lunedì 6 febbraio 2012

in castigo

di lo Scorfano


Una classe non è solo una classe: o meglio, a volte fa comodo pensare che lo sia, fa comodo chiamarla la «terza B», a volte è anche utile dare delle caratteristiche a quel numero ordinale seguito da una lettera dell'alfabeto, «la terza B è vivace», «la terza B è supponente»; a volte è comodo e a volte è pure vero. Ma una classe resta un'entità astratta e, nella sostanza, non è una classe.

Perché, prima di tutto, una classe è venticinque persone (o trenta, se ti va male), venticinque teste diverse, con storie molto diverse tra loro, genitori diversissimi, progetti per il futuro (o sogni, o vaghe idee, o semplici fantasmi) molto differenti e spesso divergenti. E questo, ovviamente, è necessario non dimenticarselo, in nessun caso, e soprattutto quando si dice che «la terza B eccetera». Magari lo si dice ma sapendo che sono in venticinque, lì dentro; non sono soltanto una classe, perché una classe non puoi mai essere solo una classe.


E poi, ancora, una classe non è né una classe né soltanto venticinque persone diverse. Perché, ed è questa la cosa che è sempre molto più difficile da gestire e interpretare, venticinque teste si alleano, nel frattempo, e si scontrano tra di loro. Mentre tu , giorno dopo giorno, entri spieghi interroghi lavori, loro si conoscono, si apprezzano, si detestano, alcuni addirittura si amano, tutti imparano la difficile e infernale arte della socialità. Imparano che gli altri aiutano e perseguitano, imparano che gli altri sono «altri», in tutto e per tutto, e non ci si potrà mai fare niente.

A volte queste dinamiche, questi equilibri, queste piccole reti sociali che si formano dentro un gruppo di venticinque studenti, sono equilibri chiari e precisi; ma comunque sono sempre mobilissimi, delicati e fragili. Un giorno entri e l'alunno Roberto non è più seduto vicino al suo amico, l'alunno Giancarlo; tu pensi che sia soltanto un caso, e invece per tre anni i due non si siederanno mai più vicini, nemmeno una volta. E tu, a quel punto, dovrai ricominciare a capire la classe (tutta la classe), che credevi di avere capito e che forse avevi capito davvero, ma che comunque adesso è cambiata.

A volte ci sono anche storie d'amore, dentro una classe. Che cominciano e spaccano amicizie; oppure che finiscono e creano ansia, tensione, qualcosa che diventa improvvisamente molto più importante dello studio delle interrogazioni e dei voti: la vita, in definitiva. Ed è quindi, ogni volta, un ricominciare (sia per te sia per loro), un ricalibrare, un prendere misure che il giorno dopo cambieranno e saranno da riprendere, come è ovvio, come in parte è anche giusto: perché gli spostamenti, a sedici anni, non sono mai millimetrici ma sempre clamorosi, quasi tragici, veri e propri terremoti sociali, seguiti da ingestibili sciami sismici e affettivi.

Ecco, questo succede sempre, in ogni classe: e succede tante volte nei cinque anni della storia di una classe, che infatti, anche per questo, non è mai una classe, ma dieci classi, cento o diverse centinaia di classi.

Ed è anche questo il motivo per cui io cerco di non intervenire, quasi mai: lascio fare, mi limito a interpretare, non sposto mai i banchi, non metto il più casinista vicino al più studioso nemmeno quando sono i genitori a chiedermelo (e sappiatelo: me lo chiedono spessissimo). Perché so, perché me lo ricordo bene, quanto sono stati importanti i miei compagni di banco (ciao, Stefano) nella mia storia di ragazzo; lo so e spero che altrettanto accada per loro.

