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giovedì 18 settembre 2014

Solo domande

del Disagiato



Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? ("L'ora di lezione" di Massimo Recalcati, Einaudi, 2014)

Una domanda che ho letto ieri sera, poco prima di spegnere la luce e addormentarmi. E mi ha ricordato, un po’, le domande che mi facevo tanto tempo fa, quando ero un libraio, a proposito delle librerie e della cultura in Italia (le due cose dovrebbero abbracciarsi, ci siamo detti tante volte): come posso pensare a una libreria di qualità quando il mondo, lì fuori, non ha nessuna di queste qualità? come posso pretendere capacità di selezione e ponderatezza – e tante, tantissime altre cose che dovrebbero avere a che fare con l’intelligenza e l’attenzione - dagli editori ma anche dai partiti politici (dal mio partito politico) quando nessuno, o quasi nessuno, chiede che nel mondo ci sia capacità di selezione e ponderatezza?

domenica 6 maggio 2012

il «salasso»

di lo Scorfano 


Ora vorrei che mi faceste capire (senza ironia, vorrei proprio capire) una faccenda che stento a comprendere. Leggo che l'Imu sulla prima casa è un «salasso per le famiglie», per esempio; che è un «peso micidiale» (Bersani); che è una tassa «insopportabile» (Brunetta); che è «iniqua» (Di Pietro); che è «iniqua e insostenibile» (Alemanno); o che è addirittura «inaccettabile», tanto da legittimare qualsiasi iniziativa per cancellarla (Alfano); che abolirla sarebbe senz'altro «una mossa intelligente» (Vendola); fino alle dichiarazioni sconcertanti di ex ministri leghisti (che passano per statisti di tutto rispetto, tra l'altro), che hanno dichiarato che «non pagare l'Imu non è evasione fiscale» (Maroni); o che non pagarla è «legittima difesa per la tutela di un bene sacro» (Zaia); o che essa è una tassa «criminale» (Calderoli).

Dunque, io sono una famiglia: cioè lo sono con la mia compagna, benché lo Stato non ci riconosca come tale; dunque lo sono per conto mio, e senza detrazioni per familiari a carico, pertanto. E io sono un lavoratore dipendente (e pago quindi tutte le tasse, senza poter nemmeno scegliere); posseggo una casa, in un piccolo paese lacustre del bresciano, di tre locali e circa 70 mq (più un ampio box di pertinenza, come si suol dire), che è quella in cui vivo; l'ho comprata con il mio stipendio e con un po' di fortuna, come può talvolta accadere nella vita. Per anni ho pagato affitti che arrivavano anche a 600 euro mensili, ora non più; per anni ho anche risparmiato. Ora pagherò l'Imu, e dovrei, evidentemente, sentirmi defraudato. E però io faccio i conti (li faccio più volte, perché stento a crederci; ma la rendita catastale è quella, non si può sbagliare) e vedo che pagherò, per quest'anno (salvo aumenti comunali) 45 euro. In un anno. E dovrei considerarlo un «salasso». E dovrei essere arrabbiato.

mercoledì 18 aprile 2012

passi decisivi

di lo Scorfano

Io credo che, a prescindere dai dettagli tecnici, sulla questione dell'asta delle frequenze televisive sia il governo sia l'Italia si stiano in queste ore giocando molto della loro credibilità politica e anche una porzione importante del loro futuro. Io sono sempre stato, senza incertezze, tra coloro che non hanno mai smesso di credere e sostenere che l'unica vera anomalia italiana dell'ultimo ventennio fosse la questione del conflitto di interessi; il quale determinava (e tutt'ora determina, non dimentichiamolo) un eccesso di potere mediatico e politico nelle mani di una sola persona. E ho sempre pensato che questo eccesso fosse un autentico vulnus nella carne della nostra democrazia (non un regime, perché le parole pensano parecchio; ma una ferita profonda e dolorosa, questo sì e senza dubbio). Ecco perché mi aspetto che Mario Monti e il ministro Passera e il governo dei tecnici e dei sacrifici per tutti non cedano a nessun ricattonon facciano marcia indietro su questo tema; nemmeno un passo indietro. E mi aspetto che pure il Pd sia irremovibile, e senza distinguo né esitazioni. Perché, a prescindere dai dettagli tecnici, lo ripeto, mi pare che è su questo punto (la pluralità delle fonti dell'informazione televisiva, quella da cui dipende il 70% degli italiani) che ci siamo giocati gli ultimi vent'anni di politica italiana; e di cui stiamo peraltro già pagando, carissime, le conseguenze.

