lunedì 30 giugno 2014

Come l'ultimo Orazio

del Disagiato

Ricordate la vecchia leggenda romana? Siamo nell’epoca di Tullo Ostilio re, più o meno 600 anni prima di Cristo. Fra Roma e Alba Longa infuria l’ennesima guerra. Stanche di morti e sacrifici, le due città decidono di giocarsi la guerra in un ultimo scontro. A nome di tutti si affronteranno tre fratelli gemelli romani, gli Orazi, e tre albani, i Curiazi. Per Roma sembrava un massacro definitivo, ma l’unico Orazio rimasto in campo ebbe un’idea favolosa. Si mise a correre come se scappasse lungo una strada stretta stretta; i Curiazi gli si gettarono dietro quasi ciecamente. D’improvviso l’Orazio si fermava, si girava e infilava con la spada il Curiazio che lo stava inseguendo più da vicino. Sorpresi dallo stop repentino e certamente non astutissimi, i Curiazi a uno a uno andarono a scagliarsi addosso alla sapiente spada dell’ultimo Orazio. 

Questo breve racconto non è tratto da una pagina di un libro di storia ma dalla pagina di un libro di Mario Sconcerti (sì, ancora lui, scusate) che parla di calcio e che tenta di spiegare perché la tattica del catenaccio all’italiana – un mediano che arretra sulla linea dei terzini - provocò negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso molto malumore in tutto il mondo. Perché mai una squadra che si è difesa ha vinto contro una squadra che ha attaccato? Il più forte vince, o no? “Il punto centrale è aspettare gli avversari nella propria metà campo, costringerli ad attaccare in spazi molto ristretti e conquistare alle loro spalle spazi enormi per il contropiede”. Insomma, grosso modo come fece l’ultimo Orazio, con la sua spada, la sua corsa e la sua astuzia.

sabato 21 giugno 2014

I numeri e gli aggettivi

del Disagiato




Fino a un po' di tempo fa lo scrittore Antonio Pascale mi piaceva tanto. Ha scritto racconti – bellissimo S’è fatta ora – e ha scritto anche saggi sulla cultura e la scienza in Italia – vi consiglio, se ancora non li avete letti, Solo in Italia e Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì ma cosa. Nonostante da anni, e sempre con una certa meraviglia, vada interrogando Pier Paolo Pasolini – per me un intellettuale che ha detto molte cose e pure importantissime – di Pascale apprezzavo la sua principale teoria, denominatore comune evidente se si leggono i suoi libri: in Italia siamo troppo pasoliniani e cioè diamo esagerata importanza a ciò che non è dimostrabile, agli aggettivi e non ai numeri. Nel 1974 Pasolini scriveva sul Corriere della Sera (ora "Il romanzo delle stragi" in Scritti Corsari) di sapere chi erano i colpevoli e i complici senza averne le prove. Lo sapeva perché lui era un intellettuale: 
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. 
Ecco, Pascale dice che per comprendere e non avere pregiudizi dobbiamo invece sapere con le prove e i numeri. Come possiamo avere un sensato giudizio sugli organismi geneticamente modificati e i cibi biologici se non sappiamo con tutte le certezze del caso? Come possiamo affrontare gli ostacoli con gli aggettivi e non i numeri? Dobbiamo essere meno umanisti, questo Pascale dice. E io, in parte, anche se grande sostenitore di Pier Paolo Pasolini, mi sono lasciato convincere, ho fatto un duro lavoro su me stesso per correggermi, per essere, appunto, meno pasoliniano: se non so, se non ho le prove, se non ho i numeri, perché devo sostenere che le tradizioni contadine erano un’ottima opposizione al progresso omologante deciso e attuato dai borghesi capitalisti? Come posso dire che la nostra povertà era la nostra ricchezza (ricchezza interiore, questo voleva dire Pasolini)? Lo posso dire solo perché metto insieme i pezzi? No, dice Pascale, non lo posso dire. Servono i numeri, perché i numeri (e non gli aggettivi) ci hanno allungato la vita. Pure Roberto Cotroneo lo ha detto qualche giorno fa: i pasoliniani hanno invaso il web, con le loro accuse e patetiche nostalgie. E insomma, mi sono sentito in colpa per il mio sapere senza averne le prove, mi sono sentito in torto per aver pensato che le esigenze materiali non sempre, quasi mai, vanno d’accordo con le esigenze interiori. Anche prima, scrivendo quel “ricchezza interiore” tra parentesi, mi sono vergognato un po’. Perchè è anche vero che bisogna cambiare, correggersi, raddrizzarsi, badare alla realtà essendo realisti e non poetici. Bellissime pagine, dunque, quelle di Pascale, quelle su noi e il cattivo rapporto che abbiamo con la scienza, con le cose concrete e misurabili. Mi sono levato di dosso molti pregiudizi, ho conquistato consapevolezza, o perlomeno un accenno di metodo, su argomenti che rischiavano di colonizzarmi: i prodotti biologici non sono migliori degli Ogm, una volta non si stava meglio, il progresso ci ha fatto progredire, la civiltà contadina era una civiltà di poveri analfabeti che soffrivano la fame e il freddo. 

