martedì 15 aprile 2014

Una virgola

del Disagiato

Perdonatemi la noia e l’ostinazione (ve lo chiedo sinceramente) ma da ieri, dopo la parodia di Beppe Grillo, in rete si sta moltiplicando la versione, diciamo così, fallata della poesia che introduce "Se questo è un uomo". Nel verso 19, Coricandovi alzandovi, non c’è nessuna virgola (e a fine verso c'è un punto e virgola, non un punto). O almeno non c’è in nessuna delle tre edizioni che ho qui in casa. Quindi: o sbagliano i miei libri o sbagliano Beppe Grillo e il sito da cui lui è partito (e quindi Grillo non dovrebbe fidarsi tanto della rete, come dice spesso ad alta voce; invece faceva bene ad affidarsi ai libri, che nonostante tutto hanno ancora un po' di autorità). Lo so che è solo una virgola e so che la gravità (se mai c’è una gravità) della situazione non è certo su una questione di punteggiatura, però, solo per correttezza e un pizzico di passione personale, mi sembra più che lecito sottolineare che in queste ore si sta facendo un copia incolla curioso e indicativo. Sempre che non sia io a sbagliare, ovviamente.

lunedì 14 aprile 2014

"Stando in casa..."

del Disagiato

Tra i versi che anticipano e introducono il libro Se questo è un uomo di Primo Levi ce ne sono tre che mi emozionano particolarmente. Uno è più, diciamo così, vicino all'emozione:

Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno. 

Quando leggo "come una rana d’inverno" mi si ferma un po’ il cuore, come immagino a molti di voi, per una pena immediata e comprensibile che allarga i suoi confini. E poi ci sono altri due versi che trovo potentissimi:

Stando in casa andando per via, / Coricandovi alzandovi. 

Ecco, spero di dirla giusta, ma mi sembra di sentire proiettili e tragedia nel primo e nel secondo verso, non per una presenza (della t e delle d che battono) ma per un’assenza: l’assenza della virgola. Provo ad aggiungere una virgola a ciascun verso: Stando in casa, andando per via, / coricandovi, alzandovi. Mi sembra che i versi, così, siano meno o per nulla efficaci. Non sono la stessa cosa.

Cosa manca?

del Disagiato

Il blog Giramenti qualche giorno fa ha presentato un breve elenco di libri “stranamente in sconto al 60%”. “Stranamente” è ironico, ovviamente, visto che i titoli e i contenuti di questi libri sembrano dichiarare sin da subito un tragico insuccesso editoriale: Perché non mangiare gli insetti?; I porci comodi. Vita, morte e miracoli del porco; Decoupage. Regali per lui, e gli altri titoli li potete leggere voi per farvi un’idea di quello che quotidianamente (credetemi, quotidianamente) arriva dentro le scatole che i librai devo aprire. Premetto che tutti i tentativi delle piccole o grandi case editrici di iniettare nel mercato libri “curiosi”, “particolari”, “originali”, “alternativi” sono ben accetti. Le librerie è giusto che abbiano sui loro scaffali qualcosa di diverso ed è giusto, per fare un esempio, che il signor Alderton David abbia la possibilità di scrivere e pubblicare un corso di linguaggio felino sui gatti: perché ha fatto delle ricerche, perché ha studiato anni e anni, perché è stato un attentissimo osservatore, perché ha analizzato e confrontato e perché, soprattutto, aveva voglia di scrivere un libro su un argomento che gli stava a cuore. Siamo in molti a voler scrivere un libro, a mostrare agli altri quello che abbiamo dentro e quello sappiamo fare o dire. E quindi. 

