domenica 18 dicembre 2011

Il razzismo spiegato ai miei amici

del Disagiato

La maggior parte dei miei amici non è razzista ma si comporta da razzista. Vi faccio un esempio che illustra benissimo la situazione. Quando entra in una birreria un indiano (o uno straniero che volete voi) che vende le rose (avete presente?), i miei amici sono soliti chiamare “Rosario” questo venditore ambulante. Cioè, Rosario è colui che vende le rose. “Ciao Rosario!”, dicono i miei amici al ragazzo o al signore indiano, e magari accompagnano il saluto caloroso e sorridente con una pacca sulla spalla. Ecco, una volta a un amico mi sono permesso di dirgli: “Non chiamarlo Rosario, dai” e lui si è offeso. Ne è nata un’antipatica e breve discussione che mi ha portato a starmene zitto ogni qual volta un amico chiama Rosario colui che vende le rose. Già, perché questa cosa di chiamare Rosario il venditore di rose sembra aver contagiato tutti i miei conoscenti e amici.

Insomma, con il mio amico sostenevo, come sostengo ora qui con voi, che chiamare Rosario un uomo piegato dall’emarginazione e dalla povertà significa disprezzarlo, prenderlo in giro, sottovalutare la sua vita, prenderlo per il culo, essere poco seri e poco sensibili. Significa, chiamandolo Rosario, guardarlo dall’alto in basso. Che è un atteggiamento prevaricatore inutile e meschino. Sapete cosa mi rispose l’amico? (Sapete cosa mi risponderebbero tutti i miei amici se ogni volta facessi notare loro questo atteggiamento arrogante?). Mi ripose così: “Che fai, mi dai del razzista?”. E mi disse questa cosa portando, per sottolineare l’assurdità del discorso, la sua mano destra verso il petto e spalancando gli occhi, come per dire: Io razzista? Io che ascolto Guccini sarei razzista? Io che sono in una birreria frequentata e gestita da gente di sinistra sarei razzista?

Quel mio amico (la maggior parte dei miei amici) in effetti ascolta Guccini e frequenta posti di sinistra ma si comporta come un razzista, come un fascista. Mi dispiace ammetterlo, ma è così. Chiamare Rosario un venditore di rose è un atteggiamento superficiale e al mio amico volevo dirgli che il razzismo non è altro che un atteggiamento superficiale. Cos’altro è il razzismo? Pensate forse che sia prendere a sprangate il prossimo? Pensate che sia mettere nei campi di concentramento le minoranze etniche o bruciare campi rom? No, il razzismo è anche chiamare Rosario, ridendo e con calore, colui che vende le rose alle undici di sera. Niente di più e niente di meno. Anche se ascoltiamo Guccini, anche se frequentiamo birrerie con la bandiera della Pace attaccata alla parete.

Quelli che non frequento io, quelli che a me solitamente stanno antipatici per il loro stile di vita o per via del fatto che ostentano la loro ricchezza umiliandomi, ecco, queste persone quando Rosario si avvicina a loro con il mazzo di rose, sapete cosa fanno? Lo mandano via non guardandolo in faccia e dicendo un gelido e poco umano: “lasciami stare”. Ecco, questo non è razzismo. Questo significa sapersi comportare. Insomma, non è bello chiamare un essere umano Rosario solo perché vende le rose.

16 commenti:

  1. Sono d'accordo...chiamare Rosario un extracomunitario è puro razzismo.
    Non ci sono altre parole per descrivere un simile comportamento.
    Ma come possono divertirsi nel chiamare una persona (con il suo nome e con la sua storia)con un nome che non gli appartiene?
    Non riuscirei più a condividere nulla con persone di questo genere.
    E' troppo facile ascoltare Guccini, dire di essere di sinistra e negare di essere razzisti.
    Bisognerebbe dimostrarlo con i fatti, non limitarsi a negarlo.