Antonio Pascale ha parlato del rapporto precario che c’è tra gli italiani e la scienza (tra gli italiani e la realtà delle cose) in questi libri: Non è per cattiveria; Solo in Italia; Scienza e sentimento; Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì ma cosa; Questo è il paese che non amo; Pane e pace. Il cibo, il progresso e il sapere nostalgico e poi in tanti articoli scritti per siti e quotidiani. Il suo ultimo libro, Le attenuanti sentimentali, storia di uno scrittore che non riesce a dare trama alle idee, affronta sempre, ancora, gli stessi argomenti, quasi con le stesse parole: siamo troppo pasoliniani, gli Ogm, i cibi biologici, l’eccessiva importanza che stiamo dando agli aggettivi a discapito dei numeri e via dicendo. E leggendo questo libro pensavo all’accusa che è stata fatta ad Antonio Scurati da Pippo Russo e cioè di aver messo alcuni passi di un suo vecchio libro (Il bambino che sognava la fine del mondo, 2009) nella sua ultima pubblicazione (Il marito infedele, 2013), probabile vincitore del Premio Strega. Ci pensavo, anche se Le attenuanti sentimentali non è in concorso e l’autore non copia come avrebbe fatto Scurati. Volevo però dire che Pascale in questo suo ultimo libro scrive le stesse cose che scrive in tanti altri libri precedenti. Mi è sembrato di leggere le stesse pagine, le stesse parole, gli stessi concetti. 

Cotroneo nell’articolo di cui vi parlavo prima dice che per i pasoliniani “quello che serve non è voltare pagina, ma stare sulla stessa pagina e ripeterla con forza, retorica e intensità”. I pasoliniani saranno così ma lo è pure Antonio Pascale dicendo che dobbiamo essere meno pasoliniani e che dovremmo usare più i numeri, come fa con intelligenza il suo amico Dario Bressanini, un chimico che nei suoi libri di divulgazione scientifica e nel suo blog cerca di spiegare, tra le tante cose, che gli Ogm non sono il male e che dovremmo essere più in sintonia con i numeri e meno con gli aggettivi. Ecco, magari sto esagerando, ma siccome sono ancora un po’ pasoliniano e quindi di parte (come un ex fumatore che tiene comunque un pacchetto di sigarette nel cassetto), ho come la sensazione che in Italia anche quelli che hanno un buon rapporto con i numeri fanno fatica a cambiare pagina e a non ripeterla con forza, retorica e intensità. Come Antonio Pascale, che ripete, da anni, ossessivamente, la stessa cosa: e cioè che dobbiamo cambiare.