Eppure quest'anno, in quarta, credo di averli minacciati, almeno un paio di volte, di intervenire (ma solo minacciati, però: «Vi sposto tutti da lì, se non la piantate!»). Perché c'è quel gruppo nel secondo banco, quello in cui Paolo (che in teoria è chiuso e sensibile) e Alberto (che in pratica è molto sveglio) si sono messi vicini a Bruno, che è sia in teoria sia in pratica, sveglio, a suo modo molto timido, disordinato come un uragano, intelligente, spiritoso, casinista, inarrestabile e imprevedibile. E tutti e tre insieme parlano e ridono, quasi sempre: mentre spiego, mentre interrogo, mentre chiedo loro, con più o meno cortesia, di smettere di ridere. Loro si fanno battute, commentano, si compiacciono della loro erudizione (lo so, è inimmaginabile che dei ragazzi si divertano a imparare gli alberi genealogici degli autori letterari: ma loro lo fanno e poi si divertono a interrogarsi di nascosto l'uno con l'altro, non so che farci). E dunque fanno casino e mi disturbano.

Ma, pur minacciandoli, io non li ho mai spostati da lì. Cerco spesso di farli intervenire, cerco di fare in modo che le loro battute siano ad alta voce, cerco anche semplicemente di sopportarli. Perché sono ragazzi in gamba, acuti e preparati, perché hanno voti molto alti (è vero), perché sono giovani e non posso pretendere che. Non del tutto, insomma.

E per ora sta anche funzionando, ma non so fino a quando naturalmente. Perché, questo l'ho già detto, gli equilibri a volte cambiano in un attimo, basta un'ora, dieci minuti di lezione, basta un niente. E l'anno scorso non era affatto così, per esempio (Bruno stava insieme ad altri, Paolo stava sempre zitto, Alberto cazzeggiava nell'ultimo banco), e l'anno prossimo, è possibile, sarà diverso ancora. Ma quest'anno, nel complesso, funziona. Nonostante qualche dovuta minaccia, il gruppetto è vivo e vigile: parlottano ma seguono, ridono (ridono moltissimo, che due palle) ma ascoltano, si provocano ma imparano: e spesso imparano l'uno dall'altro.

Solo qualche giorno fa mi sono davvero dovuto intromettere. C'era una conferenza, in aula magna, e ce li stavo portando io. E sapevo che se li avessi lasciati vicini, quei tre avrebbero fatto battute e ridacchiato tutto il tempo; e alla fine il relatore, o il preside seduto vicino a lui, si sarebbero innervositi. Allora ho preso Bruno (perché lo so che è lui, quello che fa la gran parte delle battute), l'ho fermato e gli ho detto: «Tu, fermo lì: tu oggi ti siedi vicino a me». Lui non ha opposto nessuna resistenza.

La conferenza è iniziata e ci è voluto giusto qualche minuto per capire che il relatore diceva ben più di una stupidaggine. E con l'aria molto convinta, per di più. Mi sono trattenuto, ma non molto a lungo. Dopo dieci minuti mi sono voltato verso il mio vicino di posto, il giovane Bruno, e gli ho fatto una battuta su una scemenza che il relatore stava dicendo. Lui ha riso un po'. Poi, come se gli avessi dato il la, ha cominciato a scherzare anche lui, a fare battute, a commentare quello che il relatore, dall'alto del suo scranno presidenziale, diceva. Io cercavo di resistere, ma non era possibile.

E quindi io, non Paolo e nemmeno Alberto, ma io, con i miei quarant'anni passati da un bel po', ho trascorso le due ore della conferenza piegato in due dal ridere, tenendomi la pancia, mentre Bruno commentava e faceva facce strane e battute ed era impossibile resistere. E, ve lo confesso, un po' mi è dispiaciuto anche per quegli altri due, per Paolo e Alberto, che si stavano perdendo una conferenza così divertente, la migliore dell'anno. Anche se più di un volta il relatore ci ha guardato male ed è stato sul punto di buttarci fuori dall'aula, tutti e due: io insieme a Bruno, in meritato castigo.

15 commenti:

  1. Ma che cavolo, voglio tornare indietro di vent'anni ed essere tuo alunno!

    E comunque sappi che io ero Bruno ;^)

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    1. Benissimo. Però tieni conto che Bruno, in italiano, viaggia sempre tra l'8 e il 9. C'è da studiare, eh...

