mercoledì 11 gennaio 2012

un'ovvietà

di  lo Scorfano


Due giorni fa, in classe, stavo consegnando le ultime versioni di latino ormai corrette. Me ne mancavano poche, meno di una decina, e in un attimo ho realizzato che tutte quelle che avevo in mano e che dovevo ancora consegnare erano, in varia misura e in vario modo, sufficienti. Allora ho pensato che potevo dirlo: per evitare che chi aspettava lì davanti a me rimanesse con qualche secondo in più di ansia ad aspettare, ansia che non serve a nessuno, né a me, né a loro, né ovviamente al latino. E allora l'ho detto: «Le versioni che mancano, ragazzi, sono tutte sufficienti».

Ho sentito un lieve ma collettivo sospiro di sollievo (non di tutti, in realtà: alcuni di quelli che mancavano appartengono alla razza che ci rimane male se prende meno di 7 o di 8: ma il sospiro è stato comunque avvertibile.). Poi, quando per una frazione di secondo ho alzato la testa dai fogli e dal registro in cui stavo segnando i voti e ho guardato nella direzione dei ragazzi, ho chiaramente distinto Giorgio che diceva al suo compagno di banco: «Si dev'essere sbagliato...» E ho per un attimo sorriso e poi ho detto: «No, Giorgio, non mi sono sbagliato».


Giorgio aveva le sue buone ragioni per dubitarne in effetti. Più che diciottenne, ripetente in terza con un voto negativo in pagella, tra gli altri, proprio di latino, da quando lo conosco (cioè da un anno e mezzo) lui non ha mai preso una sufficienza, in nessuna versione, mai. L'anno scorso se l'è cavata un po' con l'orale: ma non abbastanza da non prendersi il debito anche con me. Debito settembrino che ha poi saldato ovviamente grazie all'orale, perché anche la versione di settembre era, comunque, insufficiente.

Poi, lentamente, qualcosa è cambiato, qualcosa che stentava a prendere forma e di cui io stesso stentavo a fidarmi, ma che si cominciava comunque a percepire. Gli orali lentamente miglioravano, e anche la penultima versione non era stata terribile: o almeno non terribile come sanno essere alcune traduzioni di certi alunni del liceo. E alla fine è arrivata quest'ultima verifica, sufficiente, anzi più che sufficiente.

Giorgio è poi venuto alla cattedra e si è preso il foglio con quel voto inedito e inaudito. Gli ho sorriso e gli ho detto: «Bravo». Lui mi ha sorriso, mi ha detto «Grazie», poi è tornato al suo posto. E quando è arrivato al suo banco il suo compagno (che è uno di quelli che sotto il 7 è invece un fallimento...) ha alzato la mano aperta e si sono dati un «cinque», plateale, rumoroso, sfacciato. Io li ho guardati sempre con il sorriso, non ho detto niente, ero contento, abbastanza contento da non avere niente da aggiungere. Ho finito di consegnare le altre versioni e poi ho cominciato a spiegare un po' di letteratura italiana.

E, a un certo punto, mentre spiegavo, ho quasi avuto la tentazione di interrompermi per dire loro una cosa, sospettando che forse loro non la sanno, che non la immaginano, o forse la sanno ma non sanno di saperla, o forse non gliene importa niente, anche se sanno di saperla, mentre dovrebbe importargliene un po' e dovrebbero ricordarsi ogni tanto di sapere di saperla. Volevo dire che, dopo Giorgio, sono io il più contento di quel voto; e che c'è tutta la mia soddisfazione in quel bel voto; e che io, di Giorgio, mi ricorderò sempre questo bel voto, e non i voti precedenti e nemmeno la versione spaventosa che ha fatto all'esame di settembre...

Volevo dirlo perché a volte, ogni tanto, nei momenti peggiori, ho la sensazione che loro pensino che la mia maggiore soddisfazione stia invece nel contrario, nel dare i brutti voti, nel punirli, nel coglierli in castagna, nel fregarli. So che non è vero; so che poi, sotto sotto, lo sanno anche loro che non è così. Ma a volte ho quasi paura, appunto, che non sappiano di saperlo. E a volte, figuratevi, ho quasi paura che anche i loro genitori non sappiano di saperlo; e a volte ho persino paura che anche voi, casuali e lontani lettori del blog, non sappiate di saperlo. E che pensiate che sia per me fonte di soddisfazione beccare i miei alunni che si passano i foglietti o che copiano sull'internet, o cose del genere.

Ecco, no. Quando li becco che copiano, ci rimango male, come loro. Mi avvilisco, forse più di loro e dei loro genitori. È normale, direte voi., Sì, è totalmente normale: vale per me e vale per tutti. È per questo che non ho detto niente, l'altro giorno in classe: perché è ovvio che sia così ed è ovvio che i ragazzi lo sappiano ed è ovvio che lo sappiano anche i loro genitori ed è ovvio che anche voi, casuali e lontani lettori del blog, lo sappiate, ed è ovvio che ci mancherebbe altro. Che la soddisfazione di una versione di Giorgio ben fatta e ben compresa, io me la porto a casa e mi tiene in piedi fino alla prossima volta, fino al prossimo alunno che ce la fa. È ovvio per chiunque, vero?
 