sabato 14 giugno 2014

Evviva, ha colpito ancora

del Disagiato

Più di un anno fa, in un mio post, fui molto contento di parlare di Mario Sconcerti e di calcio. Ecco un brano:  
Mario Sconcerti, naturalmente per chi ancora non lo conoscesse, è un giornalista e opinionista sportivo. Scrive, poco, per il Corriere della Sera ed è ospite fisso di un programma sportivo di Sky Sport. Ha scritto libri bellissimi: Storia delle idee del calcio, La differenza di Totti e, uscito poco più di un mese fa, Il calcio dei ricchi. Ci sono poi anche altri libri (uno su Roma e Romolo, che nulla c’entra con lo sport) e, come avrete capito, scrive di calcio. Solo che non scrive esclusivamente di calcio. Il pallone, i giocatori, le tattiche, gli schemi, i soldi e le scelte sono, nei libri di Sconcerti, una conseguenza delle scelte che abbiamo fatto noi, più o meno tifosi, nel mondo, nella nostra società, nella nostra casa e nella nostra stanza. Nei suoi libri si parla di noi come punto di partenza per arrivare sui campi da gioco, sugli spalti, sulle panchine. Una nazionale di calcio è, sostiene Sconcerti, come è il suo popolo: gioca in difesa (ad esempio la Germania che esce dalla guerra) se il suo popolo è, in quel momento, sulla difensiva; gioca in modo estroso (il Brasile), se il suo popolo è caloroso e per nulla timido; se una nazione è felice gioca un calcio felice, se una nazione è triste gioca un calcio triste. Il calcio nasce e fiorisce dove c'è il mare, dove ci sono commercianti e marinai. 

Oggi Luca Di Ciaccio, sul suo blog, pare contento di scrivere un post: su Sconcerti, il calcio e altre cose. Ecco un brano. 

Sto leggendo un libro. Il pallone, i giocatori, le tattiche, gli schemi, i soldi e le scelte sono, nei libri di Sconcerti, una conseguenza delle scelte che abbiamo fatto noi, più o meno tifosi, nel mondo, nella nostra società, nella nostra casa e nella nostra stanza. Nei suoi libri si parla di noi come punto di partenza per arrivare sui campi da gioco, sugli spalti, sulle panchine. Una nazionale di calcio è, sostiene Sconcerti, come è il suo popolo: gioca in difesa (ad esempio la Germania che esce dalla guerra) se il suo popolo è, in quel momento, sulla difensiva; gioca in modo estroso (il Brasile), se il suo popolo è caloroso e per nulla timido; se una nazione è felice gioca un calcio felice, se una nazione è triste gioca un calcio triste. Il calcio nasce e fiorisce dove c’è il mare, dove ci sono commercianti e marinai. Forse ha ragione chi sostiene che una nazionale di calcio è come è il suo popolo: gioca in difesa se il suo popolo è, in quel momento, sulla difensiva; gioca in modo estroso se il suo popolo è caloroso e per nulla timido; se una nazione è felice gioca un calcio felice, se una nazione è triste gioca un calcio triste. 

È la terza volta - e chissà, magari anche di più - che indovino cosa Di Ciaccio scriverà in futuro.

Aggiornamento: Il post ora è stato cancellato dal suo blog, ripulito e ripubblicato. L'originale lo potete comunque trovare qui.


martedì 10 giugno 2014

Per un cappello

del Disagiato




(Attenti, racconto come va a finire, o quasi, un lungo viaggio)

Nel film Nebraska di Alexander Payne un anziano signore toccato dalla vecchiaia e anche un po’ dall’alzheimer si convince di aver vinto tantissimi soldi: un milione di dollari. Una lettera lo informa che per ritirarli deve raggiungere un ufficio di Lincoln, nello stato del Nebraska, e così il vecchio uomo, in stato confusionale, si incammina lungo la statale trafficata della sua città. Ma proprio quando il suo lungo viaggio ha inizio, un poliziotto lo intercetta, lo ferma e lo porta tra le braccia del figlio, che cerca di spiegargli che quella lettera in realtà non è un avviso importante e unico ma solo un foglio pubblicitario che chissà a quante persone è arrivato. Ti fanno credere di aver vinto ma in realtà vogliono propinarti un abbonamento, dice il figlio al padre. Ma il padre insiste di aver vinto. No, non hai vinto, invece. Certo che ho vinto e voglio assolutamente ritirare quel milione di dollari, per potermi poi comprare un compressore e un furgone. Contro il parere della madre e del fratello, il figlio decide di accompagnare il padre in questo lontano ufficio, di intraprendere con lui un lungo e inutile viaggio. E in questo viaggio, come in tanti altri film del genere, ai personaggi capiterà di conoscersi un po’ di più, di scoprire il perché di certe scelte, il motivo di certi umori e rancori che durano tutta una vita. Nel frattempo, però, il figlio continua a spiegare al padre che quel milione di dollari non esiste. E il padre insiste che il milione di dollari è là ad aspettarlo. No, non è vero. Sì, è vero. No. Sì, invece. E insomma, l’anziano uomo nonostante l’evidenza si costruisce una sua realtà, fino a quando la segretaria del famoso ufficio di Lincoln non gli dice che il milione di dollari non c’è – “mi dispiace ma il suo numero non è tra quelli vincenti” - ma che se vuole può avere in omaggio un cappello o un cuscino. Rassegnato e silenzioso il padre accetta un cappello. Magra consolazione (ma il film non finisce qui). 