Suonerebbe antipatico dire che le case editrici sono miopi e che dovrebbero valutare decisamente meglio la qualità di quello che pubblicano, per gli esiti culturali ma anche per quelli commerciali (le case editrici e le librerie devono far tornare i conti, giustamente). Suonerebbe antipatico se non fosse che i libri che meritano o meriterebbero molta più attenzione e maggiore permanenza sugli scaffali vengono letteralmente sommersi dai libri “curiosi”, “particolari”, “originali” e “alternativi”, con lo spiacevole risultato che in libreria silenziosamente entra il caos, chiaro prolungamento dell’abbondanza. È giusto dare spazio a tutti? Se il prezzo da pagare è troppo alto molto probabilmente no, non è affatto gusto. Qualche giorno fa ho letto le prime pagine del libro Il caso Cobain. Indagine su un suicidio sospetto, pubblicato dalla casa editrice Chinaski Edizione. La lettura parziale di questo titolo mi proibisce di fare una recensione approfondita e dettagliata, ma vi posso dire (e un pochino dovete fidarvi) che il libro è oggettivamente sconclusionato e scritto molto male. Un libro che verrà presto dimenticato ma che intanto ha ingolfato certe arterie che avrebbero potuto dare più respiro e movimento all’argomento e a chi questo argomento lo ha trattato con più professionalità e lucidità. 

Secondo me tra l’idea di uno scrittore o casa editrice e la pubblicazione di un libro manca, spessissimo, una cosa sola: un essere umano intelligente, quello che dice, grazie alla sua cultura e onestà intellettuale (anche se non sempre le due cose stanno assieme) “questo libro fa schifo” o “questo libro non lascerà alcuna traccia”. Mi fa sorridere che per promuovere la lettura o per salvare le librerie ci inventiamo certi festival o certe iniziative accattivanti - che è giusto che ci siano, ci mancherebbe - quando basterebbe all’interno del sistema letterario la presenza di un uomo intelligente. Di uno che sappia, dopo aver studiato e faticato, che cosa è giusto e cosa è sbagliato, che cosa potrebbe trainare quella che noi continuiamo ostinatamente - e non sempre vedendoci chiaro - a chiamare cultura e che cosa, invece, è sterile o inappropriato. 

martedì 8 aprile 2014

Quanti anni abbiamo

del Disagiato




Qualche mese fa ho visto tre film, film d’animazione, di Hayao Miyazaki, regista (fumettista, animatore e tante altre cose) giapponese che non conoscevo e che mi era stato caldamente consigliato da un amico con queste parole: “se ti piace il cinema non puoi non conoscere i film di Miyazaki”. Per non essere da meno, e quindi per rimediare, ho visto Porco rosso (per me il più bello dei tre), La città incantata e Il mio vicino Totoro (che tenerezza Totoro sotto la pioggia, vero?). Bellissimi film d’animazione, non c’è che dire, ma la mia impressione è che le opere del regista giapponese siano adatte ai bambini più che ad un pubblico adulto, adulto come me e come l’amico che, bastardo, mi ha fatto sentire in colpa. Insomma, non riesco a capire come persone della mia età (ho superato i trent’anni da un pezzo), che ormai dovrebbero avere confidenza con un cinema molto più complesso per la profondità e per i ritmi delle storie, possano considerare capolavori questi film. Che per me, ripeto, possono essere molto divertenti e, perché no, istruttivi per i bambini, per i ragazzini. 

Sempre in passato un’esperienza simile mi è capitata con Gipi, bravissimo fumettista italiano che qualche giorno fa è entrato, con Unastoria, tra i nomi degli scrittori che potrebbe vincere il Premio Strega 2014. A parte la polemica sulla liceità o meno della sua presenza tra gli scrittori italiani (che scrivono libri e non fumetti), la sua graphic novel La mia vita disegnata male la trovai bella ma certo non veicolo così potente da riuscire a trasmettere un problema, cosa che dovrebbero fare i libri. Anche qui ho come l’impressione che le graphic novel d'autore come quelle di Gipi siano buone per chi non ha voglia o tempo di leggere, per chi, come i più o meno giovani, non ha ancora una certa capacità di afferrarsi unicamente, esclusivamente, alle parole, alla punteggiatura, ai lunghi periodi. Miyazaki e Gipi sono artisti bravissimi, ma il cinema e la letteratura stanno altrove, in zone molto più difficili da raggiungere. E per questo non riesco a fare mio l’entusiasmo di molti di voi.

