martedì 29 novembre 2011

metafisica di un post da scrivere

di lo Scorfano

Ci sono giorni in cui è facile pensare che il blog sia un tunnel. Scrivere il post, leggere i commenti al post, rispondere ai commenti al post, preparare il segnapagine, pensare a un altro post... Ci sono giorni in cui lo si pensa e ci si sente quasi messi in prigione, anche dal blog, come accade con molte altre faccende della vita, se si è un essere umano. Poi magari si smette di scrivere per qualche giorno: la vita a volte chiama altrove, e fa girare un po' la testa da qualche altra parte. Ed è in quel momento, mentre il blog rimane sullo sfondo che si capisce che esso, il blog, non è affatto un tunnel. E che è invece tutto il resto a esserlo.

E tutto il resto può, per esempio, essere la scuola, se fai di mestiere l'insegnante. La scuola con i suoi ritmi sempre più burocratici e sempre meno didattici, con i suoi ingressi alle 8 a spiegare letteratura lontana di secoli davanti a venticinque alunni che educatamente (ma non tutti) trattengono gli sbadigli; la scuola con i voti, i registri, le assenze, la necessità di non fare certi passi indietro, le aule, le porte che si aprono e chiudono, le lavagne tradizionali e multimediali, i colleghi, i colloqui con le famiglie, le insufficienze, la scuola.

È lì che ti accorgi che no, che il blog è esattamente il contrario del tunnel; e che forse è proprio per quello che ti serve, che ti piace, che in fondo lo ami, anche con la sua fatica. Perché il blog, a un certo punto della giornata, ti costringe a fermarti. 
  Ti mette di spalle, davanti a una finestra che ha di fronte a sé il lago, e ti impone una domanda, che altrimenti non ti faresti mai: «Cosa posso raccontare oggi?»; che poi, tradotta, significa anche: «Che cosa mi è successo oggi?» E in quei dieci minuti, mentre dovresti guardare il lago ma invece stai guardando il vuoto, ti passano davanti agli occhi le facce dei ragazzi, quelle dei colleghi, quelle dei genitori che ti hanno cercato perché il loro figlio ha preso 4 ed è tornato a casa in lacrime; e questa piccola folla di esseri umani come te diventa, meglio del lago, lo specchio in cui si riflette il tuo esistere qui e ora, la luce in cui solo puoi guardarti e cercare di capirti.

È una pausa. È quell'attimo di silenzio che altrimenti non cercheresti, magari sprofondato sul divano a farti intrattenere da un libro giallo o da un film o da chissà quale telegiornale e dibattito politico. Invece non puoi, non puoi lasciarti intrattenere, perché hai da scrivere per il blog, devi trovare una storia, un racconto, oppure anche soltanto (e vi prego di fare molta attenzione a questo soltanto) un ragionamento, sul mondo che hai scelto di vivere e che è quello dell'istruzione pubblica e dei ragazzi di quattordici o diciott'anni. E quella pausa silenziosa di pochi minuti in cui cerchi il tuo racconto per oggi diventa, giorno dopo giorno, il più prezioso dei tuoi momenti, quello in cui si fanno chiari i dettagli i tutti gli altri quarti d'ora della tua giornata, quello da cui nasce la luce che illuminerà un po' il buio di domani.

Poi ti muovi di scatto e vai a scrivere: perché la storia ti è venuta in mente. Perché semplicemente ti è venuta in mente la parola, lo sguardo, il cenno del capo su cui la storia si costruirà da sola, mentre tu la scrivi. Tu batti le tue dita sulla tastiera del computer, tu scrivi, e il piccolo prodigio, a quel punto, accade. E, a quel punto, se proprio vogliamo tornare là da dove eravamo partiti, a quel punto ricomincia il tunnel, quello normale del'esistere un po' alla volta tutti i giorni. Ma non fa più paura, mentre scrivi.

E magari pensi che avresti potuto ritagliarteli comunque, quei dieci muniti di silenzio che ti servono per fermarti e capire. Ma sai, lo sai per l'esperienza di tutta la tua vita pluridecennale, che senza un post da scrivere non lo faresti mai. Che saresti invece seduto su un divano con un libro in mano, a pensare ad altro. E mentre le dita scorrono sulla tastiera, e già ti immagini di tutti i refusi che hai seminato nel testo e che dopo, che palle, dovrai correggere, ti accorgi subito anche di un'altra cosa: non è il blog ad avere bisogno della scuola, come può sembrarti quando sei distratto. È il contrario.

È la scuola che ha bisogno del blog per ritrovare lucidità e forma e chiarezza di sé. Il blog è lo strumento, la scuola resta l'obiettivo. Il blog ti dà a volte un po' di piccola soddisfazione (perché qualcuno ti dice che hai raccontato una bella storia, perché qualcun altro la condivide sulla sua pagina facebook) ma non è questo il motivo per cui scrivi. Il motivo è che sai che già domani mattina ti alzerai per tornare a scuola e questa è l'unica cosa conta: e hai bisogno di averne la forza e di sapere quale deve essere la tua direzione. E allora ti fermi e ti fai venire in mente una storia da raccontare. E poi, in quei dieci minuti di pace e silenzio, fermo di spalle davanti al lago immobile e scuro, la trovi, la tua storia. E poi, che qualcuno la condivida o non la condivida, onestamente, conta molto meno di quei minuti di muto rendiconto. Conta che domani ti alzerai e avrai di nuovo riconosciuto la tua strada verso il lavoro che fai.