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  2. Mica è scritto sulle tavole della legge che se ascolti Guccini o frequenti gente di sinistra sei per forza una brava persona e non ti comporti da razzista. Poi, Cirano da qualche tempo è diventata la canzone più ascoltata pure dai giovani di destra. Quindi non vale più come giustificazione.

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  3. Nel ristorante del Blago viene ogni sera un Indiano che sentivo sempre chiamare "Roseman", come chiamano "Aquaman" l'uomo che consegna le casse di minerale. Noi siamo spesso a cena lì e siccome il venditore ambulante è gentile e non invasivo gli compriamo volentieri le rose, tra l'altro molto belle, e scambiavamo qualche parola, finchè una sera io gli ho chiesto come si chiamava, perchè la gente del locale non lo sapeva. Tariq (credo si scriva così) ci saluta con affetto quando ci incontra, si ferma a chiacchierare, e visto che gli chiediamo sempre della sua famiglia sappiamo che ha una bimba bellissima, con gli occhi neri enormi, che si chiama Kaena, che vuol dire "mondo". E sua moglie ha appena avuto un maschietto ma lui non è ancora riuscito ad andare a vederlo. Io non mi vergogno di ridomandare a Tariq il nome del secondogenito, perchè è un nome musulmano che non ho afferrato alla prima e preferisco pronunciarlo giusto, mi darebbe fastidio se pronunciassero sbagliato il nome di mio figlio. Lui ha ricambiato imparando a chiamarmi col mio nome e non identificandomi solo come la moglie di Riccardo.
    Mi domando come faccia la gente a non immaginarsi che dietro al più umile dei ruoli sociali c'è comunque una persona, con la sua vita, i suoi affetti, la nostalgia di casa, la sua identità culturale.

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  4. Aggiungerei che, alquanto spesso, Guccini, bandiere, magliette, posti di sinistra etc. servono infine solo ed unicamente a dire, a se stessi e agli altri: "razzista io?" oppure "cattivo io? Io buono!" e poter, comodamente, continuare ad essere quello che spesso si è: superficiali, ingnoranti, arroganti, egoisti e forse pure un po' stronzi (però di sinistra eh). Alibi insomma, al pari della messa la domenica, l'elemosina, l'offerta, l'abbonamento; tutti detergenti della coscienza bene ordinati, come sullo scaffale di un supermercato, a disposizione: scegli quello che più ti piace.
    E' la ipocrisia di fondo che risulta acutamente insopportabile alla destra seria e civile, che spesso ha molti meno problemi ad ammettere di essere quello che è.

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  5. Secondo me, invece, la gente immagina benissimo la vita, gli affetti e il mondo che sta alle spalle di uno straniero come Tariq, Solo che la gente reagisce in modo assai diverso.

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  6. E io che credevo che il razzismo fosse una teoria (para)scientifica che riteneva la specie umana divisa in razze, e su cui molti movimenti politici hanno creato una gerarchia di presunte razze dove all'apice stava quella cui appartenevano (c'è stato anche chi teorizzava che i bianchi fossero la razza inferiore).

    Ma ormai anche essere un semplice maleducato ti fa bollare come razzista.

    C'è una tale svalutazione degli insulti che ormai non so nemmeno più come insultare adeguatamente il prossimo. Se il maleducato si deve apostrofare con "razzista", lo stronzo come lo insulto?

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  7. Sono sicuro che la condizione sociale e il colore della pelle e la spiegazione che hai dato tu all'inizio del tuo commento c'entrano molto con il post. La maleducazione significa avere poco tatto, invece.

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  8. Scusate ma io non so come comportarmi in pubblico e mi servirebbe un consiglio. Se, mentre sto cenando, in un ristorante o in pizzeria, cinque o sei venditori di fiori ambulanti (ogni mezz'ora) mi piazzano dei fiori rinseccoliti e puzzolenti sul tavolo, dove sto mangiando, insistendo sul comprare una cosa che non comprerei neanche in un negozio, come faccio a fargli notare, con educazione e senza essere tacciato di razzismo o di falso buonismo, che mi sta semplicemente rompendo le palle? Perché io sapevo che l'educazione dovrebbe essere simmetrica tra le parti. Oppure no?