sabato 5 aprile 2014

Se stiamo fermi

del Disagiato

Pubblico una bella pagina di Leonardo Sciascia rubata a un suo breve saggio che si intitola L’”Omnibus” di Longanesi (in Fatti diversi di storia letteraria e civile). Perché ritagliarla e metterla qui? Forse per accarezzare una sorta di sotterranea invidia che a volte sale in superficie, che si fa sentire quando sento dire “parto”, “scappo”, “cambio vita e paese”, “vado a fare esperienza altrove”. Così avrei voluto dire e fare io, in passato, l’altro ieri, ieri. Ma ancora nutro la bella speranza di poterlo dire domani, dopodomani, anche se difficilmente, ma chissà, questo accadrà. Ho invidiato con rabbia – una rabbia mai cattiva, mi viene da dire – i “giovani Erasmus” che sono andati a studiare fuori dall’Italia per capire l’Italia o le cose d’Italia: perché anch’io avrei voluto cambiare, lasciare, “fare esperienza”, “allargare i miei orizzonti”, perché anch’io avrei voluto avere la possibilità di uno sguardo più ampio, a “360 gradi”. Ma contraddittoriamente non ho mai creduto – ancora per invidia, per rabbia, sicuramente – a questa cosa che più ci si muove e più si capisce, che più persone si incontrano più si è aperti, comprensibili, sensibili e intelligenti. Ho viaggiato, sì, ma più o meno i miei giudizi e le mie riflessioni sulle cose e sulle persone del mondo sono partite sempre dalla stessa postazione: da qui. Da qui però possiamo fare lo sforzo di chi si mette in punta di piedi per vedere cosa succede là in fondo, dove non abbiamo potuto, voluto andare, per pigrizia, per poco coraggio. E forse è questo sforzo, questa insoddisfazione, questo tentativo a volte utile a volte inutile, che ci mette alla pari con chi invece là ci è andato, con chi si è mosso. Se non alla pari, quasi. Anzi, a volte, a me, sembra di aver visto di più. Ma lo dico per invidia, per rabbia, sicuramente: 

Leo Longanesi (1905); Mario Soldati, Dino Buzzati, Enrico Morovich (1906); Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Guido Piovene (1907); Elio Vittorini, Mario La Cava, Cesare Pavese (1908). Scrittori tra loro diversi, di diversa estrazione, di diversa valenza: e uso l’espressione “diversa valenza” nel senso della diversa vocazione di ciascuno a combinarsi con le “occasioni” esistenziali, storiche, culturali; e insomma con i sentimenti, le ragioni e gli errori del tempo. Ma li si può raggruppare in una specie di pleiade generazionale per il fatto, che tutti li include, del guardare altrove: ad altri paesi, ad altre letterature; più o meno avvertitamente, più o meno coscientemente, sentendo il disagio, l’angustia, la remora della condizione italiana; e cioè di quella provincialità endemica che il fascismo potenziava ed esaltava.  
E qui bisogna intendersi, anche se siamo nell’ovvio: provincialismo non è il vivere in provincia e il fare della provincia oggetto di rappresentazione, il vivere quella vita, il conoscerla e il rappresentarla: provincialismo è il serrarsi nella provincia con appagamento, con soddisfazione, considerandone inamovibili e impareggiabili i modi di essere, le regole, i comportamenti; e senza mai guardare a quel che fuori della provincia accade, senza riceverne avvertimenti, stimoli, provocazioni al pensare feconde, alla visione della realtà fermentanti. A Roma, a Milano, a Parigi, e scrivendone, e tentando di darne rappresentazione, si può essere tanto provinciali che in un paese della Sardegna, della Sicilia, del Friuli. Ora quel che il fascismo esaltava, dicendosene figlio di vigorosa salute, era un provincialismo appunto in sé appagato, in sé soddisfatto, che nulla vedesse e ascoltasse di quel che nella stessa provincia e nel mondo insorgeva a contraddirlo. E di ciò gli scrittori che abbiamo nominato, che ne avessero chiara o confusa coscienza, che si sentissero tout court fascisti o fascisti di un certo fascismo o nettamente antifascisti, sentivano l’angustia e aspiravano alla trasgressione.

