martedì 14 febbraio 2012

metafisica dei non delfini

di lo Scorfano


Ci trovammo in quel punto e in quel momento, io e Stefano, e non saprei nemmeno raccontare come ci eravamo arrivati, fino a lì. Non che fosse un luogo strano, in realtà: non lo era per niente, era invece il massimo dell'ovvietà vacanziera. Il portico davanti a un piccolo bungalow, due sedie a sdraio, un muretto bianco, in un residence turistico in Sardegna, vicino a Palau, di fronte all'arcipelago della Maddalena. Niente di straordinario, insomma: solo due giovani in vacanza, io e lui, entrambi ventiquattrenni, entrambi con un futuro possibile davanti a noi. Era l'inizio di settembre, la fine dell'estate; ed erano probabilmente le sette o quasi le otto, l'ora che precede la serata. E fu allora che io indicai una cosa in mezzo al mare e dissi a Stefano: «Guarda». E lui guardò, ed erano i delfini.

Ma come fossimo arrivati lì, resta per me ancora un mistero, una memoria dura che non si scioglie. Eravamo stati amici, molto amici , io e Stefano, durante gli anni del liceo. Per quasi cinque anni compagni di banco. Poi, come succede spesso quando si è giovani e intransigenti, avevamo discusso, forse anche litigato. Ho ricordi confusi: alcuni lunghi silenzi, una sera a casa sua, una discussione senza fine, le accuse e i mea culpa. Ma insomma, ci eravamo allontanati e non ci eravamo più visti per anni. Poi ci eravamo incontrati di nuovo e poi eravamo andati in vacanza in quel luogo, a fine estate, chissà come mai. Non mi ricordo di aver prenotato, né di averlo deciso, né di avere pagato; non mi ricordo quasi niente. Ma mi ricordo i delfini.


Il mare increspato alla sera, e due sagome scure, una più grande l'altra più piccola, che lontane (molto lontane: questo è il segreto) emergevano e poi risprofondavano nell'acqua salata, contro la corrente. E mi ricordo quel momento d'incanto, lo sento ancora, quella sensazione di essere io e lui davanti a una specie di prodigio (come fosse il «falco alto levato», o qualcosa del genere), mi ricordo il sorriso che potemmo farci a vicenda e mi ricordo che in quel momento compresi che le amicizie non si rompono. Al massimo si interrompono; ma sono poi sempre pronte a ripartire, al minimo segno, al minimo cenno della terra o del cielo o del mare. E quella sera erano stati i delfini (due delfini) a dire a noi due, ancora quasi ragazzi, che eravamo ancora noi due, io e Stefano, che la vita era lunga e la nostra amicizia era forte, che il futuro era tutto possibile e che si sarebbe avverato, e che esistono i prodigi, i momenti in cui il messaggio si fa chiaro, gli attimi immobili in cui tutto si schiude e sembra davvero poterci dire che.

Fu molto bello, quell'attimo, molto bello. Ma non erano delfini, però. Erano pietre, scogli. Lo scoprimmo il giorno dopo quando, di nuovo tornati dal mare, li rivedemmo ancora lì, immobili, ancora apparire e scomparire e riapparire come se fossero davvero delfini contro la corrente. Ma, porca puttana, non erano mica delfini. E noi eravamo due deficienti.

Ridemmo molto, quella seconda sera. Ridemmo della nostra idiozia e delle pietre e di quel momento che era sembrato un prodigio e invece era soltanto un equivoco. E adesso, che sono anni che non vedo più Stefano e che il futuro che ho davanti è in realtà molto meno possibile, adesso dovrei dire che, lo so, certi prodigi semplicemente non esistono: che non ci sono cenni della terra né segni del cielo, e nemmeno messaggi segreti che arrivano dal mare, una sera, mentre sei fermo con un tuo amico a guardarlo e aspetti che qualcosa si commuova e ti riveli la verità, ti dica finalmente che il segreto è clamorosamente e semplicemente che.

La terra non parla, il cielo non si commuove. I delfini erano pietre, sassi, scogli, gli occhi spesso si illudono, i falchi non si levano mai troppo alti, e sei tu che vuoi che lo siano, ma quei delfini non sono mica delfini.