giovedì 12 aprile 2012

il rito del cattivo

di lo Scorfano


Un cattivo ci vuole per forza, in una storia che deve finire bene. E io credo che Roberto Maroni lo abbia subito capito, ancora prima che la storia leghista prendesse la forma e i contorni precisi che adesso ha preso: che un cattivo ci voleva e che doveva essere proprio uno molto cattivo, perché la storia era, questa volta, buia e pericolosa assai. E perché senza un cattivo che venga sconfitto e umiliato, non c'è redenzione né riscatto, e quindi non ci può nemmeno essere rinascita. 

Ma la rinascita ci deve essere, invece: e deve essere al più presto, e quindi ci deve anche essere un cattivo. Lo sa Maroni, ma lo sanno bene anche gli sceneggiatori e i produttori di Hollywood, come lo sapeva Dante Alighieri, autore della Divina Commedia, e come lo sapevano ancora meglio i tragediografi dell'antica Grecia: il male va riconosciuto, esibito in scena e poi scacciato; il male va guardato negli occhi e deve fare un po' paura, prima di essere scacciato. Il male deve avere una faccia e un corpo contro i quali ci si possa, innocentemente, scagliare.

mercoledì 4 aprile 2012

lusi, belsito e poi

di lo Scorfano

Dopo il caso del senatore Lusi, tesoriere della Margherita, adesso sarà il turno di questo signor Francesco Belsito, che si è appropriato di chissà quante migliaia di euro per conto o di se stesso, o della Lega, o della famiglia di Umberto Bossi, non si sa (toccherà alla magistratura, come si suol dire, accertare). Quello che invece si sa è che sia Lusi sia Belsito sono cognomi mai saliti prima alla ribalta delle cronache: cognomi che non avevamo mai sentito e che però avevano un grandissimo potere, visto che maneggiavano così tanti soldi pubblici provenienti dai rimborsi elettorali.

E intendiamoci: che ci fosse qualcosa che nella Lega non funzionava più, era abbastanza chiaro, a livello locale, da diversi mesi (e qui avevo provato episodicamente a raccontarlo). Ma mi pare che il dato più fragoroso di questa nuova vicenda leghista (a parte, naturalmente, la soddisfazione di vedere i leghisti che affannati si attaccano a tutto pur di salvare la reputazione -?- del loro capo) sia che lo strumento dei rimborsi elettorali non funziona: perché i soldi che questi partiti, anche i più piccoli, hanno a disposizione sono davvero troppi. 

venerdì 30 marzo 2012

fede e speranze

di lo Scorfano


E io già lo sospetto che penserete, leggendo, che sto deliberatamente esagerando; e me lo tengo, il mio sospetto, ma non riesco a non scrivere quello che mi è venuto in mente ieri, mentre tornavo a casa da scuola. E cioè che questo licenziamento di Emilio Fede, così improvviso e inatteso, tanto serale e anche un po' irreale, sia in realtà un segno: e che come tutti i segni debba essere interpretato. Che non sia cioè solo un licenziamento, ma che racconti anche di qualcos'altro, di una storia che davvero (chi ci poteva credere?) si è conclusa.

D'altronde quasi tutti ci ricordiamo che quella storia iniziò allo stesso modo, tanti anni fa: e che ci fu anche allora un direttore di giornale che se ne andò, proprio come l'altroieri se ne è andato (è stato «rimosso») il direttore di cui parliamo adesso.

giovedì 22 marzo 2012

la rinuncia di oggi

di lo Scorfano


Viste da fuori (e cioè: viste da uno che ci sta chiaramente dentro fino al collo, come sono io, ma che non ha affatto le competenze per capire nei dettagli quello che sta avvenendo e quindi si limita, semplicemente, a cercare di comprendere il quadro generale entro cui i dettagli stanno via via prendendo la loro forma), viste da fuori, dicevo, sia la crisi economica sia la cosiddetta riforma del mercato del lavoro, che in questi giorni occupa le prima pagine di tutti i quotidiani italiani, trovano una spiegazione piuttosto semplice e non del tutto, almeno per me, confortante.