martedì 1 aprile 2014

Tutti

del Disagiato



Quella che vedete sopra è la nuova pubblicità del marchio Tezenis, che vende intimo femminile in mezzo mondo. Ho voluto metterla qui e condividerla con voi perché il suo motto – sottolineato senza mezzi termini da queste ragazze in mutande e reggiseno - ha molto a che fare con i libri e con le librerie: sotto sotto ogni ragazza è una pop star. Le case editrici in questi ultimi dieci anni hanno adottato politiche molto discutibili e così i librai, i titolari delle librerie e chi, bene o male, ha avuto la possibilità e la capacità di fare o rappresentare la cultura italiana, per mezzo dei libri stessi o della televisione. Abbiamo sbagliato in tanti, e tanto. Se i lettori diminuiscono e le librerie chiudono non significa che siamo dentro a un disastro, ma che siamo davanti alla prima o seconda pedina del domino che farà cadere tutte le altre, a catena. Rimango del parere, parere che si sta facendo convinzione, che chi oggi si sta preoccupando per il destino delle librerie e della letteratura (spesso, ma non sempre, queste due cose vanno assieme) ha un nemico molto più spietato degli errori che i librai e le case editrici hanno commesso fino ad oggi. Non è Tezenis, il nemico, ma la diversità sempre più impressionante tra quello che noi, ansiosi e preoccupati, vogliamo e quello che vuole la maggior parte della gente; tra quello che accade e si propone in libreria e quello che accade e si propone di fuori, nel mondo.

Lo so, le pubblicità adatte alle ragazze e ai ragazzi sono sempre esistite, però mi sembra (e aspetto di venir smentito) che mai come oggi siano state così pressanti, diffuse o addirittura ubique le tecniche per far sì che sotto sotto ogni ragazza possa essere una pop star. Tutte le ragazze possono sognare, in un sogno ben alimentato quotidianamente, di diventare come queste, dello spot: belle, energiche, divertenti e divertite. Naturalmente non è così. Abbracciata acriticamente questa convinzione indotta, a un certo punto della vita sbatteranno contro il muro, violentemente, senza alcun riparo. La verità è l’opposto di quanto dice Tezenis: la verità è che sotto sotto tutte le ragazze stanno escogitando un modo per non diventare come le loro mamme e i ragazzi come i loro padri. Ma la realtà è lì che li aspetta. Noiosamente mi faccio la stessa domanda di sempre: in un mondo così, quale spazio dare ai libri? Quale e quanto spazio dare a una libreria? Provo a rispondere: nessuno. Non è tutta colpa delle scelte fatte da chi fa e vende libri, questo volevo sottolineare. La realtà è più dura ancora, e il nemico molto più forte, per chi ama l’odore della carta e le belle parole. A Brescia, e nei centri commerciali di Brescia, i negozi Tezenis sono pieni, le libreria sono vuote: perché i librai, le librerie, i libri e quindi la letteratura, non promettono alcuna speranza, un certo tipo di gioia o modo di essere. Non promettono nulla di interessante e, soprattutto, di immediato. 

giovedì 27 marzo 2014

Dimenticarsi

del Disagiato


In rete, e in passato anche su questo blog, ho scoperto con molto piacere - e lo dico distante da qualsiasi ironia, ironia che rischierebbe di rendere poco credibile e seria questa riflessione – che c’è più gente con una fortissima passione per la scrittura che per la lettura. Questa passione va, a parer mio, rispettata, perché è anche grazie al mio e al nostro rispetto che chi ha passione riesce ad andare avanti, a non mollare, a inseguire i propri sogni. Il sogno di cui parlo – e continuo a fare riferimento a quello che leggo sul web e a quello che sento dire da conoscenti e amici – è quello di scrivere e pubblicare un libro. Sono contento che esista la passione e che ci sia qualcuno disposto (d’altronde è la sua vocazione) a difenderla con tutte le armi che ha a disposizione, poco o tanto micidiali che siano. Mi sono però accorto di una cosa e cioè che spesso chi ha passione e chi vuole inseguire il proprio sogno finisce per diventare una persona ottusa, ostinata, lanciando la propria vita verso lo smarrimento, con tanto di rincorsa.