18 commenti:

  1. Applausi. :-)
    Poi dopo mesi ti rileggi. E ricordi. Ed è bello ricordare certi pensieri, certi aneddoti.
    ilcomizietto

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  2. non potrei essere più d'accordo.
    soprattutto adesso, che sono entrata in un vortice, lo spazio per poter dedicarmi con più calma al blog mi manca da morire.

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  3. c'è qualcosa che mi disturba in questo post, solo che non riesco a inquadrarlo bene.

    Occhei, è vero che il blog può servire per prendere le proprie idee e riuscire finalmente a capirle :-) Però io mi domando e dico: uno è proprio obbligato a farlo sempre e comunque? Ecco, io ogni tanto preferisco non prendermi nemmeno quei dieci minuti per me, perché altrimenti il blog diventa anch'esso parte di un vortice.

    (e pensa che io spesso scrivo senza rileggermi, quindi mi servono anche meno di dieci minuti :-) )

    ((e sì, ha un senso che io abbia risposto qua e non sul Frenfi))

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  4. PENSARE PENSIERI

    Caro Prof,

    il tuo post sul pensiero che cerca il pensiero da scrivere nel blog è intrigante.

    Mi fa ritornare in mente il mio prof di filosofia mentre spiegava il pensiero di quei pensatori che rifiutavano di aderire ad un pensiero definito qualsiasi.

    Ed io allora che volevo alzare la mia mano ed intervenire nel discorso, per dire che anche loro, con il loro "pensiero non pensiero" avevano aderito in fine dei conti ad un programma di pensieri.

    Come dire: io dico di non credere, ma in fondo allora finisco per credere comunque a qualche cosa.

    Credere di non credere. E' pur sempre credere. E' pur sempre pensare.

    Buon martedì.

    Marco

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  5. @.mau.
    Forse quello che ti disturba è quello che, in parte, disturba anche me: essere consapevole di essere (io) piuttosto portato per i tunnel (siano essi della scuola, del blog, o di altro). Come una vocazione. ;)

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  6. @scorfano: io dai tunnel ci entro ed esco da una vita, mi sembra di essere un neutrino della tua ex-capa Gelmini :-)

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  7. Ci voleva proprio. Specie se qualcuno esprime quello che pensi meglio di come lo esprimeresti tu; e anzi, fornisce una forma ai tuoi pensieri che prima non c'era, o se c'era era appena abbozzata. E insomma, grazie per aver cercato un senso alle nostre inutili fatiche.

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  8. Come al solito, troppo gentile, Gaddo. Ciao

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  9. Bellissimo post. Anch'io sento di avere ormai un bisogno egoistico dei minuti passati con un nuovo post, con i suoi tentativi di spiegarmi i miei ragionamenti, la mia giornata, la mia vita. E trovo bello anche correggere i refusi e lavorare di lima, che a scrivere di getto come fai tu non ne sono assolutamente capace.

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  10. @aaqui
    Per me credo sia una questione di ritmo. Io prendo il ritmo e devo correre sulla tastiera, altrimenti lo perdo. E il ritmo della scrittura è la cosa che in genere dice (o mi pare che dica) di più di quello che sto scrivendo. Mentre corro così con le dita, mi rendo conto che sto disseminando il testo di refusi, ma non me ne preoccupo: quelli li correggerò dopo. Nel momento della stesura, se mi fermassi, avrei paura di perdere il post, completamente.
    (Poi a volte succede anche che i refusi sono così tanti che non capisco più quello che volevo dire... Ma non tante volte, per fortuna)

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  11. Molto bello, grazie.
    Anche un mio amico ha scritto qualcosa di simile, qualche giorno fa.
    ("Solo le bestie non raccontano". William Shakespeare)
    (http://www.raggigamma.it/)

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  12. Caro Scorfano, era il posto di cui avevo (ho) bisogno oggi. Oggi che non so che cosa scrivere. Oggi che la strada da prendere mi sembra tanto vaga.

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  13. Felice di averti un po' aiutato ;)

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  14. diciamo che questa sera non sarà un post (per ora) ma una lettera aperta a una amica nonché coordinatore dei Merry Men dicendo quello che più o meno volevo dirle sono riuscita a scriverla!

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  15. Il post é davvero bello, scorfano. Ma quello che ho piú fatto mio é il tuo commento in cui parli del ritmo della scrittura. É cosí bello immedesimarsi in qualcuno, sapere che quello che succede a te succede anche ad un altro, verso cui, peraltro, nutri una certa stima.

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  16. Grazie, Bruna.
    La questione del ritmo (che è vera sempre, anche quando scrivo semplici commenti come questo) è una di quelle che mi sta molto a cuore, ma che difficilmente riesco a spiegare. Tante volte ho provato a scriverci un post, senza arrivare mai alla fine.

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  17. anche per me la questione del ritmo è fondamentale (e anche io trovo che dia il senso del post al di là delle parole - e sì che sono 'povna di prosa più che di poesia!). ps, ce l'ho fatta, infine, a scrivere (e dunque, forse, a trovare un bandolo)! :-)

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)