E io, magari sbagliandomi, ho compreso che tutto il film non parla di un vecchio signore ostinato e fuori di testa ma parla di noi e della strada che ogni giorno facciamo per raggiungere un lontano ufficio, il nostro milione di dollari con il quale poi comprarci un nuovo compressore e un nuovo furgone. Gli altri ci hanno avvisato: il milione di dollari non esiste. E noi a sostenere che invece quella cifra c’è, eccome. E il giorno dopo siamo noi a dire all’amico testardo la stessa cosa: guarda che il milione di dollari non esiste. Quando la segretaria offre al vecchio protagonista il piccolo premio di consolazione, mi sono commosso tanto. In quell’esatto momento ho pensato che se ci andrà bene, alla fine, ci accontenteremo di un banale cappello o magari di un comune cuscino. Quella, nonostante le nostre aspettative e convinzioni, sarà la nostra ricompensa per aver vissuto, per aver frequentato gente, per aver stretto mani, per aver detto cose vere o false. E forse dovremo accontentaci, muti e rasseganti, come il vecchio uomo di questo film. Sempre che sia vero che il milione di euro non esiste, come gli altri, con tutti i loro mezzi, ogni giorno vogliono farci credere.

giovedì 5 giugno 2014

Connettore


del Disagiato


In questi mesi ho provato a descrivere e a raccontare, spesso in maniera ombelicale, lo stato di salute delle librerie e dei librai. L’ho fatta, questa descrizione, osservando soprattutto la mia esperienza e cercando di ricavarne qualche risposta. Perché le librerie, i librai, i libri sono cambiati? Perché là fuori la cultura e le scelte delle case editrici sono cambiate. La libreria non è più un luogo di difesa o un posto che vende strumenti per guardare e giudicare il mondo perché la libreria è diventata il mondo, come il mondo. Con un certo ritardo ho scoperto che esiste un premio letterario che si chiama Prada Feltrinelli: “Nato come connettore trasversale tra moda e letteratura, il premio Prada Feltrinelli si rivolge a nuovi scrittori di talento...”, recita il sito Feltrinelli. Ecco, quel “connettore trasversale” illumina, a mio avviso benissimo, la complicità che si è creata tra un’importante casa editrice italiana – che oltretutto dovrebbe essere una casa editrice di sinistra, marxista, e incarnare un’opposizione totale alla nostra società – e una casa di moda, attenta alla superficie delle cose, al lato grezzo del mercato, al marketing. Hanno lo stesso modo, Feltrinelli e Prada, di guardare “ i segni di un mondo che cambia”, gli esseri umani, le cose e i fatti della vita? A questo punto la risposta è sì. E questo è grave.

mercoledì 4 giugno 2014

Le distanze

del Disagiato

Riporto un brano del libro-intervista Un millimetro in là di Marino Sinibaldi, che sto leggendo in questi giorni, perché mi ha fatto ripensare al romanzo di Aldous Huxley, Mondo nuovo, e a quello che un personaggio, il Governatore del Nuovo Mondo, dice a proposito della nostra felicità e infelicità: tra il desiderio e il suo soddisfacimento ci stanno i sentimenti. E per tenere a bada i sentimenti dei cittadini il Governo deve ridurre questo spazio, fino ad annullarlo: “Giovani fortunati! Non è stata risparmiata alcuna fatica per rendere le vostre vite facili dal punto di vista emotivo; per preservarvi, nei limiti del possibile, dal provare qualunque tipo di emozione”, dice il governatore. Pubblico qui le parole di Sinibaldi non tanto per dire che è meglio andare in libreria o in un negozio di dischi piuttosto che acquistare un libro o un disco in rete, ma per ricordare a me stesso che la lettura e l’ascolto, un tempo, cominciavano già prima dell'atto, andando in una libreria o in un negozio di dischi. E questo, forse, ha a che fare con l’educazione alla fatica, alla responsabilità e alla consapevolezza. 