La mia impressione è che la passione e la troppa fedeltà ai propri propositi portino alla cecità e alla nevrosi. I sogni non trasformano un brutto libro (la maggior parte dei libri di chi mi dice di voler diventare scrittore è, secondo me, mediocre) in un bel libro. I libri continuano a essere illeggibili, nonostante l’autore nella vita abbia un sogno, nonostante nella vita non sappia fare altro, non voglia fare altro. A un certo punto le energie impiegate, il più delle volte inutilmente, per raggiungere la metà dovrebbero portare un po’ di stanchezza, un po' di silenzio, un po’ di voglia di fare altro. Anche solo per una breve pausa. Un mattino, secondo me, dovremmo alzarci dal letto senza le nostre passioni e i nostri maledetti sogni, non per indifferenza ma per troppa passione. Mollare quello che sempre abbiamo voluto fare, o dire, per troppo sentimento, per ingovernabile amore. Forse, questa è la vera passione: talmente tanta da non saperla più dire, da non volerla rendere pubblica. Solo per noi, mentre facciamo altro.

domenica 23 marzo 2014

A vedere sempre le cose a peggio

del Disagiato




Magari in questi anni mi sono perso qualcosa per strada, ma la mia impressione è che in Italia – qualcuno dice che è la patria, o tra le patrie, del calcio – non c’è stato ancora un regista così abile da fare un bel film sul calcio, come negli Stati Uniti hanno fatto con il football o con il baseball. La colpa, forse, è del calcio stesso, uno sport che non riesce a farsi raccontare e descrivere dal cinema. O forse, più semplicemente, i registi italiani non sono ancora capaci a raccontare lo sport che la maggior parte degli italiani ama o subisce (ama e subisce). Mi sembra che un film quasi decente – secondo me una valida recensione, sul sito Ondacinema, è questa – sul rugby sia invece comparso. Si intitola Il terzo tempo e il regista è Enrico Maria Artale. Ripeto, non è un film splendido, o assolutamente da vedere, per il motivo che allo sport si intrecciano una storia d’amore (a mio parere un vizio del cinema italiano è quello di metterci sempre, ovunque, una storia d’amore) e una storia di riscatto, rendendo così il tutto a tratti dispersivo e “già visto e sentito”. Vale la pena di vederlo perché l’ingombrante sentimento dello stare tutti uniti, senza strappi, per arrivare al successo, e la retorica che sta attorno all'ottimismo obbligatorio e al terzo tempo rugbistico, e cioè quel tempo in cui i giocatori e i tifosi, insieme, dopo la gara, festeggiano non la vittoria della partita ma la partecipazione alla partita, vengono messi, anche se non duramente, in discussione. Durante la pausa l’allenatore chiede ai suoi giocatori cosa manca per riacciuffare il risultato, in quel momento disastroso, e c’è chi dice che mancano le palle, chi dice che manca la concentrazione, chi la testa e chi il cuore. E allora il protagonista, romanaccio, che da pochissimi giorni conosce e pratica il rugby, interviene: 
Io non ci ho mai creduto a questa stronzata del cuore. Io non ci ho mai creduto negli sfigati, non ho mai creduto che uno che è abituato a perdere un giorno alza la testa e vince, perché non ho mai creduto nei perdenti, nei falliti, nelle mezze pippe, come voi. Come noi. Quello che vi voglio dire è che a vedere sempre le cose a peggio, a pensarla sempre male ti senti più forte, perché ti aiuta, ti protegge. Però a volte ti puoi pure sbagliare e io oggi sono sicuro che mi sbaglio. 

 Ecco, a me sembra un discorso sensato, anche se, quasi sempre, secondo noi, non ci sbagliamo.

giovedì 20 marzo 2014

I miei libri

del Disagiato

Siccome bisognava riempire una biblioteca “povera”, il sindaco di Lampedusa meno di un anno fa fece un appello: Help, qui mancano libri. E la risposta non mancò, visto che a rispondere furono in moltissimi. A un certo punto, addirittura, a Lampedusa consigliarono di smetterla, che di volumi ne erano arrivati abbastanza. I più, sui giornali e in rete, sottolinearono la sensibilità dei lettori italiani, infelici di vedere un luogo senza biblioteca aggiornata e senza una libreria che fosse un punto di riferimento. A me venne invece da pensare che alla gente, ai lettori, importava così poco dei loro libri che stavano sugli scaffali o rinchiusi negli scatoloni in cantina, da arrivare a regalarli. Certo, per una giusta causa. Così come a me oggi poco importa della maggior parte dei libri che ho in casa. A volte, come fa l’investigatore privato Pepe Carvalho, tutta questa carta la brucerei. Ma non ho camino e fuoco da nutrire. Anni fa non comprendevo quel gesto da piromane – i libri sono sacri, i libri li bruciavano i fascisti, mi dicevo - oggi, invece, lo comprendo benissimo. 

