sabato 19 novembre 2011

schiavi e indisciplinati

di lo Scorfano

 
Della disciplina si può dire tutto il male possibile, è ovvio, è talmente ovvio che è quasi diventato un luogo comune. È parola brutta, che suona male, che sa di vecchio, che sa di schiavitù e soprattutto di repressione. E oggi, dopo diciott'anni di governo (o quasi) del sedicente partito delle libertà, tutto quello che sembra sapere un po’ di schiavitù finisce per avere un cattiva reputazione, per suonare stonato entro il concertino circense che ci stanno propinando. Anche la disciplina, quindi.

Eppure, la disciplina ha qualcosa che dovrebbe farcela amare, almeno un po’.

Intanto perché viene dal verbo latino disco, che significa “imparare”; e imparare è cosa sempre bella, sempre necessaria, senza la quale non si cresce e dunque non si è liberi. Ed ecco allora che c’è qualcosa che non va in quelli che si immaginano la disciplina come una vecchia schifosa parente della schiavitù. Che anzi, ve lo confesso io che la conosco, la disciplina è giovane e carina. Ed è simpatica. Ed è, in confidenza, anche sessualmente assai attraente.
E non è parente della schiavitù, ma piuttosto della diligenza (che viene da diligo, che significa “amare”, se vi state affezionando alle etimologie) e della voluttà, come diceva un filologo saggio, cioè del piacere, cioè, in fin dei conti, della felicità.

La disciplina a scuola, per esempio. Gli stessi che ne vogliono fare una sorella della schiavitù dicono che la disciplina a scuola consiste solo nell’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante, tanto per dire. E poi insistono ossessivamente sul voto di condotta, che è un numero che tiene conto di tutte le volte in cui non ti sei alzato, nella loro immaginazione. Ma quella non è disciplina, sono loro che non hanno capito niente; che cosa c’entra con la disciplina? Quella al limite è educazione; e poi è anche una forma un po’ pleonastica dell’educazione. Un cordiale «buongiorno» quando entro in classe, a me, basta e avanza (poi, se vi alzate in piedi, non mi offendo… ma è un altro discorso).

No, anche a scuola la disciplina è parente della voluttà; ed è molto amica della felicità, infatti. Perché la disciplina, anche a scuola come dovunque, è fare il proprio dovere, innanzitutto; che è una gran cosa, a pensarci solo un attimo. Perché provate a immaginare di vivere in un paese in cui tutti, proprio tutti, fanno il loro dovere… be’, vi pare che sareste più o meno felici?

E quindi, anche a scuola, dovrebbe essere così. O almeno dovremo fare in modo che gli uomini e le donne di domani abbiano una qualche possibilità in più di essere felici, insegnandogli quel po’ di disciplina, se necessario. Se sono un insegnante, per esempio, è ovvio che il mio dovere di insegnante sarà quello di “insegnare”; se invece sono uno studente è altrettanto ovvio che il mio dovere di studente sarà quello di studiare (e qui, mi dispiace, non sono nemmeno etimologie, ma solo banalissimi participi presenti).

Quindi la disciplina, per uno studente, è innanzitutto lo studio (di cui l’etimologia sarebbe affine al “desiderio”; la cui etimologia, a sua volta, viene dalle stelle, de sideribus… ma lasciamo pure stare). E io chiedo questo, infatti, a uno studente: di studiare, nient’altro. Di rispettare il suo ruolo, di mantenere i suoi impegni e le sue promesse, di affidare allo studio (anche allo studio) un po’ della sua (e della nostra) futura felicità. E, attenzione, non gli chiedo di imparare a leggere un giornale, o a parlare di attualità, o a discutere di problemi contemporanei e sociali. No, no: proprio di imparare la letteratura, che è fatta anche di cose noiose assai, a voler essere fino in fondo sinceri: le date di nascita e di morte, i titoli delle opere, i nomi dei generi letterari e dei sistemi metrici, l’uso e le ragioni dell’uso delle figure retoriche. Tutta roba che non viene proprio istintivo di mettersi a imparare. Eppure…

Eppure, vi sembra troppo? Non lo so, a me invece pare ovvio. E mi pare ovvio che discipulus sia colui che discit, cioè che impara. E se non impara, allora non è un discipulus, e dunque non ha disciplina e quindi, in ultima analisi, non è libero. È uno schiavo: non so bene di cosa, forse soltanto dei soliti luoghi comuni che pensano alla disciplina come a una vecchia ripugnante, come a un mostro; che sono i luoghi comuni per cui «nella vita vera», «nel mondo vero», «al giorno d’oggi», eccetera.

E invece, personalmente, a me continua a piacere tanto quel po’ di disciplina; che è diligenza e voluttà, messe insieme. La trovo fondamentale; trovo che senza di lei non si possa andare da nessuna parte, non si ottenga nulla di minimamente duraturo, trovo persino (so che adesso riderete) che anche nell’amore ci voglia un po’ di disciplina. Sì, nell’amore, proprio in quello. Che la vita di coppia, senza un po' di disciplina (che significherà anche sapere che ci sono, dell'altra persona, ancora tante cose che dobbiamo imparare; e che dobbiamo rispettare; e che dobbiamo imparare ad amare), è una vita triste e forse anche breve...

Per cui mi sbilancio: trovo che la disciplina sia una delle più alte forme d’amore che io abbia mai sperimentato. E mi dispiace quando incontro qualcuno che la disprezza: mi dispiace per lui. Che è sempre tanto triste pensare a qualcuno che ha conosciuto così male l’amore da non saperlo nemmeno riconoscere, nella vita vera.



