venerdì 30 settembre 2011

stessa spiaggia stesso mare (Purg. I)

di lo Scorfano

(Interno classe. Un professore legge, 24 alunni ascoltano e intervengono. L'aria è calda: si direbbe sia ancora settembre. Le parole di un poeta morto 690 anni e qualche giorno prima risuonano tra i muri ed escono dalle finestre aperte. Qualcuno, passando nel parcheggio accanto, ne può cogliere dei frammenti. Ma dei frammenti, ovviamente, non bastano.)

L'alba vinceva l'ora mattutina
   che fuggia innanzi, sì che di lontano
   conobbi il tremolar de la marina.                   117
Noi andavam per lo solingo piano
   com' om che torna a la perduta strada,
   che 'nfino ad essa li pare ire in vano.              120
(Chi, anche per caso, ascolta capisce subito di cosa si tratta: è il canto I del Purgatorio, verso la fine, è l'alba di una rinascita per il personaggio Dante, che finalmente è uscito dal buio spesso dell'Inferno: comincia - per lui e la sua guida, Virgilio - un altro viaggio, ma questa volta, benché in durissima salita, sarà un viaggio verso il cielo, la luce, la felicità. Un viaggio verso Beatrice, avrebbe detto qualche critico più capace del professore che sta spiegando.)

Prof.: «Ecco, ragazzi: io capisco che il verso 117, l'apparizione del mare tremolante, sia quello che più di tutti vi toglie il fiato: lo toglie anche a me, in effetti. Ma c'è anche altro, in queste due terzine: e ce lo troviamo, dell'altro, proprio perché continuiamo a pensare al mare.      Non dimenticatevi che Dante è appena uscito dall'Inferno, dal regno dell'infelicità; e ora, mentre il sole sorge e il mare appare luccicando, è lui stesso a riconoscere la «strada», quella che aveva «perduta» quando si era smarrito nella «selva oscura». È l'inizio di un altro viaggio, questo. Non si poteva fare, questo viaggio in salita, senza la discesa dei 34 canti che lo hanno preceduto; ma è comunque un altro, diverso viaggio... Tanto che Dante si guarda indietro e gli pare che tutta la via percorsa fino a quel momento sia stata in vano, inutile, senza scopo».

(I ragazzi ascoltano, nessuno per ora dice nulla: la cantica è nuova, il viaggio è nuovo, ci sono misure da prendere e parole da capire con calma. Il prof lo sa e aspetta. Poi legge un po' più avanti, sempre dallo stesso canto.)
Venimmo poi in sul lito diserto,                          
   che mai non vide navicar sue acque
   omo, che di tornar sia poscia esperto.         132
Quivi mi cinse sì com' altrui piacque:                 
   oh maraviglia! ché qual elli scelse
   l'umile pianta, cotal si rinacque                   135
subitamente là onde l'avelse.
Prof: «Eccoli, Dante e Virgilio sulla spiaggia che delimita la montagna del Purgatorio; eccoli mentre eseguono l'ordine di Catone l'Uticense, il guardiano del Purgatorio: e prendono l'umile pianta, un giunco simbolo di umiltà, di cui il personaggio Dante si dovrà cingere per cominciare la sua nuova strada. E però, prima della strada nuova...»

Un alunno: «Io lo so cosa c'è, adesso; io so cosa c'è prima della strada nuova...».

Prof, sorridendo: «Cos'è che sai?»

Un alunno: «So quello che adesso lei ci chiederà.»

Prof: «Va bene: allora dammi la risposta, visto che già conosci la domanda...»

Un alunno: «Ulisse. La risposta è: Ulisse».

(Molti altri alunni guardano il professore, per capire cosa sta accadendo. Ma alcuni, però, già sorridono soddisfatti. Anche loro hanno capito qual era la domanda e anche loro, adesso, sanno che la risposta che è stata data è quella giusta. La risposta è Ulisse, in effetti.)

Prof: «Sì, la risposta è Ulisse. E la domanda invece era: 'Di quale personaggio sta parlando Dante in questi versi?' E gli indizi, anzi direi: le prove schiaccianti, erano due. Qualcuno me le dice?»

Un'alunna: «Quando dice della spiaggia che mai non vide navicar sue acque / omo, che di tornar sia poscia esperto: quello è un indizio»

Prof: «Brava, infatti. L'uomo che fu visto da quella spiaggia, lito diserto, era Ulisse: che lì, con i suoi compagni e la sua nave, affondò e morì: lo aveva raccontato Dante nel canto XXVI dell'Inferno e noi lo abbiamo letto insieme l'anno scorso. E c'è qualcosa che puoi notare di come è costruito questo verso?»

Un'alunna: «Sì, l'enjambement... Perché isola la parola omo nel verso successivo, che diventa quindi tutto dedicato a Ulisse, l'uomo che è arrivato fino a lì e non ha poi saputo tornare a casa, l'uomo che già, prima di Dante, aveva visto, da vivo, quella montagna.»

