martedì 8 novembre 2011

Passa tutto, forse

del Disagiato

Martedì sera andrò a Milano per un concerto. Anche se ormai l'ho già detto, dire “andrò a Milano per un concerto” non mi piace tanto, per il semplice motivo che la frase suona come qualcosa di epico e gigantesco, come fosse, chennesò, un concerto degli U2 o di Ligabue o di Vasco Rossi. Come fosse una cosa da stadio e da accendini accesi durante una canzone strappamutande. Ecco, niente di tutto questo. Il cantante che si esibirà sarà Fink, che è musicista  inglese non famosissimo, che nasce come dj e che poi declinerà le sue doti artistiche in un altro modo e cioè con chitarra accompagnata da altri pochi strumenti. Bravissimo Fink, bellissimi i suoi primi album, Biscuits for breakfast e Sort of revolution su tutti, meno bello l’ultimo. Che musica fa? Folk o musica cantautoriale, non so catalogarla bene. Insomma, non sto scrivendo per dirvi che c’è un musicista che mi piace ma per dirvi che martedì sarò a un concerto. Utilizzo, naturalmente, il tempo futuro, perché questo post lo sto scrivendo adesso, lunedì, giorno di riposo (ho lavorato ieri che era domenica, però). Insomma, come sarà il concerto martedì? Questa è una recensione non di un concerto, ma dell’attesa di un concerto. 

Perché quando l'amico Danilo mi ha detto, tre mesi fa, di aver preso due biglietti per Fink, io ho detto “ci sono” e poi ho messo nel mio impianto stereo a bassissima fedeltà un disco di Fink. Lo ascoltavo ripensando a quando tre anni prima, scusate la ripetizione fastidiosa, lo ascoltai per la prima volta. E la prima volta che lo ascoltai era finita da poco una storia d’amore, ed ero solo, ed ero con tanti sentimenti e poche parole e avevo una macchina scassata e una televisione piccola. Brutti momenti, mi verrebbe da dire. E Fink, tre anni prima, con i suoi dischi, mi diede un po’ di sintassi, un paio di scarpe nuove. Non per i testi (io e l’inglese non ci capiamo molto bene) ma proprio per cose banali e superficiali e cioè l’atmosfera, le melodie, le pause, le riprese. Ecco, a me Fink piaceva per le sospensioni e poi le riprese. Lo so che in quasi tutte le canzoni della nostra vita ci sono sospensioni e riprese, però in quel momento, in quel brano di vita che mi vedeva solo e naufragato, con il cuore gonfio d’amore e i polmoni vuoti d’amore, insomma, in quel momento erano Fink e la sua chitarra a parlarmi, a dirmi: “Non morirai ma ce la farai. È solo un momento”. E io ci credevo e io ho fatto bene a crederci. Le canzoni mi hanno sempre fatto promesse ma mi hanno anche sempre convinto, mi hanno sempre illuso ma anche regalato energia. Ah, che bella la musica.


E io ricordo la mia faccia al vetro della finestra e la solitudine e un disco di Fink (le pause e le riprese e gli arpeggi) e le nuvole che passavano in cielo. Ammazza che periodo, quello. E allora quando Danilo mi ha chiamato per dirmi dei biglietti io gli ho detto: “Ci sono”. E qualche secondo dopo, dopo qualche stagione di latitanza, un disco di Fink è ricomparso e si è infilato nel lettore. “Bravissimo”, ho pensato alla prima sospensione e alla prima ripresa, “davvero bravo”. Ma poi è suonato il telefono e ho risposto. E poi mi sono ricordato che dovevo scrivere una mail a una persona e poi togliere delle incrostazioni dalla moka per il caffè e poi sbrigare altre cose casalinghe. Così, a un certo punto, mi sono accorto del silenzio, del disco finito da un pezzo, della voce e della chitarra di Fink che avevano già lasciato il palco di casa mia. E le pause e le riprese? E il momento catartico? E le nuvole in cielo e l’assenza d’amore? E tutto quel dolore che faceva di me un essere perfettamente sofferente?

