letti altri. E per
fortuna. Chissà quanti romanzi o saggi sono stati bocciati per la loro scarsa
qualità. È stato questo filtro – un filtro che per mezzo di una profonda, e a
volte difettosa, riflessione ha sdoganato ma anche bloccato - che ha valorizzato
la stampa: certamente anche la scrittura fu una vera rivoluzione ma una riflessione sulla scrittura ha fatto molto di più. La mia sensazione (ma è più di una sensazione) è che il vero
problema, oggi, nelle case editrici e nelle librerie, non è la minaccia della
censura (il libro bruciato è a sua volta una buona immagine che vende libri) ma la moltiplicazione
scriteriata e assurda dei libri. Questo avviene perché i progetti sono mutati, perché manca il
filtro: un gruppo di intellettuali che pensa che la quantità non è la qualità,
che la cultura deve prendere le distanze, perlomeno inizialmente, dal marketing.
martedì 22 aprile 2014
La brutta realtà
del Disagiato
Ieri sera ho visto Don Jon, un film dell’anno scorso di Joseph Gordon-Levitt. Come ho già fatto in passato con altre pellicole, vi consiglio di guardarlo anche se il film non è dei migliori ed è, anzi, sporcato da difetti non trascurabili: è maschilista e i dialoghi sembrano scritti da un balordo. Però in questo film succede una cosa davvero strana e cioè che tutti questi difetti stanno solo nei primi trenta minuti, più o meno. Io volevo spegnere il lettore dvd, ma avevo come la sensazione che lo sceneggiatore (regista) facesse il ruffiano e lo stupido con una certa fretta per poter dire altro, per poter raggiungere il cuore del discorso, con un po’ più di calma e intelligenza (certi difetti, ma di altro genere, rimangono, lo ammetto). E a me, appunto, sembra che la seconda parte di Don Jon – ma forse anche prima della seconda parte – sia un altro discorso, manovrato da altri fili. Il film parla di pornografia e di sentimenti: anzi, meglio, parla della distanza tra la pornografia e la vita reale, e di come la prima agisca sulla seconda, o di come la seconda voglia farsi invadere prepotentemente dalla prima. Don Jon non ha nulla a che fare con lo splendido Shame di Steve McQueen – che fissa con sensibilità e perizia lo stesso problema - voi non vi masturbate mai davanti allo schermo del computer (e quindi la questione non vi riguarda), ma se avete un’ora e mezza a disposizione provate ugualmente a dargli una possibilità.
martedì 15 aprile 2014
Una virgola
del Disagiato
Perdonatemi la noia e l’ostinazione (ve lo chiedo sinceramente) ma da ieri, dopo la parodia di Beppe Grillo, in rete si sta moltiplicando la versione, diciamo così, fallata della poesia che introduce "Se questo è un uomo". Nel verso 19, Coricandovi alzandovi, non c’è nessuna virgola (e a fine verso c'è un punto e virgola, non un punto). O almeno non c’è in nessuna delle tre edizioni che ho qui in casa. Quindi: o sbagliano i miei libri o sbagliano Beppe Grillo e il sito da cui lui è partito (e quindi Grillo non dovrebbe fidarsi tanto della rete, come dice spesso ad alta voce; invece faceva bene ad affidarsi ai libri, che nonostante tutto hanno ancora un po' di autorità). Lo so che è solo una virgola e so che la gravità (se mai c’è una gravità) della situazione non è certo su una questione di punteggiatura, però, solo per correttezza e un pizzico di passione personale, mi sembra più che lecito sottolineare che in queste ore si sta facendo un copia incolla curioso e indicativo. Sempre che non sia io a sbagliare, ovviamente.
lunedì 14 aprile 2014
"Stando in casa..."
del Disagiato
Tra i versi che anticipano e introducono il libro Se questo è un uomo di Primo Levi ce ne sono tre che mi emozionano particolarmente. Uno è più, diciamo così, vicino all'emozione:
Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno.
Quando leggo "come una rana d’inverno" mi si ferma un po’ il cuore, come immagino a molti di voi, per una pena immediata e comprensibile che allarga i suoi confini. E poi ci sono altri due versi che trovo potentissimi:
Stando in casa andando per via, / Coricandovi alzandovi.