Prof: «E poi c'è anche un altro indizio, forse più sottile...»

Un'altra alunna: «È com'altrui piacque, è quello l'altro indizio... alla fine del canto di Ulisse c'erano le stesse identiche parole. E lei l'anno scorso ci aveva chiesto di ricordarcele...»

«Prof: Infatti, è così: Tre volte il fé girar con tutte l'acque; / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com' altrui piacque, / infin che 'l mar fu sovra noi richiuso. E vi avevo chiesto di ricordarvele proprio perché sapevo che saremmo arrivati qui (non dimenticatevi mai: io so già come va a finire, questa storia). E sapevo che questo emistichio, com'altrui piacque, vi avrebbe definitivamente convinto che qui, di nuovo si sta parlando di Ulisse: anche perché altrui è Dio, a cui piace un viaggio e a cui non ne piace un altro. E infatti la mia domanda, adesso, è: Perché? Cosa c'entra Ulisse, qui?»

(Nessuno risponde. Un conto è riconoscere indizi, un altro ben più difficile conto è formulare teorie e interpretazioni. Gli alunni sono attenti in questo momento, e il professore sa che è adesso che deve insistere, non può aspettare troppo, altrimenti qualcuno si distrarrà.. E quindi risponde lui stesso, con calma.)

Prof: «Ulisse è l'altro uomo che, da vivo, è arrivato fin qui, a questo mare. Ma Ulisse ci è arrivato sfidando Dio, non seguendone la volontà. Il viaggio di Ulisse fino a questa spiaggia, dove è morto affondando con la sua nave, è stato un viaggio dettato dalla superbia, dalla volontà di conoscere l'inconoscibile, dal rischio di sfidare i limite della conoscenza dell'uomo. Ulisse non ha percorso l'Inferno per giungere fino a qui; non ha superato i suoi mali e le sue tentazioni; Ulisse ha soltanto vinto la forza del mare e la paura umana dell'impossibile. Ma questa non è virtù, questa è solo superbia, ci dice Dante: mentre l'unica virtù, l'unica vera forza, è l'umiltà, che infatti rinasce da se stessa.»

Un alunno: «Ecco perché il giunco!»

Prof: «Ecco perché il giunco, infatti: perché è simbolo dell'umiltà. Per rimarcare il distacco, l'opposizione decisa, il viaggio dantesco come un controviaggio rispetto a quello di Ulisse: qui, dove inizia un nuovo viaggio di Dante verso la felicità, qui era finito quello di Ulisse. È un inizio nuovo che coincide con una vecchia fine: Dante sa di non essere Ulisse, perché è convinto di essere molto di più di lui; perché il suo viaggio è voluto dall'amore di Beatrice che, in sostanza, è l'amore di Dio. E qui Dante rimarca con forza la sua unicità: ribadendo, tra l'altro, proprio la parola esperto: quella che lo stesso Ulisse aveva usato per convincere i suoi compagni al suo viaggio folle oltre i limiti umani: non vogliate negar l'esperïenza, / di retro al sol, del mondo sanza gente... Insomma, un canto che parla con un altro canto, famosissimo, e lo completa; un piccolo capolavoro di chiusura dei conti mentre si apre tutta una nuova, incredibile strada verso il cielo dei beati».

Un alunno: «È proprio la stessa scena, prof. Ed è come se Dante fosse un regista e ce la facesse vedere, identica, ma da due punti di vista diversi: prima dalla nave di Ulisse, con la telecamera che affonda insieme alla nave (infin che 'l mar fu sovra noi richiuso); e poi dalla spiaggia, fissando lo stesso mare di prima, quello che si era richiuso, limpido e tremolante, bellissimo e illuminato dal sole dell'alba, eppure anche così crudele. Il mare che tremola, prof, quel mare splendido e luccicante, è lo stesso che ha inghiottito il più coraggioso degli uomini... È quasi terribile, secondo me, prof.»

(E il professore risponde che sì, che forse c'è anche qualcosa di terribile, in questa scena. Poi la lezione prosegue, un po' lenta: gli alunni sono stanchi, il caldo è ancora asfissiante, il più è stato detto, tutti aspettano il suono della campanella. Il professore, che se ne accorge, cerca di non spiegare troppo altro, o almeno non questioni fondamentali, prende tempo. È già soddisfatto così, è già molto che oggi sia andata così. Poi suona la campana e tutti richiudono il libro, che hanno appena cominciato a leggere e che, speriamo, li porterà lontano.)

10 commenti:

  1. Già, bellissimo.
    Quanto mi mancano lezioni come questa!

    Complimenti al prof e anche ai ragazzi!

    Atletico87

    RispondiElimina
  2. ma che bravo e che bravi..!

    RispondiElimina
  3. Ribadisco: grazie.
    Raf.

    RispondiElimina
  4. Bellissimo e commovente

    RispondiElimina
  5. Avercene di professori così!
    Marco

    RispondiElimina

(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)