Nel senso che, vista da chi non ha molte competenze tecniche oltre al suo banalissimo sguardo curioso, la crisi economica appare niente di più che che una redistribuzione su scala planetaria delle ricchezze del pianeta: che, fino all'altroieri, ci siamo goduti noi, accumulandole – seppure in varia misura – nelle nostre mani e sotto i nostri tetti, e finanche lamentandoci se qualcuno arrivava qui sui barconi a cercare di averne un pezzettino per sé e per i suoi figli: noi italiani intendo, noi europei, noi occidentali, noi che eravamo nel G7 prima e nel G8 dopo. 

martedì 20 marzo 2012

le ostriche del paese irreale

di lo Scorfano


Lo dico subito chiaro, come se dovessi togliermi un peso o un sasso da un scarpa male allacciata: non mi è per niente piaciuto il lungo articolo che ieri Galli della Loggia ha scritto per il Corriere della sera, e che portava il bel titolo di «Le ostriche del potere», e che è stato variamente ripreso e citato e ribloggato in rete.

Non mi è piaciuto per il tono, innanzitutto. Il tono che, a mio parere, nasconde un certo compiacimento e una buona dose di ruffianeria populistica, celata in certi piccoli ami nascosti tra le pieghe della sintassi. Ami piccoli ma per niente invisibili, in realtà; ami che finiscono per trascinare qualunque lettore alla superficie delle cose e per lasciarlo lì, come si fa con i pesci, nella facile e un po' apnoica sensazione di essere «diverso», diverso dalle «élites», diverso dai «politici» e da don Verzè, diverso dai piccoli industrialotti di provincia che scendono negli hotel della capitale, diverso da tutti coloro che vengono nominati nel testo e che sono poi i nomi che oggi stanno sulla bocca di tutti. Non mi piace questo passaggio, quindi:

giovedì 1 marzo 2012

uno scontrino, come altri

di lo Scorfano


Mi piacerebbe prendermela un po' con la giunta regionale di Formigoni, se non altro per l'antipatia che mi suscita il presidente della mia regione e per il disgusto che mi suscitano alcuni consiglieri della maggioranza che lo sostiene. Mi piacerebbe, ma questa volta io mi sento abbastanza d'accordo con quello che hanno deciso di fare e di prevedere.

Da oggi infatti, 1 marzo 2012, ogni volta che io, lombardo benché di adozione, andrò all'ospedale per un esame o una cura o un ricovero, ne uscirò con una sorta di scontrino virtuale, su cui sarà indicata l'entità del rimborso che mediamente la Regione versa alle strutture che hanno erogato la prestazione medica di cui ho goduto. Insomma, saprò quanto sono costato alla collettività, in termini di assistenza medica; e saprò quindi quale fine hanno fatto i denari che mensilmente io verso alla regione per le prestazioni sanitarie che essa fornisce. E voi, quando andrete a farvi un esame medico, saprete altrettanto: quanto siete costati a me, così come io sono costato a voi.

sabato 18 febbraio 2012

le mani di molti

di lo Scorfano


Forse, per chi come me aveva allora poco più di vent'anni, è inevitabile ripensare in questi giorni a quello che rappresentò, in quella nostra strana porzione di giovinezza, la stagione di «Mani pulite». È inevitabile perché la nostra educazione sentimentale, civile e politica si stava appena compiendo e strutturando, quando quella tempesta ci travolse e ci lasciò quasi tramortiti, nella difficoltà di comprendere e interpretare i fatti, le accuse, le possibili soddisfazioni e le preoccupazioni che forse avremmo dovuto avere. Fu «Mani pulite» invece, di botto. Furono i giudici sulle copertine dei settimanali e, credo io, fu quello che cambiò per sempre il nostro modo di vedere la politica.