Ecco, spero di dirla giusta, ma mi sembra di sentire proiettili e tragedia nel primo e nel secondo verso, non per una presenza (della t e delle d che battono) ma per un’assenza: l’assenza della virgola. Provo ad aggiungere una virgola a ciascun verso: Stando in casa, andando per via, / coricandovi, alzandovi. Mi sembra che i versi, così, siano meno o per nulla efficaci. Non sono la stessa cosa.
Cosa manca?
Il blog Giramenti qualche giorno fa ha presentato un breve elenco di libri “stranamente in sconto al 60%”. “Stranamente” è ironico, ovviamente, visto che i titoli e i contenuti di questi libri sembrano dichiarare sin da subito un tragico insuccesso editoriale: Perché non mangiare gli insetti?; I porci comodi. Vita, morte e miracoli del porco; Decoupage. Regali per lui, e gli altri titoli li potete leggere voi per farvi un’idea di quello che quotidianamente (credetemi, quotidianamente) arriva dentro le scatole che i librai devo aprire. Premetto che tutti i tentativi delle piccole o grandi case editrici di iniettare nel mercato libri “curiosi”, “particolari”, “originali”, “alternativi” sono ben accetti. Le librerie è giusto che abbiano sui loro scaffali qualcosa di diverso ed è giusto, per fare un esempio, che il signor Alderton David abbia la possibilità di scrivere e pubblicare un corso di linguaggio felino sui gatti: perché ha fatto delle ricerche, perché ha studiato anni e anni, perché è stato un attentissimo osservatore, perché ha analizzato e confrontato e perché, soprattutto, aveva voglia di scrivere un libro su un argomento che gli stava a cuore. Siamo in molti a voler scrivere un libro, a mostrare agli altri quello che abbiamo dentro e quello sappiamo fare o dire. E quindi.
Suonerebbe antipatico dire che le case editrici sono miopi e che dovrebbero valutare decisamente meglio la qualità di quello che pubblicano, per gli esiti culturali ma anche per quelli commerciali (le case editrici e le librerie devono far tornare i conti, giustamente). Suonerebbe antipatico se non fosse che i libri che meritano o meriterebbero molta più attenzione e maggiore permanenza sugli scaffali vengono letteralmente sommersi dai libri “curiosi”, “particolari”, “originali” e “alternativi”, con lo spiacevole risultato che in libreria silenziosamente entra il caos, chiaro prolungamento dell’abbondanza. È giusto dare spazio a tutti? Se il prezzo da pagare è troppo alto molto probabilmente no, non è affatto gusto. Qualche giorno fa ho letto le prime pagine del libro Il caso Cobain. Indagine su un suicidio sospetto, pubblicato dalla casa editrice Chinaski Edizione. La lettura parziale di questo titolo mi proibisce di fare una recensione approfondita e dettagliata, ma vi posso dire (e un pochino dovete fidarvi) che il libro è oggettivamente sconclusionato e scritto molto male. Un libro che verrà presto dimenticato ma che intanto ha ingolfato certe arterie che avrebbero potuto dare più respiro e movimento all’argomento e a chi questo argomento lo ha trattato con più professionalità e lucidità.
Secondo me tra l’idea di uno scrittore o casa editrice e la pubblicazione di un libro manca, spessissimo, una cosa sola: un essere umano intelligente, quello che dice, grazie alla sua cultura e onestà intellettuale (anche se non sempre le due cose stanno assieme) “questo libro fa schifo” o “questo libro non lascerà alcuna traccia”. Mi fa sorridere che per promuovere la lettura o per salvare le librerie ci inventiamo certi festival o certe iniziative accattivanti - che è giusto che ci siano, ci mancherebbe - quando basterebbe all’interno del sistema letterario la presenza di un uomo intelligente. Di uno che sappia, dopo aver studiato e faticato, che cosa è giusto e cosa è sbagliato, che cosa potrebbe trainare quella che noi continuiamo ostinatamente - e non sempre vedendoci chiaro - a chiamare cultura e che cosa, invece, è sterile o inappropriato.