Mi priverei di un’altissima percentuale di libri. La maggior parte di questi non ha avuto e non ha ancora oggi alcun valore: ciò significa che in vita mia ho perso tanto tempo anche con la lettura, perché mi sono fidato delle case editrici e perché ero ingenuo (ora, siccome non si migliora mai, lo sono verso altre questioni). Guardando la mia libreria comprendo anche che leggere mi è servito a poco e che leggere non ha contribuito in nessun modo a cambiare il mio e il vostro mondo. Continuo a essere infelice, come lo ero una volta, appassionatamente. Terrei con me i libri di Primo Levi, di Pier Paolo Pasolini, di Michel Houellebecq, di Giovanni Giudici, di Franco Fortini, di Italo Calvino e di pochi altri. Questi sono scrittori che, come si usa dire stupidamente, porterei su un’isola deserta. Scrittori che non mi hanno reso felice ma più infelice ancora. Ma infelice in maniera disciplinata. Scrivendo di Verga e di mastro don Gesualdo, David Herbert Lawrence disse: “Gesualdo è un uomo comune, dotato di energia eccezionale. Tale è, naturalmente, nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà”. Non sono siciliano ma ho il vizio (un vizio ostinato) di appropriarmi della condizione degli altri, anche se in nulla somigliano alla mia. “Ma egli è umano. E qui salta fuori la difficoltà”, ora scrivo, allargando a dismisura la questione, per fare un personalissimo punto della situazione. Si vive con difficoltà, quindi. Nonostante i libri letti che riempiono la stanza.

mercoledì 5 marzo 2014

Per salvarsi

del Disagiato



Durante e dopo la crisi economica argentina che cominciò nel 2001, molte fabbriche abbandonate dagli imprenditori vennero - oggi possiamo dire con successo – occupate e riorganizzate dagli operai che nel frattempo erano rimasti senza lavoro e quindi senza alcuna fonte di sostentamento. Lo racconta Aldo Marchetti nel suo libro "Fabbriche aperte" e in un’intervista pubblicata da MicroMega. Nel 2002, ci dice Marchetti, i lavoratori ridiedero vita a circa 130 fabbriche, nel 2012 invece erano circa 210 le imprese portate avanti non da una cooperativa ma da una autogestione. Perché tra cooperativa e autogestione c’è differenza: nella prima c’è una democrazia delegata, nella seconda una democrazia partecipata; nella prima le decisioni vengono prese da un consiglio d’amministrazione, nella seconda invece da tutti i lavoratori. C’è un passo dell’intervista che mi ha interessato particolarmente: 

Par­lia­mo di un pro­ces­so estre­ma­men­te com­pli­ca­to, che ha vi­sto an­che un pro­fon­do con­flit­to con le for­ze del­l’or­di­ne, le isti­tu­zio­ni, la ma­gi­stra­tu­ra, il go­ver­no. Mol­te di que­ste fab­bri­che oc­cu­pa­te in­fat­ti so­no sta­te pre­se di mi­ra dal­le for­ze di po­li­zia chia­ma­te a svuo­tar­le dei la­vo­ra­to­ri per ri­por­tar­le nel­le ma­ni de­gli im­pren­di­to­ri. A quel pun­to in­te­ri quar­tie­ri so­no sce­si in lot­ta per di­fen­der­le. Bi­so­gna in­fat­ti con­si­de­ra­re che nel frat­tem­po in Ar­gen­ti­na era­no sor­ti mo­vi­men­ti so­cia­li di gran­de por­ta­ta, co­me quel­lo dei di­soc­cu­pa­ti, del­le don­ne, ecc., che in que­sto cli­ma di cri­si pro­fon­da han­no co­sti­tui­to un ele­men­to so­cia­le di coe­sio­ne e so­li­da­rie­tà che ha con­sen­ti­to al­le im­pre­se re­cu­pe­ra­te di re­sta­re in pie­di. In mol­ti ca­si il quar­tie­re, i pi­que­te­ros o le as­sem­blee po­po­la­ri dei quar­tie­ri han­no pro­prio fat­to bar­ri­ca­ta da­van­ti al­le por­te del­le fab­bri­che, le han­no pre­si­dia­te per di­fen­der­le ma­te­rial­men­te dal­l’ir­ru­zio­ne del­le for­ze di po­li­zia. In­som­ma, at­tor­no a que­ste im­pre­se re­cu­pe­ra­te, si è crea­to un mo­vi­men­to di gran­de so­li­da­rie­tà. 