Innanzitutto perché dopo «Mani pulite» fu Berlusconi, e questo, credo, è il caso di non dimenticarselo mai: che anche il berlusconismo è, almeno in parte, figlio (o figliastro) di quella stagione. Che per alcuni (che non fummo mai noi personalmente, ma questo poco importa) la novità attesa e invocata si incarnò proprio nel nostrano magnate dei media, nel padrone di quelle televisioni che già nel decennio precedente avevano inesorabilmente mutato l'immaginario comune e collettivo degli italiani. Mutazione che, forse, preparò in parte il terreno a quella disgregante stagione giuridica.

mercoledì 8 febbraio 2012

brutti tristi e infelici

di lo Scorfano


Io lavoro lontano da casa dei miei genitori. Mi sono spostato a diciannove anni (da loro incoraggiato e finanziato, peraltro) e non sono più tornato. Ho cambiato, in venticinque anni, una dozzina di case e almeno otto comuni di residenza: mia madre e mio padre non hanno mai visto molti di questi luoghi, anzi, a pensarci bene, ne hanno visti soltanto due. Ora abito sul lago, dove ho comprato una casa, ma per molto tempo sono stato in affitto a Milano, a Brescia, a Piacenza e in altri piccoli paesi del Nord dell'Italia, dove il lavoro mi portava. E, devo dirlo, mi è anche piaciuto questo moderno e confortevole nomadismo.

Adesso però c'è qualcosa che mi pesa, quando ci penso. C'è che i miei genitori sono invecchiati e non sempre stanno bene. Mio padre è già stato operato, è cardiopatico, ha più di settant'anni; mia madre invecchia rapidamente. E ogni tanto li penso, loro due lì da soli, nella casa in cui mi hanno cresciuto pensando solo al mio futuro, e il cuore si stringe a me, e mi pare brutto non poter fare qualcosa per loro, dopo tutto quello che loro hanno fatto per me. Certo, non sono abbandonati: c'è mia sorella, che invece è rimasta a casa e li ha felicemente resi nonni, che si può occupare di loro. Ma se non ci fosse lei, sarebbero guai: perché, purtroppo è così, le badanti costano care e i servizi sociali del comune non sono esattamente un modello di efficienza.

mercoledì 25 gennaio 2012

gli sfogati

di lo Scorfano


«Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato. L'importante è fare qualcosa bene: se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo; essere un secchione non è male».
Queste sono state, nella mattinata di ieri, le parole pronunciate dal viceministro del Lavoro, Michel Martone, alla sua prima uscita pubblica, che hanno fatto il giro della rete e scatenato un po' di osservazioni e qualche polemica passeggera. Ma, a bene vedere, sono parole che veicolano messaggi molto diversi e non tutti immediatamente riconducibili allo stesso concetto. E quindi anche un po' confusi.

venerdì 23 dicembre 2011

proprio e altrui

di lo Scorfano

Stiamo parlando e leggendo e discutendo di politica, ve ne siete accorti? Sì, ve ne siete accorti. Che non c'è più molto spazio per gli scandali sessuali, le dichiarazioni prive di senso, le feste e i bunga bunga, le polemiche sterili e le uscite soltanto provocatorie e le corna nelle foto e i neutrini viaggianti dentro i tunnel e per tutto quello a cui ci eravamo abituati negli ultimi tre anni. Da qualche settimana, invece, c'è la politica. C'è la riforma delle pensioni, ci sono i tassisti e le liberalizzazioni che non si faranno nemmeno questa volta, c'è pure (come il monolito di Kubrick, che spunta quando meno te lo aspetti) il dibattito sull'articolo 18, i pro e i contro, il bene e il male, i diritti e i doveri.

Stiamo parlando di politica, insomma. E magari è anche più difficile farlo: era più comodo per tutti quando c'erano ministri il cui passatempo preferito era dire sciocchezze e ai giornalisti (così come, nel nostro piccolissimo, a noi) restava soltanto il compito di smascherarle una per una, che era un incarico, onestamente, facilissimo e molto divertente. Adesso è diverso ed è anche un po' più complicato. Adesso bisogna prima capire, poi, con mille cautele, scrivere: sapendo che non avremo ragione; mentre prima eravamo sicuri di avere ragione, non ci potevano essere dubbi talmente avevano torto gli altri, e potevamo fare anche un po' i bulli, e lo facevamo.

martedì 6 dicembre 2011

la politica che dorme

di lo Scorfano

A me pare che il governo «tecnico» abbia fatto esattamente quello che doveva fare e che si sapeva che avrebbe fatto un governo «tecnico»: e cioè una manovra «tecnica». Poi leggo in giro molti commentatori (professionali e non) che si dichiarano delusi, che auspicavano «tutt'altro», che contestano la somma o i singoli addendi che determinano la somma, ma non mi pare che fosse questo «tutt'altro» il compito del governo dei tecnici bocconiani e dei docenti universitari.

