sabato 5 febbraio 2011

metafisica di una riga nera

di lo Scorfano
 
Ho imparato tutto da una riga nera. Ho imparato la solitudine e la fatica, ho imparato quel po’ di letteratura, ho imparato la ribellione lenta e costante, ho imparato il desiderio di fuga e la fuga: tutto quando ero un ragazzo, poco più che un bambino, dagli 8 ai 17 anni. E tutto sempre e soltanto guardando quell’unica riga nera.

La mattina andavo a scuola, come tutti; poi tornavo a casa, poi facevo i compiti e studiavo, oppure ascoltavo la musica oppure leggevo oppure non facevo niente. Ma quando avevo finito di studiare, di leggere, di non fare niente, guardavo la riga nera. Perché la la riga nera c’era immancabilmente, tutti i giorni, sempre e per forza. Non c'era di domenica, ma la domenica non conta, anche Lui si è riposato. A volte la riga nera c’era anche la mattina, prima di entrare a scuola, e allora era terribile; e d’estate poi, era una specie di incubo: riga nera la mattina, riga nera il pomeriggio, sempre con quella riga nera. Tranne agosto, ma quello non conta, che tutti vanno in ferie, anche le righe più nere.

Dalla riga nera ho imparato prima di tutto la solitudine:       
         ho imparato a non averne paura, sapendo che è inevitabile, sapendo che l’incrocio con gli altri non è quasi mai un incontro ma piuttosto un intoppo, un piccolo ostacolo e che sei più tranquillo quando lo hai superato (a volte, invece, è miracolosamente un incontro: ma questo l’ho imparato molto dopo, quando non c’era più la riga nera; e quindi non conta). Ma comunque dalla riga nera ho imparato tanta, tantissima solitudine; e anche molto silenzio, naturalmente.

Dalla riga nera ho imparato anche la fatica, una notevole fatica: quella che fai quando pensi di non farcela più, quando ti pare che le braccia ti crollino e che le energie siano finite. E invece non lo sono: ne hai delle altre, che non sapevi di avere, le maledici, preferivi non averle: ma le hai e ti tocca proseguire, le braccia che si agitano, con quella riga nera sempre davanti, immobile, e tu a guardarla e a girarle intorno, continuamente, sperando che si spezzi, ma la riga nera non si spezza mai.

Dalla riga nera, stranamente, ho imparato la poesia e la letteratura, e di questo devo ringraziarla (anche se forse…): perché è bellissimo, da soli, morsi dalla fatica, maledicendo la fatica, recitare dei versi, degli incipit, guardando la riga nera, sfidandola anche. A dirle che c’è dell’altro oltre a lei, c’è dell’altro oltre alla sua immobilità circolare, avanti e indietro, sempre la stessa maledettissima riga, come se fosse un percorso obbligato, sempre lei, a scandire i tempi e le svolte e il ritornare costante sui propri passi, che però, ovviamente, non erano passi.

Dalla riga nera ho senz’altro e alla fine imparato anche la ribellione: non quella bruciante, che travolge tutto ciò che incontra. La ribellione che ho imparato io è stata lenta, quasi inavvertibile, come lo sono le crescite: ma ha corroso e disgregato, mi ha reso insensibile alle conseguenze del crollo e degli inevitabili addii. Ci ho messo nove anni a farla accadere, quella ribellione: ma quando è accaduta, tutto era per sempre diverso, io sarei stato per sempre diverso, la riga nera non ci sarebbe stata più. Avevo vinto, com’era inevitabile (ma a dodici o quindici anni non potevo saperlo che era inevitabile). Quindi sono uscito, ho preso qualcosa che mi asciugasse via la fatica e non sono più tornato. Così, di botto, da un giorno all’altro, senza chiedere il permesso. Avevo imparato tutto, dovevo soltanto andare e non tornare più.

Ho nuotato per quasi dieci anni, odiando il nuoto. Tutti i giorni per sei giorni alla settimana. Sempre con quella riga nera davanti agli occhi e con qualche ritmo (versi, canzoni, musiche) che mi suonava nelle orecchie e non mi avrebbe più dato pace. Ho nuotato per quasi dieci anni, odiando il nuoto, e il giorno che mi sono ribellato e ho detto basta (erano mia madre e mio padre che mi costringevano: si usava così, a casa mia, il nuoto faceva bene), e il giorno che ho detto basta, ho pensato che non avrei mai più seguito nessuna riga nera in vita mia. Ho pensato che non ci sarebbe stata più fatica, né solitudine, né voglia di mollare tutto e di andarsene, né percorsi concentrici sempre uguali, avanti e indietro, in un luogo che non comprendevo e che mi faceva stare male.

Ora so che mi sbagliavo.

9 commenti:

  1. Io credo che questo sia talento puro.

    Zagabart

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  2. lei sa scrivere professò. ma non le ho detto niente di nuovo

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  3. grazie, capo, lei è sempre gentile assai ;)

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  4. scorfano, a volte mi fai impressione. mi fa impressione vedere quante esperienze abbiamo in comune.

    io, ora, la amo, quella riga nera.

    http://varienoneventuali.splinder.com/post/21878722/accadueo

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  5. Io non so se ora la amo. Per 27 anni (giorno dopo giorno) mi sono rifiutato di entrare in una piscina che avesse righe nere. Poi tre anni fa un mio amico mi ha convinto.
    Da quella volta nuoto un paio di volte alla settimana per un'oretta. Faccio 100, 120 vasche: così, per rilassarmi.
    Ma non credo di poterla amare mai.
    Però, questo devo ammetterlo, è stato il tornarci che mi ha permesso di capire; altrimenti non avrei mai nemmeno capito.

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  6. Ti capisco. Io ne avevo cinque, di righe nere, che mi ossessionavano, tutte piene di macchie e segni, che dovevo leggere, interpretare, ripetere, seguire rigorosamente. Me ne sono liberato da poco, ed è stato bellissimo. http://plus1gmt.wordpress.com/2011/01/11/perdere-il-vizio/

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  7. Vi ho invidiato per tanto tempo, a voi del pentagramma. Vi ho pensato più fortunati di me, con la mia fottuta riga nera. Mi rendo conto che era un'invidia un po' malriposta, ma ancora adesso vi invidio un po'.

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  8. Io vi invidio ancora; proprio perchè un po' per noia un po' per incoscienza, da ragazzino abbandonai le 5 rihe per quella singola. Ed ora, a 40 anni suonati, sto ricominciando a studiare musica.

    Zagabart

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)