sabato 20 agosto 2011

l'apnea

di lo Scorfano

Sono qui e non ho niente da dire. Assolutamente niente di niente da dire. Le dita che si appoggianno sulla tastiera non trovano più i tasti, picchiettano il vuoto, gli occhi si stringono davanti al monitor; le mani riconoscono l’atto di battere su quei piccoli cubi di plastica bianca come un gesto del tutto innaturale. Innaturale.

Ma sono qui, intanto. Con questo niente che sto provando a dire e che pare impossibile da dire. Cerco una frase che racconti come ci si risiede davanti allo schermo di un pc dopo un mese di oblio, una parola che abbia la forza di scrivere se stessa, e non la trovo; mi accendo una sigaretta, respiro, fa caldo. Resto qui senza aver niente da dire: a mantenere la parola data, sono qui.

Aspetto e fumo e ascolto il rumore del ventilatore. Potrei dire della Danimarca o della bruttezza solo in parte riscattata di Amsterdam. 
    Potrei dire di certe case delle Fiandre e di una lingua di sabbia sul mar Baltico, oppure di una piccola strada affiancata da pochi piccoli edifici di mattoni rossi, tendine di pizzo alle finestre, dove ho pensato che sarebbe stato bello abitare e morire, in mezzo al quasi niente. Ma rimango senza la parola che mi aiuti a mantenere la parola. Senza la voglia di pronunciarla, anche se la so: troppe vocali, tre sole sillabe, mancanza di respiro, caldo soffocante. Sono qui con le dita che non riconoscono più i tasti, i refusi che si moltiplicano sullo schermo, l’indice destro che si sposta troppo in alto, la vocale sbagliata, una consonante sempre di troppo, una virgola in meno.

È stato un risveglio lento, il mese scorso, dopo metà luglio. Per qualche giorno, dopo la partenza all’alba, ho cercato ancora punti di connessione, angoli di tempo rubato alla vacanza per seguire cosa succedeva sul blog, chi diceva cosa su friendfeed e perché. Poi più nulla, poi ho smesso del tutto di cercare, non ho più voluto sapere niente, solo sperare che il giorno dopo non piovesse. Naturale.

Però sapevo che sarebbe arrivato oggi e la necessità di rimettere le dita sui tasti, con calma, inventando qualcosa, un’immagine. E non ho nulla da inventare. Fuori dal gorgo, ancora per qualche ora, fuori dal corso delle cose, fuori dalla corsa. Il ballo sociale, virtuale, di vocaboli e battute a cui, ovviamente, appartengo, la rincorsa delle cose che accadono.

Tiro un altro respiro e aspetto. So che non ho niente da dire se non questo niente e so che è esattamente questa la cosa impossibile da dire. [Non si ritorna due volte nello stesso luogo (o qualcosa di simile, non mi ricordo)]. Ma le dita cominciano a scorrere sulla tastiera un po’ più rapidamente, ora. Io continuo a non sapere se sia quella di questo mese, lontano da tutto, l’assenza di respiro, o se invece (speriamo di no) sia quella degli altri undici mesi, quella che sta ricominciiando mentre il niente svanisce come solo il niente sa fare: nel nulla.

Continuo a non saperlo, anche se mi sono fatto questa domanda per l’intera ultima settimana. Ora sento l’indice muoversi più sicuro, le altre dita accompagnarlo docilmente, gli avverbi e i pronomi venire fuori con fluida incoscienza di se stessi. Sorrido, anche se forse non dovrei.