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  9. Io li mando via un po' scocciato.

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  10. @Fabio: io mi limito a dire "No, grazie". E se insistono li guardo bene negli occhi e dico "Veramente, no grazie."

    Perché anche se effettivamente mi stanno dando fastidio, è anche vero che se sono lì a vendere rose non lo fanno per darmi fastidio e sono sicuro che sarebbero loro i primi a voler essere da qualche altra parte.

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  11. Non potrei essere più d'accordo con te. per questo cerco di non dare mai del "tu" ai venditori ambulanti o chi per essi.

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  12. ... ultimamente arrivo sempre in ritardo, ma stasera scrivo comunque per dire che concordo col post e... soprattutto perché oggi mi sono arrabbiata con un signore che insisteva per pulirmi il vetro dell'auto. E, anche se credo di non essere in torto, mi sento in colpa, mannaggia a lui. Il fatto è che personalmente non compro MAI nulla da chi vende rose o oggetti ai semafori o ai ristoranti, perché penso che i soldi vadano ai loro sfruttatori. Lo stesso faccio coi posteggiatori (perché almeno dalle mie parti sono estortori che chiedono il pizzo). Tutt'al più, se sono al ristorante, mi limito a offrire qualcosa da tavola, per mostrare che non lo faccio per razzismo, ma raramente, per non incorrere nel "razzismo al contrario". Di solito cerco di rifiutare con gentilezza e dò del "lei" come lanoisette, ma -scusate- m'incavolo e pure tanto con chi insiste, con chi mi mette le mani addosso e con chi si "azzarda" a bagnarmi di saponata il parabrezza dell'auto per costringerlo a fargli l'elemosina. E oggi mi sono arrabbiata e gli ho urlato senza contegno:- Ca**o, se ho detto no, è no!- Ero anche un po' di malumore, ma l'insistenza proprio non la sopporto... L'educazione e il tatto devono essere reciproci. Per me non è questione di pelle, etnia o altro: rispetto l'altro e l'altro non deve approfittare. A volte è anche costoso dire di no, ti senti una ***da, perché loro non sanno che non ce l'hai con loro e che hai altre ragioni, e non trovo giusto che cerchino di far leva sul pietismo facendoti sentire in colpa. E, per completare la mia confessione, mi infastidisco se vedo sfruttare bambini e disabili per suscitare pietà.
    ohana

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  13. Quelli che mettono in dubbio il loro razzismo con "io non sono razzista" di solito sono i peggiori. (mia esperienza personale)
    ilcomizietto

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  14. Io penso che non sia possibile non essere razzisti. Educati o maleducati che si possa essere, comunque siamo razzisti per definizione.
    Mi spiego meglio: credo che gli istinti primordiali di appartenenza ad una razza/gruppo siano scritti dentro di tutti, quindi tutti sono portati o meno a differenziare(con atteggiamenti di critica, protezione, estraneazione, rifiuto) i non appartenenti alla propria razza/gruppo. Poi subentrano la ragione, la cultura, il buonismo cattolico e i relativi sensi di colpa e dunque parte la competizione del non voler apparire razzisti.
    Guardiamoci dentro, nel profondo, e ammettiamolo.

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  15. Ho comprato un tappeto natalizio dal piu' bel sorriso che ricordi nel'ultimo anno, ed era molto colorato.

    Questo perche' a pelle, con tutte le persone si instaura un rapporto fatto di impercettibili elementi che fanno la differenza tra una risposta gentile ed una ....no

    Io lavoro con molte persone straniere, non conosco molto di loro, come non conosco molto di tutti gli altri colleghi italiani.
    Pero 'trovo che questi colleghi siano semplicemente colleghi, ognuno coi suoi pregi e difetti.
    Io mi sento razzista, si, ma nei confronti di chi non da rispetto, di chi rovina il bene di tutti, di chi rema contro gli sforzi di tutti, indipendentemente da dove arriva.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)