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    2. Nah, allora quello è più sveglio di me. Mai preso un 9 in vita mia.

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  2. Psiche

    Gentile Prof. Scorfano,
    credo che non così tanti tra i miei colleghi saprebbero descrivere le dinamiche di gruppo in modo altrettanto acuto e pertinente... complimenti!

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    1. Troppo buona. L'unica cosa che so fare (discretamente) è osservare, poco d'altro.

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  3. Un Bruno in classe è un regalo bellissimo, ed è giusto che tutti ne possano godere (professori inclusi). Quindi via agli spostamenti: io lo inviterei a sedersi ovunque :-)

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  4. Beh, Scorf, io t'avrei messo una nota. O t'avrei spostato da un'altra parte, ché mi hai distratto Bruno, per una volta attento.
    :-P
    Ipaz

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  5. Sei un mito.
    Ed è un mito pure Bruno, perché nell'immaginario degli studenti è difficile far ridere a crepapelle un professore.

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    1. Bruno un po' lo è, obiettivamente...

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  6. Potessi conoscere i miei figli così bene come tu conosci i tuoi allievi..., sarei un genitore perfetto!

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    1. No be', non esageriamo. Io cerco di capire, conoscere è tutt'altra cosa, dai... ;)

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  7. Io ho avuto solo una studentessa capace di farmi ridere nei temi d'italiano. Non ridere involontariamente per strafalcioni o amenità di vario tipo (di queste, quante ne vuoi), ma che aveva proprio il coraggio e il talento di buttarla nel comico (c'è da dire che io nei temi di italiano non metto mai tracce di letteratura in senso stretto).

    Per la parte iniziale del post, non posso che essere d'accordo con quanto dici. Io credo che costringere 20-30 persone in un gruppo da considerare in blocco sia una profonda ingiustizia, il cui culmine sono punizioni di massa come le note di classe o gli aggravi di compiti (che sono perversi anche per un'altra ragione: presuppongono che la materia che insegni sia un castigo da evitare come la peste...).
    Quando parliamo di "una classe valida" o di "una classe infantile" stiamo facendo ingiustizia a dei ragazzi che possono non ritrovarsi per nulla in quelle definizioni, e questo soltanto perché un burocrate li ha smistati da una parte piuttosto che da un'altra.
    Li incitiamo così alla deresponsabilizzazione, perché a quel punto nel gruppo classe ci si può nascondere, e si favorisce il conformismo, perché non conta la persona, ma la classe: ti puoi essere comportato bene quanto vuoi, ma se il resto della classe sono teppisti, in gita non ci vai. Quindi tanto vale divertirsi, o nascondersi.
    E noi professori incoraggiamo il conformismo, con le nostre continue allocuzione alla classe (che come giustamente dici non esiste), con le nostre semplificazioni e pure con i continui pipponi sull'"essere gruppo", sulla "coesione" e altre menate.
    Scusa il pippone. E' una delle mie tipiche polemiche sui massimi sistemi.

    Uqbal

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    1. Te lo scuso, il pippone. Non perché sono gentile (sono anche quello, in realtà), ma perchè sono (solo questa volta ;)) d'accordo.

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    2. Non è vero! qualche volta sono d'accordo con te!

      U.

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  8. Se la scuola è la società, la classe è quel piccolo gruppo di cui la società è formata. E' inevitabile che le dinamiche "sociali" che si rivivano in classe rispecchino tanto il singolo quanto quell'"ideale collettivo" che emerge solo quando un po di persone entrano in gruppo......osservare da fuori un gruppo è difficile....soprattutto....quando inevitabilmente ve ne si fa parte. Il prof. Scorfano è parte del gruppo tanto quanto lo possono essere i suoi alunni, uguale e diverso da loro e dai suoi colleghi che hanno a che fare con la stessa classe.

    Le risate a mio misero avviso, poi fanno sempre bene....sopratutto quando ci si rende conto, ridendo, che gli adulti che siamo oggi affondano le radici nei ragazzi che eravamo ieri.

    Saluti

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)