Non so capire se il nulla sia il mese del nulla o se siano gli altri mesi pieni di tutto, ma forse non è importante nemmeno saperlo. Sorrido e sento il rumore familiare dei tasti, naturale o innaturale, non lo so. Ora si ricomincia tutto, come prima. Ci saranno saluti da fare, idee che arriveranno, ci saranno piccoli ritorni, immagini che nasceranno improvvise da chissà quale fondo di che cosa, parole gettate nella rete della rete. È il corso delle cose, naturale o innaturale che sia, è la corsa delle cose che riprende come sempre. Le dita corrono di nuovo sulla tastiera del pc, il nulla non si può dire e infatti non l’ho detto; ritorno a correre, come prima. Non è importante che sia giusto, non è importante che sia sbagliato. È solo la corsa, il corso degli eventi, la rincorsa delle cose.

Adesso, finalmente, sono pronto, dico all'assenso muto del monitor che mi fissa luminoso. Sono di nuovo vigile, attento e pronto. Ma forse, non diteglielo mai, forse anche questa è una bugia.

21 commenti:

  1. Ben tornato professore.

    RispondiElimina
  2. Ciao da me!
    (come scrivono i ragazzi alla lavagna)
    :-)

    g

    RispondiElimina
  3. Ben tornato Scorfano. Oggi esercizi per sciogliere le dita, come un chitarrista che non tocchi lo strumento dopo una lunga vacanza. E per riprendere quell'imbuto che trasforma il flusso di pensieri in post ;^)

    RispondiElimina
  4. Non solo oggi, mi sa. Credo avrò bisogno di qualche giorno di riscaldamento... ;)

    RispondiElimina
  5. La foto che accompagna il... Non post... la dice lunga, caro Scorfano. Si è rituffato, addirittura con le pinne. Il tuffo comporta un minimo di apnea, lo sappiamo bene, quel poco che basta per riaffiorare carichi di energia. L'errore, se mai ce ne fosse uno, è l'ambientazione. La piscina ha corsie segnate, non ha svincoli nè rotatorie. Non ha insomma vie di fuga, che noi lettori chiediamo a Lei, dandole il bentornato.

    RispondiElimina
  6. Lei ha colto nel segno, gentile Alan. La scelta della corsia bloccata è in realtà voluta e, benché non auspicabile, è un timore reale. quello che in fondo si sia sempre lì a seguire la solita riga nera. La rimando qui, che forse si era distratto: http://sempreunpoadisagio.blogspot.com/2011/02/metafisica-di-una-riga-nera.html

    RispondiElimina
  7. A parte il bentornato non ho niente da dire... :D

    RispondiElimina
  8. Ah però, il post sulla riga nera! Ancora io non esistevo, quindi non lo conoscevo, meno male che lo hai citato, Scorfano: molto bello!

    In questi giorni io sto provando le cinque righe e le sto maledicendo assai.

    RispondiElimina
  9. Caro Scorfano, ora l'ho letta. Mi era sfuggita, non praticando molto il blog, avendo righe anch'io da seguire con diligenza. Lo faccio però senza fatica, non sento la solitudine, non ho affatto voglia di mollare tutto e di andarmene, non vedo percorsi concentrici sempre uguali: avanti e indietro sì, e a volte è anche divertente. I luoghi che non comprendo, e che mi fanno stare male, non hanno righe e non sono nemmeno luoghi. E Lei lo sa bene.
    Spero comunque si ricreda di aver a suo tempo sbagliato. A che servono le rughe, ammesso che lei ne abbia, se non... a cancellar le righe?

    RispondiElimina
  10. «Sono qui e non ho niente da dire.»

    Basta saperlo dire bene.

    RispondiElimina
  11. Oppure saper fare finta, va bene lo stesso. ;)

    RispondiElimina
  12. intanto, bentornato. il resto, si vedrà... :)

    RispondiElimina
  13. ...il tutto dentro al niente...bentornato Prof!
    Taglia

    RispondiElimina
  14. Grazie a lanoisette e grazie a Taglia46. Benritrovate.

    RispondiElimina
  15. Beh, non è mica necessario aver sempre qualcosa da dire... ;)

    Ciao, Ciccio, bentornato!

    (Piperita Patty)

    RispondiElimina
  16. Ecco, mancavi.

    RispondiElimina

(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)