La prima volta che sono entrato in Amazon … ho cominciato a cercare con la generica chiave “racconti” ed è uscito di tutto, dai testi di esordenti o sconosciuti fino alle raccolte degli scrittori più celebri: i racconti di Čechov, di Mark Twain, di Conan Doyle, di Virginia Woolf. E tutto costava pochissimo. Amazon aveva ovviamente già tutti i miei dati e quindi ho cominciato a ordinare nevroticamente. Ecco un’esperienza concreta dell’intreccio di gratuità (o quasi), povertà (non tutte le edizioni erano ineccepibili), velocità (bastava premere il tasto invio e il libro era qui). Ecco anche una sorta di irresponsabilità: avevo comprato almeno cinque raccolte di racconti e non avevo speso neanche 15 euro, credo. Capisci come tutto questo genera un elemento di nevrotica felicità, quasi una consumistica sindrome di Tourette: stai lì, clicchi nervosamente, prendi. L’esperienza per certi aspetti somigliava a quella che facevo da ragazzo entrando in quei Remainder dove c’era di tutto e costava abbastanza poco. Lì però sfogliavo, soppesavo, sceglievo, confrontavo. C’era comunque un dato fisico, compreso il pensiero di dove mettere i libri, come trasportarli, come riempire lo scaffale: tutti elementi di materialità che generano una specie di responsabilità, o anche solo di misura e sobrietà. Oggi invece lo scenario è una serie di prodotti gratuiti, poveri, leggeri, veloci, senza prezzo, peso e responsabilità. Puoi aprire cento siti di quotidiani, leggere vagoni di libri, visitare mille musei, ascoltare tutta la musica che vuoi senza che tutto questo comporti un qualunque movimento, uno spostamento o una spesa.

martedì 3 giugno 2014

Una rivoluzione?

del Disagiato

Ho letto questa brevissima intervista a Pierluigi Battista in cui si discute del suo nuovo libro, I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano, degli effetti della rivoluzione della stampa e della conseguente democratizzazione culturale, rinvigorita anche dalla rete e dalla maggiore possibilità d’intervento da parte del lettore e, se ho capito bene, del cittadino. Solo una riflessione. Secondo me la vera rivoluzione del passato è stata non la possibilità di stampare e pubblicare tanto ma di responsabilizzare (e pagare) un gruppo di intellettuali che filtrasse e giudicasse ciò che si voleva venisse stampato. Questo accadeva, e un poco ancora accade, nelle case editrici. Non solo, grazie a questi intellettuali, abbiamo letto ottimi libri (alcuni sono diventati classici) ma non ne abbiamo letti altri. E per fortuna. Chissà quanti romanzi o saggi sono stati bocciati per la loro scarsa qualità. È stato questo filtro – un filtro che per mezzo di una profonda, e a volte difettosa, riflessione ha sdoganato ma anche bloccato - che ha valorizzato la stampa: certamente anche la scrittura fu una vera rivoluzione ma una riflessione sulla scrittura ha fatto molto di più. La mia sensazione (ma è più di una sensazione) è che il vero problema, oggi, nelle case editrici e nelle librerie, non è la minaccia della censura (il libro bruciato è a sua volta una buona immagine che vende libri) ma la moltiplicazione scriteriata e assurda dei libri. Questo avviene perché i progetti sono mutati, perché manca il filtro: un gruppo di intellettuali che pensa che la quantità non è la qualità, che la cultura deve prendere le distanze, perlomeno inizialmente, dal marketing.

lunedì 26 maggio 2014

Prima di cena

del Disagiato

Questo è lo splendido cielo sopra Tavira, in Portogallo, poco prima della nostra cena.