E allora, coperto da quel silenzio, con le mani sporcate dalle incrostazioni della moka, ho pensato: “Ma il concerto come sarà? Sarà noioso?”. E ho pensato anche che quel brandello di vita, che quell’ascoltare di tre anni prima, fosse passato. Passato senza che io me ne accorgessi, senza sentire la campanella che divide un periodo dall’altro. Perché, penso, non esiste avvertimento, non c’è nessuna campanella e perché, ecco, in realtà si è solo cambiati un poco a forza di distrazioni, canzonette e di pause e riprese. E posso farvi una confidenza? Mi promettete di credermi anche se non mi credete? C’è un film americano di serie B del 1996 (si intitola Swingers, è diretto da Doug Liman e ve lo consiglio caldamente) in cui il protagonista soffre pene d’amore e se ne sta chiuso in casa aspettando una telefonata e che la vita torni da lui, così, senza muovere un dito, senza compiere un passo verso una tregua con la vita. Un amico un pomeriggio lo va a trovare e gli dice, da bravo amico che è, di reagire, di uscire, di fare, di dimenticarsi del passato.

Allora il sofferente, con faccia pallida e dolorante, gli chiede: “Ma tu, quando eri nella mia stessa situzione, quanto hai impiegato ad uscirne?”, e l’amico gli dà questa risposta che io, quando la prima volta l'ho sentita, ho mandato indietro il dvd e l’ho riascoltata e poi me la sono rigirata in bocca come l’osso di un’oliva. Insomma, gli ha risposto: “Non lo so quanto ho impiegato. So solo che a volte sto ancora male, però sai come vanno queste cose, ti alzi al mattino e ogni volta fa sempre meno male, fino a quando ti alzi un mattino ed è passato tutto, senza che tu te ne accorga. E poi, lo so, ti sembrerà strano, ma è come se quel dolore un po’ ti mancasse”. 

Ecco, credetemi, è come se quelle pause e quelle riprese un pochini mi mancassero, e mi mancassero le nuvole e la finestra. Era dolore ma era anche vita, strada accidentata. Ed era mia. E un pochino, senza metterci della retorica, su quella strada mi sono fatto forza, fiato e muscoli. “Martedì come sarà il concerto di Fink?”, mi chiedo. Come saranno i sui arpeggi e le sue impennate e quel momento dove lui rallenta e poi…e poi, Danilo, mi sono ricordato che ti devo ancora i soldi del biglietto. Prendiamo la tua macchina, vero? La mia consuma di più della tua. Dividiamo le spese? Il dolore non se ne va mai, amico mio? Prende altre forme? Ecco, forse prende altre forme. Come le nuvole strattonate dal vento.

10 commenti:

  1. Molto bello, Disagiato. Un post "a cuore aperto".

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  2. Credo che appena avrò un po' di tempo ascolterò Fink e credo anche che lo apprezzerò molto. Quando mi guardo indietro e vedo anni passati ad occuparmi di incrostazioni di moke e di vicini rumorosi, non posso che tirare un sospiro di sollievo, anche se tra un singhiozzo e l'altro. Lo so che ripeto sempre le stesse cose ma anche questo post è bellissimo.

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  3. Stasera il cerchio si chiude!!

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  4. "Sort of revolution" è davvero un bell'album.
    Buon concerto, Disagia'.

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  5. bello... e mi e' piaciuto a cuore aperto come dice lo Speaker. Capisco quel senso di mancanza -pur del dolore- di cui parli.
    ...e, timidamente, ma facendomi coraggio, ti dico che sarebbe bello se mi passassi a trovare, in questo momento di cuori aperti.

    E poi sono tutta musicata in questo periodo e mi ascoltero' un po' di Fink.

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  6. “... ti alzi al mattino e ogni volta fa sempre meno male, fino a quando ti alzi un mattino ed è passato tutto, senza che tu te ne accorga. E poi, lo so, ti sembrerà strano, ma è come se quel dolore un po’ ti mancasse”
    ... forse perché, temo, in realtà non è il dolore che passa, ma noi, che ci spegniamo sempre un po' di più, ogni volta, fino quasi a non sentire più. E forse era meglio avere cuore colmo di amore e di lacrime, piuttosto che essere aridi e sterili.
    Grazie di avermi presentato Fink. Scusa per il commento noir.
    Buon concerto, spero che ti piaccia e ti faccia star bene.

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  7. La accetti una canzone in regalo, per ringraziarti del post? http://www.youtube.com/watch?v=c0VnmKWUNaM

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  8. Grazie tante a chi mi ha augurato un buon concerto (che alla fine è stato un bellissimo concerto) o ha apprezzato il post. Grazie davvero.

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  9. Silvia
    La canzone è davvero bella e quindi non posso che accettarla ;) Grazie

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