domenica 3 aprile 2011

erano

di lo Scorfano

Erano, voce del verbo essere, tempo imperfetto. Erano, e dunque non sono più. E come non sono più i capelli d’oro, a l’aura sparsi, allo stesso modo non sono più belli gli occhi, e non risuonano più le sue parole, e così il suo andare, di angelica forma, non è più altro che un camminare stanco, di donna terrena, di donna appassita come colui che la guardava e desiderava ed è appassito lui stesso, lungo il tempo del suo desiderarla.

Erano, quindi. Ed è tutta in questo verbo (cerco di dire questo ai miei ragazzi di terza) la differenza tra l’uomo che leggiamo adesso e quello che abbiamo letto qualche mese fa e che vi era molto piaciuto nelle sue parole nette e scolpite: Tanto gentile e tanto onesta pare. La differenza sta proprio tutta in questo tempo imperfetto, erano, in questo passato che improvvisamente, a tradimento, mette anche l’amore tra le cose che passano, che si sbriciolano scivolando via dal palmo della mano, e di sé non lasciano traccia. E l’uomo, che si chiama Francesco, le guarda scivolare e sa che non può farci nulla.

Erano, appunto: erano e basta, erano e non c’è nulla che li possa far tornare ad essere quello che erano e che non saranno mai più, i capelli d’oro.    

            Ed è in questo tempo imperfetto (non a caso, imperfetto) che passa la linea tra il medioevo e l’invenzione della modernità. È in questo fragile ricordare che s'insinua la prospettiva fallibilmente umana, lo sguardo che assiste lacerato allo scorrere del suo tempo, lo scorrere del tempo che si sostituisce all’immobile fissità dello sguardo di Dio, in saecula saeculorum (che sono infatti  le ultime parole della Vita Nova di Dante, ve lo ricordate, ragazzi di terza?).

Erano: ed è allora una nuova dimensione, un vertiginoso accelerare dei giorni, un perdersi nel labirinto dei desideri che poi, una volta soddisfatti, non sono più e si accartocciano nel passato e si deve ricominciare da capo, inventandosi un nuovo futuro perfetto, che passerà anche lui e diventerà imperfetto. Mentre la perfezione dantesca, quel tanto gentile così fisso per sempre nei secoli, che nostalgia…

Ma i capelli d’oro, insomma, erano. E ogni volta che davanti a una classe di sedicenni (come voi, quest’anno) tremo, mentre mi ruota in bocca quel verbo, erano, ogni volta mi rendo conto da solo che il trauma, la ferita, la botta fulminante che io ricevo davanti a quel tempo imperfetto (segno indelebile dell’impossibilità di essere felici, di esserlo qui), la botta è tutta e soltanto mia: che voi mi guardate, prendete appunti, che forse riuscirete anche a ridirmela con belle parole questa violenza assurda di questo erano; ma che vi è estranea, che vi stupisce molto che io mi ci dibatta come se fossero i tentacoli di una piovra, immobilizzato come se fosse la gòrgone, quasi trafitto.

Meglio così, naturalmente. Inseguirete i vostri desideri dai capelli d’oro finchè ne avrete la forza: il fatto che io l’abbia persa non è cosa vostra e non pesa sulla bilancia delle vostre attese, per anche mia fortuna. Io intanto finisco di spiegare, chiudo il libro, vi saluto sorridente, faccio una battuta, voi uscite contenti che sia sabato, io mi preparo a qualche colloquio con qualche mamma preoccupata, poi tornerò a casa e mangerò qualcosa davanti al telegiornale. Mi dimenticherò delle cose che erano, anch’io. Ed è esattamente per questo, infatti, che esse non sono più.

8 commenti:

  1. “Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d’attraits, più d’illecebre, ed è più atta a ispirare, e maggiormente a mantenere, una passione, Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima gioventù: così anche ad altri che se n’intendono (M. Merle), Ma veram. una giovane dai 16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto: allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta: quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei: quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti, quel fiore insomma, quel primissimo fiore della vita: tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace d’elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea d’angeli, di paradiso, di divinità, di felicità...”. (così il buon Leopardi, nel suo Zibaldone).
    Maturità penso sia non dimenticare che, accanto al passato, c'è anche il presente e il futuro (come insegni anche tu). Per questo apprezzo Petrarca, ma stimo di più Dante, in cui tutti i tempi convivono in "saecula saeculorum". Ciao!

    RispondiElimina
  2. Ciao... E grazie per il contributo leopardiano, naturalmente.

    RispondiElimina
  3. mi scusi professore, forse io non parlo italiano da troppo tempo e dunque è per questo che il suo post mi provoca un po' di confusione, ma mi sembrava che:

    1) tutte le coniugazioni irregolari si concentrano nel presente e si vanno attenuando quando ce ne allontaniamo - sia nel futuro che nel passato, e in questo senso l'imperfetto mi sembra proprio il meno irregolare (perfect time come dicono gli inglesi)

    2) l'unica eccezione a questa regola mi sembra essere proprio il verbo essere, lui si, mai regolare.

    che fosse questa la ragione per cui l'Alighieri ha cominciato il suo viaggio dall'inferno per arrivare ai saecula saeculorum ?

    grazie in anticipo per la risposta

    RispondiElimina
  4. Lei mi ringrazia della risposta, ma non avendo io compreso la domanda, i suoi ringraziamenti cadranno nel vuoto, mi dovrà scusare.
    In ogni caso il senso del titolo (e del post) non sta tanto nel verbo e nella sua coniugazione quanto nel fatto che il tempo, nel suo scorrere, entra per la prima volta in scena nella poesia d'amore proprio con Francesco Petrarca: il primo a parlare al passato della bellezza della sua donna. Tutto qui, in fondo.

    RispondiElimina
  5. sono d'accordo: in fondo l'uno amava più dell'altro amando per sempre, in fondo è tutto qui, e da persone adulte sappiamo che è normale :)

    RispondiElimina
  6. ... e poi, un secolo dopo, per esempio, arriva il magnifico a rincarare la dose
    E tutti i grandi sembrano dire ai tuoi alunni: godete, libate, e fatelo adesso che potete.

    Professo', questi grandi erano un po' stronzi, diciamoci la verità.
    E meno male, davvero, che i tuoi non si arrovellano su queste questioni, se non per le interrogazioni e per i compiti in classe.
    Sai la fila di emo, in corridoio? Mamme, figli e padri emo... Per carità :P

    Grazie come sempre, professo' :)

    RispondiElimina
  7. ah, che goduria questa lezione...

    RispondiElimina
  8. Grazie, grazie... Se almeno una volta me la dicessero i miei alunni questa cosa! (E non dopo cinque o dieci anni, che non serve: subito, appena finita l'ora...)

    RispondiElimina

(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)