
Veniamo dall’Egitto per cambiare vita. Solo ora che si sta compiendo una rivoluzione mi rendo conto che altri, prima, hanno provato in modo tutto individuale a utilizzare la parola "cambiamento". Cambiamento non è certo rivoluzione, ma nella loro bocca, così come usciva, quella parola era carica di fatica ben riposta. La fatica del viaggio e della ricerca di un nuovo modo di stare appoggiati al mondo. Da noi, mi dissero ancora, non c’è lavoro, la situazione non è bella. Cinque anni fa io me ne fregavo delle terra africane perché ero felice, concentrato sull’amore di quei giorni di primavera.
Non conoscevo di certo i nodi politici, le strane alchimie militari e burocratiche che caratterizzavano, come ora, l’Egitto. Conoscevo ogni venerdì sera la loro cucina e la loro bellezza fisica, conoscevo i loro lineamenti extraterrestri per la presenza di umiltà e gentilezza. Mi impressionavano i movimenti pacati, l’assenza di ansia e scatti. E questi, pensavo ad alta voce, sarebbe gente in fuga? Sarebbe gente che combatte la povertà? Aspettavo il mio piatto pensando a questa cosa, mentre le casse di uno stereo sputava ritmi egiziani e la mia ragazza si addestrava malamente a quel tipo di amore, fatto di egiziani e kebab.
Li ho rivisti un mese fa (la mia ragazza non l'ho più rivista) dopo tantissimo tempo, nello stesso locale. Un locale con mobili rinnovati, due televisori appesi alle pareti e radio Deejay che schizzava dalle casse di uno stereo più grande. Mi hanno salutato con un accenno di riconoscimento e li ho visti diversi, come gatti strapazzati, pestati dal copertone di un autotreno, le guance cave sotto occhi abbattuti, le braccia senza la stessa grazia, dimagriti nel fisico e nello sguardo. Non somigliavano ai rivoluzionari che vedo ora in televisione, belli nel pianto e nella rabbia, grandiosi nella loro umiltà di servi.
Come va?, ho chiesto, e loro mi hanno sorriso dicendomi le cose vanno bene. Li ho visti e la mia impressione è che mi assomigliassero. Che assomigliassero a voi. Ho pensato soprattutto al cinismo e alla crudeltà del nord Italia, alla logica del montaggio narcisistico che ogni giorno ci vede impegnati per tenere in buona salute il mercato, i conti, il salvadanaio di tutta una nazione Ho pensato che il loro cambiamento è stato questo inserirsi nell’estensione del dominio della lotta, nella solitudine e rarefazione di parole e sentimenti che questa lotta comporta. Assomigliavano a noi, che in questi giorni guardiamo i rivoluzionari in televisione con accenno di invidia.
Non voglio che il popolo egiziano cambi. Che diventi come te e me.
Come cambi la gente lo si vede ogni giorno. Capire che è cambiata, invece, è un pregio riservato a pochi. Soffrirne è classe pura. La ‘liquidità’ della nostra società, ahimè, annacqua ogni cosa. Complimenti per la sua bellissima riflessione.
RispondiEliminaE io, signor Alan, la ringrazio molto per i complimenti e per la sua breve ma efficace riflessione.
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