Mi ha commosso il fatto che a sbarrare la strada alla polizia e a difendere i lavoratori siano stati gli abitanti dei quartieri in cui stanno le imprese, abitanti che sicuramente avranno pure avuto degli interessi a prendere una posizione forte. Oltre al lavoro, quindi, è stata recuperata anche la solidarietà tra compaesani o concittadini, in un grave momento di difficoltà. Dove abito io, in un paese vicino a Iseo, non ci sono persone che cercano da mangiare nei cassonetti dell’immondizia e nessuno, credo, chiede la carità per strada, ma sta accadendo, invece, che chi prima lavorava in fabbrica – e in fabbrica non ci lavora più perché non c’è più lavoro – ora fa il pane dalle due alle cinque del mattino in un laboratorio (un mio vicino di casa mi ha raccontato questo), chi prima faceva l’imbianchino, come un signore che abita nella casa difronte alla mia, ora fa il magazziniere in un supermercato del paese, tre volte alla settimana e per poche ore. Insomma, mi sembra di aver capito che si è creata una piccola rete adatta ad ammortizzare uno schianto. O forse questa rete in parte c’era già prima, quando le vite non erano in bilico.

L’esperienza argentina letta in questa bella intervista mi ha detto qualcosa anche su quanto sta accadendo in questi mesi a Brescia, dove sono stati istituiti i “Consigli di quartiere”. I rappresentanti e gli esponenti di questi consigli possono essere eletti dagli abitanti di quel pezzo di territorio. Tutti, anche gli stranieri. Ecco, la Lega non vuole che gli stranieri votino e per questo ha tra i suoi progetti quello di fare un referendum, contro. Per qualcuno, a Brescia, quello della Lega è puro razzismo, per qualcun altro solo una triste e scontata propaganda. Sta di fatto che a me questa iniziativa sembra vada nella direzione opposta a quella che fino ad ora ho inteso come “solidarietà” e che qui, dove abito io, ha protetto qualcuno. Non che ci sia un collegamento o una vera vicinanza tra quello che è accaduto ormai più di dieci anni fa in Argentina e quello che sta accadendo oggi nel mio paese e nella mia città, ma ho come l’impressione che da quello che è successo in quelle fabbriche e intorno a quelle fabbriche, noi dovremmo ricavarci qualcosa. Non sono così retorico da scrive“insegnamento”, ma la tentazione di farlo è forte. Forse basta la parola “solidarietà”, che può rinvigorirsi solo includendo anche chi italiano non è, per mezzo della sua totale partecipazione e presenza, e del suo voto. Questo, utilizzando ancora la metafora, per tessere una resistente rete di salvataggio da mettere sotto di noi. "Un uomo non è un frutto!...Non puoi mangiare l'arancia e gettare la buccia", scriveva Arthur Miller in "Morte di un commesso viaggiatore".

martedì 4 marzo 2014

Eravamo diversi?