Per esempio, tra tante cose che avrei molto gradito anch'io, ieri Alessandro Gilioli scriveva che quello che non c'è nella manovra tecnica del governo tecnico dei professori è che:
non c’è insomma il coraggio di cambiare passo, di mostrare una nuova visione, una cultura diversa, un’ipotesi alternativa di futuro.
Che è magari pure vero.  

giovedì 1 dicembre 2011

dimesso

di lo Scorfano

Troppe polemiche, un clamore ingiustificato e soprattutto negativo per i ragazzi [...] Ritengo che non ci siano le condizioni per un sereno svolgimento dell'attività didattica anche e soprattutto nell'interesse degli studenti [...] Gli eventi degli ultimi giorni hanno creato un clima tale da rendere impossibile il sereno svolgimento dell'attività didattica.
Con queste e con altre simili parole (per come sono state riportate dai quotidiani) Giovanni Scattone ha rinunciato all'incarico di supplente annuale al liceo Cavour di Roma, nonostante la strenua difesa e le bella parole di alunni e genitori di quella scuola. Per come si erano messe le cose (la protesta di alcuni giovani di estrema destra è stato l'atto più clamoroso), immagino che sentisse di non avere altra scelta. Al suo posto, credo, mi sarei dimesso anch'io, perché il lavoro di insegnante è già difficile di suo, anche senza spaventose polemiche esterne. Ma trovo che sia comunque una sconfitta per tutti e non so commentare oltre (a parte quanto già detto qualche giorno fa, con relativi e discordissimi commenti).

domenica 27 novembre 2011

diritti

di lo Scorfano

O crediamo nella giustizia italiana o non ci crediamo. Se ci crediamo, come sarebbe meglio e più opportuno, dobbiamo anche credere che il professor Giovanni Scattone, già condannato per l'omicidio di Marta Russo, abbia tutto il diritto di insegnare storia e filosofia dove la legge glielo consente, visto che su di lui non pende alcuna interdizione al lavoro nei pubblici uffici.  E non quindi perché, come lui sostiene «mi sono sempre dichiarato innocente»; giacché questo argomento non ha nulla a che vedere con la giustizia e con il fatto che egli è stato invece condannato, e quindi riconosciuto colpevole. E nemmeno perché i suoi alunni dichiarano che egli sia un insegnante «bravo e preparato» (meglio che lo sia, naturalmente, ma non è questo il punto). 

Il punto è che, obiettivamente, Scattone ha pagato il suo conto con la giustizia che, appunto, lo aveva riconosciuto colpevole.  Egli, se noi crediamo nella giustizia italiana, come sarebbe meglio per tutti noi e anche per lui, sarà per sempre un omicida. Ma questo, naturalmente, non gli toglie il diritto di lavorare, una volta che la sua pena sia stata da lui scontata, come infatti è accaduto; e nemmeno gli nega l'opportunità di essere un ottimo insegnante di storia e filosofia, che lavora negli istituti dove le graduatorie provinciali gli consentono di lavorare.

Credo che questo si chiami stato di diritto: l'alternativa potrebbe invece chiamarsi forca. Che, se non crediamo nella giustizia italiana, sarebbe la necessaria soluzione di ripiego. Ed è per questo che, tutto sommato, è meglio se ci crediamo.
 

venerdì 18 novembre 2011

«i politici»

di lo Scorfano

Oggi, quando sono entrato nella classe dei miei loquacissimi quindicenni (quelli dell'ortografia), si è alzata una mano e una voce mi ha chiesto: «Mi scusi, prof: cos'è esattamente un "governo tecnico"?». Io sono rimasto un attimo perplesso: dovevo spiegare il cursus honorum, in realtà. Poi ho visto che tutti erano attenti alla domanda e alla risposta; e ho pensato che sono anche il loro insegnante di storia (e geografia ed educazione civica) e allora ho provato a spiegare, come potevo.

Ho detto che è un governo il cui presidente e i cui ministri non sono uomini politici eletti tramite elezioni, ma sono esperti del settore di cui si occuperanno; è questo che significa l'aggettivo "tecnico". Però ho anche subito aggiunto che saranno i politici, in Parlamento, a dare fiducia a questo governo e quindi a permettergli di governare. E che quindi la politica c'entra sempre.