giovedì 8 maggio 2014

Forse non è una buona notizia

del Disagiato

Quasi ogni giorno leggo che prossimamente uscirà un libro scritto da un libraio sul mestiere del libraio. “Il libraio si racconta”, “Diario di un libraio”, “La libreria vista da chi ci lavora” e altre ancora sono le formule che sintetizzano l’argomento. Un punto di vista che conosco bene e che pure io ho cercato di raccontare su questo blog con passione e, ma non sempre, con lucidità. Essendo un argomento che mi interessa e che a volte mi sta davvero a cuore, non posso che essere contento che chi lavora in libreria abbia qualcosa da dire, raccontare e descrivere. Mi sembra una cosa bella, insomma. Una cosa bella, ma non una buona notizia. Se è vero che i libri sono, o dovrebbero essere, la trasmissione di un problema (non per forza da risolvere, ma anche solo da guardare in faccia per capire qual è la malattia), allora significa che i librai e le librerie incominciano ad avere una paura. Così seria da raccontarla e condividerla, appunto. Non che i romanzi, i saggi e i diari debbano per forza essere scritti da persone in apprensione, ma sono dell’idea che chi scrive lo fa sì per fare un po’ di chiarezza e per portare un contributo, ma anche per fare la cronaca di una rottura o di una seria stortura. Per dire, con urgenza e magari indirettamente, solamente quello che non va.

Ingenuamente continuo a pensare che parlare di librerie e di libri significhi anche parlare di letteratura. Franco Fortini, in Verifica dei poteri, scriveva: “Non esiste problema della poesia o della letteratura che non sia della società. Qualsiasi discorso sulla letteratura e sulla poesia che per voler essere un discorso su di un distinto respinga le implicazioni, cioè le eteronomie, è obiettivamente errore e menzogna”. Non basta questa frase a confermare la mia sensazione, ci mancherebbe, ma secondo me i libri scritti dai librai non ci dicono solo quello che sta capitando alle librerie, ai libri e ai clienti ma anche (e chissà, forse soprattutto) quello che sta capitando alla società, a noi che in libreria non ci andiamo più. Prima ci andavamo e ora invece no. Alla letteratura e alla poesia, allora, sta forse capitando qualcosa di grave, anche fosse solo un mutamento che ci dispera per il dispiacere di non veder più le cose come erano prima. Un amico, qualche anno fa, mi confessò di essere diventato talmente serio e teso con se stesso da non riuscire più a piangere. Mi disse questo piangendo. Spero di non esagerare e di non allontanarmi troppo dal cuore del discorso, ma i blog (compreso questo) e i libri dei librai mi sembrano un po’ quel mio amico. Stiamo dicendo agli altri come non affondare affondando, pubblichiamo per dire che nessuno legge più le pubblicazioni. I post e le pagine certamente rimarranno utili come una scatola nera.

lunedì 5 maggio 2014

L'alto e il basso

del Disagiato




Sono una persona pigra, lo ammetto, anche se questa pigrizia riguarda principalmente il movimento, l’attività fisica. Nella mia pigrizia faccio rientrare altre attività che hanno a che fare meno con l’avventura ma più con l’”impegno” intellettuale (messo tra virgolette, perché non so esattamente se il mio sia davvero un impegno). Ho bisogno, insomma, di stimoli interiori e non esteriori. È banale sottolinearlo, lo so, ma ognuno è fatto a proprio modo: c’è chi per stare bene ha bisogno di uscire e fare qualcosa e chi preferisce invece stare in casa e fare qualcosa. Non amo fare paracadutismo ma leggere un libro o guardare un film. Cerco quindi di fare quello che faccio al meglio, e cioè di guardare buoni film e di leggere buoni libri, che nella mia pigrizia, detto terra terra, mi facciano crescere interiormente o che mi diano una rotta. 

Ho notato, però, di avere un problema: faccio fatica a capire quali sono i libri che vale la pena leggere e quali no; quali film meritano il mio tempo (che passa e diminuisce sempre di più) e quali invece sono da tralasciare. Colpa mia, che non ho ancora l’intuito spontaneo e la giusta attrazione verso la qualità e il giusto. Ma colpa anche dei giornali, delle riviste e dei siti che quotidianamente leggo, che con la stessa professionalità, e a volte lo stesso entusiasmo, discutono di film o libri di qualità e di film o libri adatti solo al divertimento e all’intrattenimento. È come se vivessi nello spazio, dove l’alto e il basso, infiniti, hanno poco valore, perché manca un soffitto, un pavimento: le cose ti girano attorno e basta. Mi fido solo degli amici, della loro parola, perché grosso modo sono come me. 