15 commenti:

  1. No.
    La prossima volta dillo. :)

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  2. sì che è ovvio ma a me è capitato lo stesso di dirlo ai miei studenti. dire che mi sento un po' come il loro allenatore e un allenatore non può volere che la sua squadra perda. l'ho detto non perchè pensassi che loro non lo sapessero ma perchè ho avuto l'impressione che volessero sentirselo dire, che avessero bisogno di sentirsi dire che io (io come adulto, insegnante, persona che esige da loro, che li controlla, che insomma "rompe") sono dalla loro parte. è ovvio, sì, ma mi sono sentita meglio nel condividerlo.

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  3. Io penso invece che alcune cose non vadano dette, ma vissute. E' come spiegare una battuta. Ho il sospetto che alcune volte si sopravvaluti l'efficacia della comunicazione verbale. Non è scontato che una frase benché grammaticalmente corretta e dalla semantica chiara sia necessariamente efficace dal punto di vista comunicativo.
    Come alunno, davanti ad una esternazione del genere non avrei colto il messaggio ma mi sarei sentito in imbarazzo per un adulto che manifesta la sua insicurezza di non sentirsi accreditato da degli studenti.
    Non c'e' nulla di più difficile che dare parola all'ovvio.
    (anche se tu in questo post ci sei riuscito)

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  4. Per quanto ovvio possa essere, repetita iuvant.

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  5. Per come son fatta, mi conosco, io avrei parlato. Forse straparlato, presa dalla felicità.
    Ciò che, invece, mi sorprende, ogni volta, è incontrare persone, colleghi, come te. Che bello:)
    http://myblogpensierieparole.blogspot.com/

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  6. Ovvio, non è poi per tutti gli insegnanti così ovvio...
    Oggi, consegnate verifiche, finita l'ora, ho urlato, sembrava una sgridata ... tanto era dal...la pancia!
    a un'alunna, bravina, a modo, puntuale, volenterosa...: "Ritaaaa, dobbiamo migliorare il votooo!"
    [Rita ha preso 7- in "conoscenze" e 6 1/2 in "applicazione"]
    Rita ha sorriso, grata, "Sì, prof".

    g

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  7. Per me lo è davvero, ovvio. Ovvio come il sentirsi intimamente mortificati se una persona a noi vicina butta per terra una carta, con negligenza e indifferenza. Ci ferisce. E se dovessimo arrabbiarci, lo faremmo perchè noi siamo "bravi", o perchè davvero vorremmo col cuore che non si ripetesse, quel gesto? Vabbè ma io forse non conto, chè di mestiere, io, voglio fare proprio quello che fai tu. By the way, bentornato Scorfano.
    Laura.

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  8. Non ti arrovellare, sicuramente dal tuo sorriso hanno compreso quanto tu sia contento della loro buona riuscita. Certamente non sarà stato neppure l'unico esempio del tuo "tifare per loro"!
    Oggi invece io ho compreso che sono irrimediabilmente vecchia: quando ero studentessa, il mio professore di italiano avrebbe segnato come errore il mio eventuale uso di "realizzare" per "capire, rendersi conto", non parliamo poi di usare lui stesso quest'espressione! lo so, è un "prestito" o come diavolo si chiama dall'inglese che è entrato ormai tanto nell'uso comune da diventare parte dell'italiano, però questo mi ricorda che son passati cinquant'anni! :(

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  9. Ovvissimo, ma vederlo scritto da te, è tutto un altro paio di maniche. È come per il pane in tavola. Vederlo è un conto, sentire la passione nei racconti di un'anziana che un tempo lo faceva tutti i giorni, è un'altro.

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  10. Sì. No.
    Sì, dovrebbe esserlo.
    No, (specie per molti insegnanti, purtroppo) non lo è.
    Ci sono delle volte, specie quando vedo un mio alunno che non va troppo bene che dall'intestazione del compito che mi ha dato sembra aver fatto meglio del solito, ho paura di correggere. E mentre avanzo con la penna e trovo pochi errori mi trovo a pensare: "dai, manca poco, anche se sbagliasse tutto il resto, oramai la sufficienza c'è!".

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  11. @Claudia
    La metafora dell'allenatore l'ho usata anch'io, diverse volte. Non che abbia avuto l'impressione che mi abbiano creduto, però... ;)

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  12. @NoceMoscata
    Troppo gentile, in effetti ;)

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  13. probabilmente mi illudo ancora, speriamo che duri ;)

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  14. Alcune volte la ovvietà delle cose dipende da chi le ascolta, per tanto dirlo va sempre bene. Sono rimasta sconvolta dall'immagine...."se la porta non si apre, resta fuori", troppo bello!
    Sara M.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)