martedì 8 aprile 2014
Quanti anni abbiamo
del Disagiato
Qualche mese fa ho visto tre film, film d’animazione, di Hayao Miyazaki, regista (fumettista, animatore e tante altre cose) giapponese che non conoscevo e che mi era stato caldamente consigliato da un amico con queste parole: “se ti piace il cinema non puoi non conoscere i film di Miyazaki”. Per non essere da meno, e quindi per rimediare, ho visto Porco rosso (per me il più bello dei tre), La città incantata e Il mio vicino Totoro (che tenerezza Totoro sotto la pioggia, vero?). Bellissimi film d’animazione, non c’è che dire, ma la mia impressione è che le opere del regista giapponese siano adatte ai bambini più che ad un pubblico adulto, adulto come me e come l’amico che, bastardo, mi ha fatto sentire in colpa. Insomma, non riesco a capire come persone della mia età (ho superato i trent’anni da un pezzo), che ormai dovrebbero avere confidenza con un cinema molto più complesso per la profondità e per i ritmi delle storie, possano considerare capolavori questi film. Che per me, ripeto, possono essere molto divertenti e, perché no, istruttivi per i bambini, per i ragazzini.
Sempre in passato un’esperienza simile mi è capitata con Gipi, bravissimo fumettista italiano che qualche giorno fa è entrato, con Unastoria, tra i nomi degli scrittori che potrebbe vincere il Premio Strega 2014. A parte la polemica sulla liceità o meno della sua presenza tra gli scrittori italiani (che scrivono libri e non fumetti), la sua graphic novel La mia vita disegnata male la trovai bella ma certo non veicolo così potente da riuscire a trasmettere un problema, cosa che dovrebbero fare i libri. Anche qui ho come l’impressione che le graphic novel d'autore come quelle di Gipi siano buone per chi non ha voglia o tempo di leggere, per chi, come i più o meno giovani, non ha ancora una certa capacità di afferrarsi unicamente, esclusivamente, alle parole, alla punteggiatura, ai lunghi periodi. Miyazaki e Gipi sono artisti bravissimi, ma il cinema e la letteratura stanno altrove, in zone molto più difficili da raggiungere. E per questo non riesco a fare mio l’entusiasmo di molti di voi.
sabato 5 aprile 2014
Se stiamo fermi
del Disagiato
Pubblico una bella pagina di Leonardo Sciascia rubata a un suo breve saggio che si intitola L’”Omnibus” di Longanesi (in Fatti diversi di storia letteraria e civile). Perché ritagliarla e metterla qui? Forse per accarezzare una sorta di sotterranea invidia che a volte sale in superficie, che si fa sentire quando sento dire “parto”, “scappo”, “cambio vita e paese”, “vado a fare esperienza altrove”. Così avrei voluto dire e fare io, in passato, l’altro ieri, ieri. Ma ancora nutro la bella speranza di poterlo dire domani, dopodomani, anche se difficilmente, ma chissà, questo accadrà. Ho invidiato con rabbia – una rabbia mai cattiva, mi viene da dire – i “giovani Erasmus” che sono andati a studiare fuori dall’Italia per capire l’Italia o le cose d’Italia: perché anch’io avrei voluto cambiare, lasciare, “fare esperienza”, “allargare i miei orizzonti”, perché anch’io avrei voluto avere la possibilità di uno sguardo più ampio, a “360 gradi”. Ma contraddittoriamente non ho mai creduto – ancora per invidia, per rabbia, sicuramente – a questa cosa che più ci si muove e più si capisce, che più persone si incontrano più si è aperti, comprensibili, sensibili e intelligenti. Ho viaggiato, sì, ma più o meno i miei giudizi e le mie riflessioni sulle cose e sulle persone del mondo sono partite sempre dalla stessa postazione: da qui. Da qui però possiamo fare lo sforzo di chi si mette in punta di piedi per vedere cosa succede là in fondo, dove non abbiamo potuto, voluto andare, per pigrizia, per poco coraggio. E forse è questo sforzo, questa insoddisfazione, questo tentativo a volte utile a volte inutile, che ci mette alla pari con chi invece là ci è andato, con chi si è mosso. Se non alla pari, quasi. Anzi, a volte, a me, sembra di aver visto di più. Ma lo dico per invidia, per rabbia, sicuramente:
Leo Longanesi (1905); Mario Soldati, Dino Buzzati, Enrico Morovich (1906); Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Guido Piovene (1907); Elio Vittorini, Mario La Cava, Cesare Pavese (1908). Scrittori tra loro diversi, di diversa estrazione, di diversa valenza: e uso l’espressione “diversa valenza” nel senso della diversa vocazione di ciascuno a combinarsi con le “occasioni” esistenziali, storiche, culturali; e insomma con i sentimenti, le ragioni e gli errori del tempo. Ma li si può raggruppare in una specie di pleiade generazionale per il fatto, che tutti li include, del guardare altrove: ad altri paesi, ad altre letterature; più o meno avvertitamente, più o meno coscientemente, sentendo il disagio, l’angustia, la remora della condizione italiana; e cioè di quella provincialità endemica che il fascismo potenziava ed esaltava.
