Mi piacciono gli alunni che parlano, da sempre. Che dicono quello che pensano, anche quando non è scontato che lo pensino o quando è chiaramente diverso da quello che penso io, e che loro sanno che io penso. Mi piacciono gli alunni che quando li chiami e chiedi loro: «Cosa stai dicendo?», non rispondono «No, niente», come la stragrande maggioranza degli alunni fa, ma anzi dicono quello che stavano dicendo, che non è mai cosa facile; oppure inventano sul momento un'altra qualsiasi cosa, che a me va bene lo stesso.
Ma, più in generale, a me piacciono le persone che parlano, e soprattutto quelle che usano le parole non per scontrarsi, non per difendersi, non per costruire una trincea che li protegga dagli altri (come fa troppo spesso anche il silenzio), ma per il contrario. La parola come incontro, direi, se non mi suonasse un po' stucchevole il dirlo. La parola come possibile ponte, tra me che parlo e te che ascolti; o, meglio ancora (per me), tra te che parli e me che ascolto.