Per il resto navigo a vista. Il sito Il post, come ha detto giustamente Giuseppe Lipari ieri, “si è ritagliato una funzione che non fa nessun altro giornale ormai: spiegare come sono andate le cose”, argomentando con lucidità e competenza, evitando titoli ruffiani e truffaldini. Ma Il post, solo per fare un esempio, parla dei Simpson e di Bergman allo stesso modo, come se fossero degni dello stesso scaffale. Uguale uguale a Matteo Renzi che mesi fa ha dichiarato che i Simpson “sono più significativi di mille trattati di sociologia”. E allora, in modo confuso (perché sono confuso) mi chiedo se tutto è adatto a spiegare e interpretare il mio mondo. Quando leggo l’Unità, il Corriere, Il Giornale di Brescia vedo la stessa chiarezza e la stessa mancanza di gerarchia del Post. Mi sembra che ovunque, al di là del mio davanzale, ci sia un unico scaffale, dove c’è tutto. L’altra sera, all’Olimpico, il tifoso che dettava i ritmi del dramma calcistico era tatuato (solo di più) come chi, poi, ha cantato l’inno nazionale. E questo è quello che mi ha stupito della vicenda, nella rigidità della mia riflessione. Fatico a capire cosa è bene e cosa è male, cosa sta sopra e cosa sotto, cosa vale la pena prendere dalla rete e cosa invece rimettere in mare.

giovedì 1 maggio 2014

Il contenitore

del Disagiato

Dopo che in questi giorni il gesto di Dani Alves – che ha mangiato una banana gettatagli in campo da un tifoso razzista – è stato ripetuto da tifosi e sportivi in segno di solidarietà, Michele Serra, da uomo di sinistra, riflette invece brevemente sul tifoso razzista e sul suo disprezzo. Io a questo punto (e con la consapevolezza che queste righe non sono assolutamente necessarie) allungo la catena della riflessione pensando al calcio e a quanto questo sport ha in questi anni letteralmente colonizzato le nostre menti e le nostre anime (se mai esiste una vita interiore). Il calcio ci ha invaso, insomma: Dani Alves, il Barcellona, il marchio Nike, gli sponsor, i palloni fabbricati o cuciti chissà dove e da chissà chi e via dicendo.

martedì 29 aprile 2014

Non di come vivrà

del Disagiato




Giorgia Meloni ieri ha detto che Berlusconi avrebbe meritato la grazia di Giorgio Napolitano e che l’ex premier, accusato e condannato, andrebbe battuto “sul consenso della gente e sul piano della politica”. Giusto, quindi, per la Meloni, che Silvio Berlusconi continui a fare politica: perché ci sono ancora cittadini disposti a votarlo. Avrebbe, anche lei, ben accettato la grazia, quindi. Trovo che non ci sia nessuna corrispondenza tra il fare politica e i possibili voti. Non perché esiste chi può votare un fuorilegge deve di conseguenza comparire nel recinto della politica un fuorilegge disposto a farsi votare. Se c’è qualcuno disposto a votare un pazzo criminale non significa che un pazzo criminale debba stare in parlamento. Le parole, invece, di chi si è lamentato - dopo la sentenza di qualche settimana fa - che Silvio Berlusconi è già stato graziato con una pena leggera e non pesante – una pena che rappresenti il male che ha fatto, per intenderci – mi ha fatto ripensare a un articolo per me importante e bellissimo, Lasciate che Priebke torni a casa sua, di Adriano Sofri su Priebke, pubblicato da Repubblica il 5 marzo del 2004 (un altro discorso, non molto diverso, parte da questa lettera e si allarga sul suo libro Chi è il mio prossimo, Sellerio, 2007). Perché non mandare l'ex nazista a casa, vicino alla moglie malata, invece di tenerlo agli arresti domiciliari a Roma? Perché incatenare un uomo ormai vecchio e innocuo a questo modo? Riporto un lungo brano (abbiate pazienza) della lettera: 