E qui bisogna intendersi, anche se siamo nell’ovvio: provincialismo non è il vivere in provincia e il fare della provincia oggetto di rappresentazione, il vivere quella vita, il conoscerla e il rappresentarla: provincialismo è il serrarsi nella provincia con appagamento, con soddisfazione, considerandone inamovibili e impareggiabili i modi di essere, le regole, i comportamenti; e senza mai guardare a quel che fuori della provincia accade, senza riceverne avvertimenti, stimoli, provocazioni al pensare feconde, alla visione della realtà fermentanti. A Roma, a Milano, a Parigi, e scrivendone, e tentando di darne rappresentazione, si può essere tanto provinciali che in un paese della Sardegna, della Sicilia, del Friuli. Ora quel che il fascismo esaltava, dicendosene figlio di vigorosa salute, era un provincialismo appunto in sé appagato, in sé soddisfatto, che nulla vedesse e ascoltasse di quel che nella stessa provincia e nel mondo insorgeva a contraddirlo. E di ciò gli scrittori che abbiamo nominato, che ne avessero chiara o confusa coscienza, che si sentissero tout court fascisti o fascisti di un certo fascismo o nettamente antifascisti, sentivano l’angustia e aspiravano alla trasgressione.
domenica 23 marzo 2014
A vedere sempre le cose a peggio
del Disagiato
Magari in questi anni mi sono perso qualcosa per strada, ma la mia impressione è che in Italia – qualcuno dice che è la patria, o tra le patrie, del calcio – non c’è stato ancora un regista così abile da fare un bel film sul calcio, come negli Stati Uniti hanno fatto con il football o con il baseball. La colpa, forse, è del calcio stesso, uno sport che non riesce a farsi raccontare e descrivere dal cinema. O forse, più semplicemente, i registi italiani non sono ancora capaci a raccontare lo sport che la maggior parte degli italiani ama o subisce (ama e subisce). Mi sembra che un film quasi decente – secondo me una valida recensione, sul sito Ondacinema, è questa – sul rugby sia invece comparso. Si intitola Il terzo tempo e il regista è Enrico Maria Artale. Ripeto, non è un film splendido, o assolutamente da vedere, per il motivo che allo sport si intrecciano una storia d’amore (a mio parere un vizio del cinema italiano è quello di metterci sempre, ovunque, una storia d’amore) e una storia di riscatto, rendendo così il tutto a tratti dispersivo e “già visto e sentito”. Vale la pena di vederlo perché l’ingombrante sentimento dello stare tutti uniti, senza strappi, per arrivare al successo, e la retorica che sta attorno all'ottimismo obbligatorio e al terzo tempo rugbistico, e cioè quel tempo in cui i giocatori e i tifosi, insieme, dopo la gara, festeggiano non la vittoria della partita ma la partecipazione alla partita, vengono messi, anche se non duramente, in discussione. Durante la pausa l’allenatore chiede ai suoi giocatori cosa manca per riacciuffare il risultato, in quel momento disastroso, e c’è chi dice che mancano le palle, chi dice che manca la concentrazione, chi la testa e chi il cuore. E allora il protagonista, romanaccio, che da pochissimi giorni conosce e pratica il rugby, interviene:
Io non ci ho mai creduto a questa stronzata del cuore. Io non ci ho mai creduto negli sfigati, non ho mai creduto che uno che è abituato a perdere un giorno alza la testa e vince, perché non ho mai creduto nei perdenti, nei falliti, nelle mezze pippe, come voi. Come noi. Quello che vi voglio dire è che a vedere sempre le cose a peggio, a pensarla sempre male ti senti più forte, perché ti aiuta, ti protegge. Però a volte ti puoi pure sbagliare e io oggi sono sicuro che mi sbaglio.
Ecco, a me sembra un discorso sensato, anche se, quasi sempre, secondo noi, non ci sbagliamo.
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