E invece non lo dico, anche se dovrei, anche se ne ho addirittura quasi voglia. Mi fermo e ripenso a quella sera di inizio settembre e non dico niente. E ogni tanto, invece, mi sorprendo a raccontare ai miei giovani alunni di quella volta che con il mio amico Stefano vedemmo, da lontano, i delfini. E che fu una serata perfetta e che eravamo giovani e c'era tutto quel futuro. E il mare si increspava al tramonto e due delfini nuotavano controcorrente. E che poi tante volte, nel corso degli anni, ho visto i delfini, ma, belli come quei due, non ne ho mai più visti in vita mia. Mai più.

15 commenti:

  1. Post meraviglioso, Scorfano. Mi è sembrato di stare lì con voi a vedere i delfini. Mi è sembrato anche, purtroppo, di condividere un po' di amarezza, di rassegnazione per l'età dei sogni persa per sempre. Quel "Mai più" alla fine del testo è da antologia.

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  2. Molto bello. Fa venire in mente molte cose, e molti delfini. E fa venire una gran voglia di vederli apparire, anche adesso, anche se lì nel campo dietro la statale.

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  3. Wow. Voglia di vacanze al mare.

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  4. Quanti delfini ho visto anch'io, nei miei vent'anni. A stento li ricordo, ma sento di portarne ancora dentro qualcuno. O forse no, li ho abbandonati tutti, ma so per certo che senza di loro ora non sarei lo stesso.

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  5. Bello :-) E mette una gran voglia di avere vent'anni e andare in vacanza, anche (a me i delfini fanno venire in mente le astronavi, ma credo che vada bene lo stesso...)

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  6. Eheheheh e infatti quelli erano delfini. Le pietre erano giusto dietro.
    Al

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  7. nonostante tutto frank ha detto:14 febbraio 2012 20:21

    mi si torcono le budella... è bellissimo e molto triste... non vorrei vedere la vita a questo modo, ma forse non ci si può fare nulla... io sono più giovane di quanto fossi tu nel tuo racconto, e vorrei sapere, c'è una soluzione? è possibile arrivare a quarant'anni e vedere il futuro rosa? che senso ha la vita se prima della metà si diventa così?

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    1. Psiche

      Credo che dipenda dall’età!
      Certo che a vent’anni leggere “mai più” suona triste e può anche fare un po’ paura… Ma se di anni se ne sono messi insieme più di 50 si sa per esperienza che davvero ci sono dei ‘momenti che… mai più’, però si sa anche che il ricordo di quei momenti può a volte essere così dolce, così intenso, così pieno di calda tenerezza da dissolvere l’amarezza del “mai più”.

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    2. Non vuole essere triste, Frank. Non è questo il punto. Il punto, anzi, è che vuole resistere. E' come se dicesse: "Ok, non erano delfini", "Ok, eravamo due illusi"... E però non fa niente: erano delfini, invece.
      Ed erano bellissimi. Lo voglio dire perché tutti lo sappiano e ci credano: a volte i prodigi esistono. Anche se poi scopri che, effettivamente, non lo erano, non mi importa, io so che esistono, io so che è successo e quindi può risuccedere. Magari non più a me, ma senz'altro a te sì. E il fatto che possa succedere a te, è, anche per me, sufficiente. Per resistere.

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  8. Ecco, Scorfano, mi hai fatto venire la pelle d'oca...
    Post bellissimo, struggente. Delle volte abbiamo bisogno di credere nelle illusioni, anche se sappiamo che non sono vere.
    Marco

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    1. Anche perché, alla fine dei conti, le illusioni possono pure non essere vere, ma le conseugenze che determinano in noi sono del tutto reali. Anche se non erano delfini...

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  9. che poi non ho mai capito perché avevate litigato

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    1. Nemmeno io. Forse non avevamo nemmeno mai litigato... ;)

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  10. Condivido i tuoi commenti al post, prof (all'inizio, pensavo di risentire il Pascoli dell'Ultimo Viaggio.. ma quando ho letto le tue risposte a Marco e Pische, ho respirato di più).
    Ci sono esigenze tanto concrete da materiare la nostra vita. E un amico ritrovato, è un amico in carne e ossa.

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  11. In fondo credo per certi versi che,l'uomo per sua natura, abbia bisogno di illusioni, proprio come dell'aria che respira..

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)