del Disagiato

Fino a cinque o sei anni fa le librerie non soffrivano quella che oggi viene chiamata la crisi del libro, venuta a galla per, così si dice, diversi motivi: decadenza culturale, più tempo speso in rete, acquisti fatti online (perché i libri costano di meno e perché i libri arrivano direttamente a casa), l’utilizzo di dispositivi più o meno adatti alla lettura che pian piano vanno perfezionandosi, meno soldi da destinare alle librerie e altro ancora. Una  volta, invece, era diverso, e da ex libraio posso testimoniarlo. Insomma, si incassava di più perché le librerie erano “un punto di riferimento” per i lettori forti e per i lettori occasionali. Oggi questo punto di riferimento si sta sgretolando o si è già sgretolato, e non è detto che questo sia un male per tutti. Però: quali libri vendevano i librai sei anni fa? quanti titoli uscivano dal negozio quando le cose andavano a gonfie vele e ancora non si parlava di decadenza culturale? I titoli venduti erano più o meno quelli che si vendono oggi e che possiamo leggere nelle classifiche settimanali o mensili. La differenza sta nel numero di copie. Il discorso di chi ama i libri e le librerie dovrebbe tenere conto anche del fatto che qualche anno fa non c’era più cultura e non c’era nemmeno più curiosità, ma c’era invece più gente che comprava, ad esempio, libri di Fabio Volo, di Giorgio Faletti, di Dan Brown, di Bruno Vespa, di Ken Follet, di Andrea Camilleri, scrittori che consideriamo di intrattenimento e che ancora oggi vendono molto. Ma non più come una volta. Faccio questa riflessione per sottolineare che la libreria anche qualche anno fa non era un luogo sacro, dove si faceva cultura. La libreria, è vero, per mezzo dei librai poteva darci la possibilità di conoscere autori defilati o sconosciuti (e questo non è poco, anzi), ma i titoli che le permettevano di essere solida e ricca erano gli stessi che vengono pubblicizzati oggi e che soddisfano le esigenze della maggior parte dei lettori contemporanei. Solo, ripeto, che di copie dell’ultimo libro di Faletti se ne vendevano tantissime. Oggi se ne vendono poche. In questo, secondo me, sta la crisi delle librerie. 

venerdì 28 febbraio 2014

Acqua e aria

del Disagiato


E poi sono stato a Cadice, città nella quale vorrei passare il resto dei miei giorni. Questo è solo un piccolo frammento del suo cielo e del suo mare, che tengo sempre in tasca e negli occhi.


giovedì 27 febbraio 2014

Far vincere la cultura

del Disagiato




"Il primo marzo compriamo un libro” è il titolo della nuova iniziativa organizzata dalla Fondazione Caffeina per incentivare le persone a investire in cultura, il vero motore di questo Paese. Il flash mob, nato quasi per caso sul web, che in poco tempo ha superato i 70.000 partecipanti, sta ancora crescendo in modo esponenziale. Tantissime le librerie di tutto il territorio nazionale - grandi catene e librerie indipendenti - che stanno aderendo al flash mob, promuovendo l'evento, proponendo sconti o organizzando altre iniziative. Come funziona: il primo marzo basta andare, con il segno di riconoscimento del flash mob, ovvero un nastro bianco sui vestiti, in qualsiasi libreria della propria città e comprare un libro, o più di uno. E ancora prima cliccare su “parteciperò” all’evento virtuale e condividere per far partecipare più gente possibile e quindi sensibilizzare sul tema cultura. 

Come avete letto qui sopra o come potete leggere sul sito della Fondazione, tra poco si promuoveranno e si sconteranno libri per – lo dico con un termine abusato ma in questo caso efficace – valorizzare la cultura. Ne approfitto per chiedermi cosa dovremmo mettere dentro la parola “cultura” visto che ogni partito politico (e i cittadini che votano i partiti) hanno idee diverse e molto personali sull’argomento. Per Bersani, ad esempio, una figura di riferimento culturale è Gramsci, per Renzi, invece, Jovanotti. Ci tengo anche a far presente che in questi ultimi tre o quattro anni le case editrici, e quindi le librerie, hanno centuplicato gli eventi e gli sconti sui libri, prima su una collana, poi su un’altra e via dicendo. Per noi librai era addirittura molto faticoso capire come e dove esporre i cartelloni colorati che pubblicizzavano le iniziative promosse per attirare gente. A nulla, però, è servito tutto questo e a nulla, temo, servirà il flash mob del primo marzo: non sono più libraio perché la libreria ha chiuso; tante altre librerie hanno chiuso o presto chiuderanno. Poi, secondo me, non sono i libri che portano cultura, ma è la cultura (che cos’è, da dove parte?) che dovrebbe portare ai libri.