(Questo è un post, credo lo si riconosca un po' dal tono, tratto dal mio vecchio blog, "Lo scorfano". Lo ripubblico oggi, con pochi ritocchi e l'eliminazione di un brutto refuso, perché è un discorso che va rifatto ogni tanto, secondo me. E anche perché, tutto sommato, mi pare che non lo facciamo mai abbastanza.)

15 commenti:

  1. non d'accordo, deppiù.
    la disciplina uno se la può (deve) dare e io questo lo trovo uno tra i più appaganti esercizi del libero arbitrio. graziassai, scorfano.

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  2. Scusate: questo elogio della disciplina vale anche per gli studenti "indignati" che l'altro ieri erano in giro in tante città d'Italia a far casino e a contestare Profumo ministro dell'Istruzione da appena cinque minuti?

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  3. Disciplina è una parola bellissima, come tu fai capire, a riprenderne il senso, così.

    (Non sono d'accordo però sul voto di condotta, che può essere declinato in maniera assai più ampia e interessante, e non con la logica che tu descrivi da pallottoliere, secondo me)

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  4. @berto
    La disciplina si concilia bene anche con il diritto di manifestare il proprio disaccordo. E anche con l'autodisciplina della contestazione, a mio parere.

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  5. @ la 'povna
    Sul voto in condotta, temo, non andremo mai d'accordo ;)

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  6. è possibile, ma non grave! credo che la differenza in questo caso la faccia (per me) l'anglofilia (e una formazione pseudo-British che punta sulla condotta almeno i tre quarti della formazione)

    (anche se continuo a pensare a Gighen, che aveva 9 in condotta, ed era, come dicevo, "il fidanzato ideale di mia figlia", e un ottimo cittadino. anche se la pagella era simile a una schedina).

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  7. AUTO-DISCIPLINA E DISCIPLINA ESTREMA

    Caro Prof,

    difficile non essere d'accordo con te riguardo la bontà voluttuosa (!) della disciplina.

    Quello di cui potremmo argomentare maggiormente riguarderebbe il grado di disciplina, la quantità ingente di impegno profusa a raggiungere un obiettivo.

    Non casualmente i padri latini dicevano che in medio stat virtus , la virtù delle cose sta nel mezzo, non negli estremi.

    Ecco che allora io sorrido ed un pò arriccio il naso quando leggo articoli sulle "mamme tigri" (anche di origine cinese), che inflessibili madri di vero acciaio impongono esercizi e disciplina speciali ai propri pargoli.

    http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__ruggito-della-mamma-tigre.php

    http://www.elle.it/Sorelle-Italia/Amy-Chua-Il-ruggito-della-mamma-tigre-ovvero-come-l-educazione-cinese-puo-creare-piccoli-geni

    http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704111504576059713528698754.html

    Che dire? Forse qui da noi in Italia la figura della "mamma tigre" si affermerà con difficoltà, da noi si preferiscono i figli mammoni.

    Marco

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  8. Vabbè, insomma, la mamma-tigre è un po' troppo (benché la mia fosse abbastanza feroce, in realtà...)

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  9. Bellissimo post. E trovo molto azzeccato il commento di Stefania: disciplina come una delle massime espressioni del libero arbitrio, altro che schiavitù.

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  10. Mi alzo in piedi e applaudo. E parlerò ai miei piccoli alunni, nonché futuri studenti di una scuola superiore di quanto sia bella la disciplina e a quanto possiamo ambire attraverso essa.

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  11. giusi santangelo19 novembre 2011 19:03

    sembra una poesia............magari ci ripenserò .....ma oggi mi piace

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  12. Maestra Rosalba, intuile che te lo dica, perché lo sai fin troppo bene: il bel lavoro che fai tu, quando sono più piccoli, ci avvantaggerebbe non poco (ma qualcuno che lo fa bene c'è anche qui, per fortuna).

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  13. “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”.(Antonio Gramsci, da Quaderni dal Carcere, 12 (XXIX): 1932. Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali)

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  14. sul saluto in piedi vorrei dire la mia.
    sono docente di scuola media inferiore e ci tengo al saluto in piedi proprio per una questione di rispetto reciproco. io saluto in piedi e aspetto che tutti siano pronti, sorrido quando saluto - sempre - anche se mi girano - e mi siedo dopo che ho dato l'ok.

    chi fa seriamente un'arte marziale sa che il saluto è sostanza, non forma. è un modo per dire "ecco: cominciamo a fare insieme qualcosa di diverso, che ci piace - kendo, judo, karate... - e ci salutiamo e ringraziamo per essere qua. smettiamo di essere qualcosa di individuale e isolato e iniziamo a fare insieme qualcosa di diverso".

    naturalmente spiego ai ragazzi che non si tratta di forma "perché si saluta l'insegnante", ma perché "ci salutiamo, io che insegno saluto voi e voi salutate me e ci ringraziamo per essere qua e imparare insieme." se si è coerenti la differenza salta agli occhi. ai ragazzi chiedo sempre qualcosa per favore, sicuramente. e ringrazio se lo fanno anche se rientra nei loro doveri. loro capiscono e imparano che il saluto è un dono reciproco: è l'attimo in cui si dice "smetto di fare quel che faccio per dirti: ci sono, e sono qui per te. se non ci fossero gli studenti io non potrei vivere di questo mestiere e se non ci fossi io loro non potrebbero imparare. siamo qui per mutuo sostegno."

    loro capiscono che un grazie è un grazie e un saluto in piedi un momento di rispetto reciproco e civiltà. nel senso più alto. disciplina reciproca. secondo me è come si fa qualcosa. ci possono essere saluti molto cafoni o silenzi altrettanto atroci, saluti in piedi dati con gioia e serenità e saluti in piedi dettati dalla paura. è importante distinguere le sfumature invece di fermarsi all'apparenza.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)