Un minuto dopo la sentenza, sarei stato sollevato se Priebke fosse stato rimandato a casa sua. Non ha alcuna importanza, ai miei occhi, che uomo sia oggi, quali pensieri esprima o taccia sul suo passato, quali condoglianze o perdoni accetti o rifiuti di pronunciare. Riguarda lui. Forse riguarda i parenti delle vittime, ammesso che diano peso a ciò che lui dice o tace: non so. Per me non ha alcuna importanza. Non importa niente che uomo sia, ma che sia un uomo: un vecchio uomo innocuo e superfluo per chiunque, se non per la propria vecchia donna e per sé. Nessun calcolo politico, storico, giudiziario è più pertinente, se non la constatazione della protratta e provvisoria e imbarazzante esistenza in vita di un uomo. Così pensavo, anni fa ormai. Non ho mai cambiato quella opinione, e caso mai, il tanto tempo che è trascorso l' ha rafforzata. Sono venute da me le persone impegnate alla difesa e al sostegno a Priebke, mi hanno annoverato fra i destinatari di iniziative pubbliche - libri memoriali, cassette... Non ho letto i libri, non ho guardato le cassette. Non mi sembravano importanti per il punto in questione. Nella sua lettera al tribunale che lo giudicava, Priebke evocò l' atomica di Hiroshima, il bombardamento di Dresda, le fosse di Katyn: quel repertorio di orrori bastavano ad assolvere Priebke agli occhi di Priebke per una bagattella come le Fosse Ardeatine. Il vecchio nazista non farà più a meno di questo modo di pensare. Ma che cosa pensiamo del suo destino futuro non può aver niente a che fare con lui, la sua faccia, le sue parole pubbliche, i suoi sentimenti segreti. è affare nostro. Lui aveva 33 anni alle Fosse Ardeatine, ha ora novantadue anni, e quasi altrettanti ne ha la sua moglie malata. Non si tratta di sapere come e dove vivranno, ma dove e come moriranno. Se vogliamo che la notizia, sempre più imminente, ci dica che è morto in un arresto domiciliare romano, o in una casa lontana sua e della sua donna. Nel primo caso pochi ne proveranno una gioia, e sarà comunque amara, molti ne proveranno solo un disagio, a tanti non importerà niente. Io preferisco che se ne sia già andato, che muoia a casa sua. Che qualcuno gli abbia detto, a quel suo viso impietrito: «Se ne va a casa!». Le persone della comunità ebraica romana scusino la mia indiscrezione, ma mi piacerebbe tanto che fossero loro a dire che non è questo che sta loro a cuore, il titolo di ergastolano e il luogo nel quale Priebke lasci questo mondo. E benché il perdono sia un sentimento e un gesto meraviglioso, non è neanche del perdono che si tratta qui, ma di voltare le spalle e il viso alla scena nella quale si consumerà il tempo estremo di uno che si prestò a essere un odioso nemico. Anche di Walter Veltroni sono amico abbastanza da dirgli che una manifestazione in favore di Priebke, qualunque ignobiltà possa esservi inalberata - per esempio, un manifesto col suo nome e il mio - merita un' alzata di spalle, non una mobilitazione per impedirla. Non sarà una vergognosa giustificazione del militare che obbedisce agli ordini a procurare o inibire una misura di umanità nei confronti dell' antico nazista. Né è consolante che anche su questo si riproduca la fedeltà dei partiti alla propria geografia e demagogia, magari quella geografia riaggiustata per la quale la sinistra dà per imprescrittibile una persona e non un reato, e la destra la scavalca in intransigenza, perché così vogliono i tempi. Si chiede la grazia per Priebke: non so né se sia giusto, né se sia saggio. Penso però che anche fuori della grazia uno Stato abbia risorse legali per trasformare degli arresti domiciliari in Italia per ragioni di età e di salute in un' espulsione a un quartiere di Bariloche… 

Non fraintendete, non ho alcuna possibilità e voglia di accostare il nome di un criminale nazista a quello di Silvio Berlusconi (e poi Berlusconi non è ancora così anziano come lo era Priebke durante il suo processo), ma i toni che spesso leggo sui giornali, o in generale in rete, sono quelli di chi sta accusando un criminale nazista. Per me, comunque, non fa alcuna differenza: entrambi sono o, nel caso di Priebke, sono stati miei vicini di casa, di pianerottolo. Anche se il perdono è un gesto meraviglioso, qui non si tratta di perdono, però. Si tratta, secondo me, di valutare la realtà da persone non arrabbiate o vendicative. Appunto: non si tratta di che uomo sia Silvio Berlusconi, ma che sia uomo; non si tratta di sapere come e dove vivrà, ma come e dove morirà. Voglio pensarla così per non essere o diventare un essere umano cattivo, sia che io stia parlando di un semplice ladro di pecore sia che stia parlando di un criminale nazista.