E uno ha detto: «E se i politici non gli danno quella fiducia?»

mercoledì 16 novembre 2011

nemmeno l'odio

di lo Scorfano

Non c'è nemmeno la malinconia dell'addio, guarda. Non c'è quel senso del tempo trascorso e destinato a non ritornare più, anni della nostra vita che se ne sono andati, non c'è quel sapore di amara dolcezza che ogni commiato porta inevitabilmente con sé. C'è solo un rassegnato sospiro di sollievo, invece. E non è per i neutrini del tunnel inesistente e nemmeno per quel Fogazzaro, peraltro così veniale, che è servito solo al mio quarto d'ora di celebrità sotto falso nome. Non è questo.

È piuttosto il casino, e lo dico volontariamente con parola triviale. Il casino che hai fatto ogni volta, in ogni occasione, per ogni presunta novità che introducevi, fosse stata essa il voto in condotta che faceva media o la necessità di tutte le sufficienze per essere ammessi all'Esame o l'obbligatorietà dei test Invalsi. Mai niente di chiaro, mai un decreto che fosse immediatamente comprensibile: solo comunicati deliranti dei funzionari del tuo ministero, e poi tue interviste che negavano quei comunicati, e poi nuovi comunicati che negavano le interviste. E ancora circolari in ritardo, dichiarazioni enfatiche sul merito e il rigore, mentre nella sostanza noi restavamo semplicemente a combattere con la cronica mancanza di fondi, con i tagli a tutto e dappertutto e con gli alunni e le famiglie degli alunni sempre più disorientati.

Non ce lo siamo mai meritati un datore di lavoro come te, davvero.

domenica 13 novembre 2011

ci mancherà?

di lo Scorfano


Io dico di sì, e lo penso davvero. E sono anche pronto a scommetterci, che ci mancherà. E non perché lo rimpiangeremo, ci mancherebbe: questo no senz'altro, anche perché non sapremmo bene cosa rimpiangere, ché in fondo, alla fine dei conti (sempre sperando che questa sia davvero la fine) non è mica ben chiaro cos'abbia fatto di buono. E anche, in verità, perché poco ha fatto in generale, oltre che occuparsi degli affari suoi e far perdere a noi troppo tempo prezioso.

Ma ci mancherà lui, nella sua terrea maschera di potente. Perché tutte le cose e le persone, nel male o nel bene, quando occupano la scena per tanto tempo, dopo ci mancano: perché lasciano un vuoto. E questo vuoto ci farà ricordare di lui, per molto tempo: non per settimane, secondo me, ma proprio per mesi. E questo vuoto che lui lascerà, inevitabilmente, ci dirà sussurrando che lui ci sta mancando. Che non possiamo mica sostituirlo con Angelino Alfano o con Lamberto Dini, via, non scherziamo! Alfano non è nessuno in confronto a lui. Lui, altro che Dini, altro che Alfano.

Anche perché l'uomo, bisogna ammetterlo, era generoso assai.

martedì 8 novembre 2011

gratitudine per gabriella

di lo Scorfano

Vorrei timidamente esprimere, in questa inutile sede, tutta la mia gratitudine all'onorevole Gabriella Carlucci, che in questi giorni ha lasciato il PdL per ingrassare le fila dell'UdC di Pierferdinando Casini, cuore inossidabile del cosiddetto Terzo polo. Lo voglio fare con convinta emozione, perché il suo passaggio (la sua fuga al riparo della tempesta prossima ventura, se preferite) sarà per sempre (per me) un ottimo argomento e un insuperabile antidoto per tutte le volte che qualcuno proverà a convincermi che la «convergenza al centro» della sinistra è una necessità non derogabile.

L'onorevole Carlucci infatti non è un'onorevole qualunque: starlette della tv berlusconiana prima, poi traslocata nelle aule del Parlamento, ella rappresenta alla perfezione la vacuità un po' arrogante che ci ha governato in questi anni. E le sue sciocchezze (di variegato e multiforme genere) hanno, in questi anni, attraversato il web in tutte le direzioni: ognuno di noi ne ha più volte riso scuotendo la testa. Ognuno di noi ha pensato che solo la follia berlusconiana delle vallette, dei nani delle ballerine e dei massaggiatori poteva concepire che sugli scranni più importanti del paese sedessero figure di tale impresentabilità, a cui, in qualche modo, ci siamo pure abituati.