lunedì 23 gennaio 2012

il più bel lavoro del mondo

di lo Scorfano


«Ma via, su, che lei fa il più bel lavoro del mondo...!»; o anche, nella variante più confidenziale: «Eh dai, che tu fai il più bel lavoro del mondo...!». E sono complessivamente diciassette anni che mi sento dire questa frase, con qualche variante naturalmente, ma comunque sempre con lo stesso intimo significato. E da persone che fanno tutt'altro lavoro, ovviamente. E in più, per quanto ci sia piuttosto abituato, in questi ultimi mesi pare che la considerazione sia sempre più in voga (sarà la crisi economica, non so), o almeno io me la sento dire sempre più spesso, due volte solo negli ultimi tre giorni, e qualche volta anche qui sul blog, tra i vostri gentili commenti. E dunque?

E dunque mi tocca (visto che il lavoro è proprio il mio) chiedermi che cosa ci sia i così attraente, per gente che fa tutt'altro, nel mio lavoro. E penso ai ragazzi, per prima cosa. Mi immagino che «stare con i ragazzi» sia una delle componenti che più intrigano chi mi ascolta o soltanto mi incontra. Benché, a dire il vero, il mio lavoro è fatto per i ragazzi, ma con altri adulti, che sono i miei colleghi, il mio dirigente, il personale di segreteria e i bidelli. È con loro che io devo «fare squadra», come si suol dire; i ragazzi sono il fine, non la compagnia.


E poi, francamente, più ci penso e meno mi convince questa cosa dello «stare con i ragazzi», che pure ritorna in molte conversazioni. E mi viene il sospetto che il punto sia un altro, forse non del tutto chiaro nemmeno a chi insiste a dirmi che il mio è il mestiere più eccetera. Forse il punto vero è l'interesse, magari condito dalla consueta, e prezzemolissima, «passione».

Provo a spiegarmi. Io credo che chi mi parla e mi sente parlare del mio lavoro si immagini di avere molte cose da dire a un gruppo di ragazzi; e si immagini che siano cose interessanti, che potrebbero affascinare i giovani studenti e che lui avrebbe tanta passione nel dirle e raccontarle; e forse si immagina che frotte di studenti gliene sarebbero grati e che questo darebbe a lui (o a lei) la grande soddisfazione che il suo mestiere, senz'altro più remunerativo, invece gli nega. Ed è forse per questo che, per un attimo, mi invidia e mi dice che il mio mestiere eccetera.

E, se fosse così, mi dispiace, ma dovrei deluderli tutti. Perché è pur vero che ogni tanto accade una delle cose che quel tale (o quella tale) si immagina. E è vero che c'è la passione e talvolta pure l'interesse. Ma accade di rado, proprio una volta ogni tanto (dove «tanto» non è soltanto un modo di dire). Il più delle volte invece non accade niente. Ed è normale e giusto così, tra l'altro. Si fa lezione, si cerca di farla il meglio possibile e con quel po' di passione che si sa trovare in se stessi, si cerca di essere il più chiari e coinvolgenti possibile, si cerca di essere il più corretti possibile nelle valutazioni, e poi la lezione finisce e si torna a casa.

È la quotidianità, insomma. E la quotidianità dell'insegnare, tra l'altro, insegna proprio che non si hanno da dire cose molto interessanti; o almeno che si pensa senz'altro di averle (anche io lo penso, purtroppo, come quel tale e quella tale) ma poi ci si scontra con la realtà fattuale: la quale realtà invece rivela limpidamente che ai ragazzi (quasi tutti) non interessa niente (quasi niente) di quello che a me pare interessante. A prescindere dalle discipline, intendo. Intendo che evidentemente tutto quello che a me sembra di avere da dire di interessante, nella realtà, non è interessante. O almeno non lo è per loro; o lo è per molto pochi e solo sporadicamente. Come, mi immagino, quello che hanno da dire quel tale e quella tale (che un po', ogni tanto, mi invidiano, perché io posso dirlo a due o tre classi di studenti) non interessa per niente alla loro moglie, ai loro figli, ai loro amici.

(Piccola parentesi, un po' marginale: una delle curiosità più frequenti dei lettori dei miei post su questo blog è se i miei studenti sanno o meno che io scrivo. quello che scrivo Me lo chiedono in tanti, sempre; a volte in privato altre volte proprio sul blog, in pubblico. E ogni volta io devo dire che forse i ragazzi lo sanno, ma comunque non gliene importa. Cioè non vengono a leggere. Anche se scrivo di scuola, loro non vengono. Vi sembra strano? A me invece sembra molto sano. Anch'io, da ragazzo, avrei fatto esattamente come loro.)

Ma la verità ultima è forse, come spesso accade, molto più semplice: non diciamo e non abbiamo, nessuno di noi, niente di imperdibile da dire, probabilmente. Alcune cose ogni tanto, quelle sì; alcune idee buone o alcune simpatiche battute, anche quelle può darsi. Ma nel lungo termine siamo poco interessanti, un po' tutti; siamo ripetitivi e parecchio noiosi. E chiunque debba ascoltarci per più di un'ora al giorno dopo un po' si annoia. È normale, insomma. Tocca ammetterlo (chi non lo ammette è in brutte acque, ho paura) e tirare dritto, che ci sono gli impegni, i fastidi, le partite di calcio la domenica, qualche bicchiere di vino buono da bere. Ma saperlo è abbastanza importante, comunque, secondo me.
E, se è vero che è proprio questo il senso di chi mi dice che il mio è il lavoro più bello eccetera, be', allora forse lo è davvero. È il più bel mestiere del mondo, lo confermo e me ne vanto. Perché mi ha insegnato questa cosa, il mio insegnare: mi ha insegnato che illudersi di essere uno che dice cose interessanti e imperdibili per tutti e per tutto il tempo è un gran brutto errore. E sarebbe un bene che tutti, a nostro modo, lo sapessimo; ma soprattutto è bene che lo sappia io, che faccio questo lavoro, che è davvero il più bel lavoro eccetera.

13 commenti:

  1. Io penso che insegnare sia il più bel lavoro del mondo, perché ti costringe a sapere che il lavoro che fai è per qualcuno. Uno può essere in ufficio (io ci sono passata) e credere che il lavoro sia fare fotocopie, vendere prodotti, trovare strategie d'attacco... E' anche questo, ma la parte decisiva sono i rapporti. E a scuola, è impossibile scappare da questo.
    Comunque, concordo anche con quel che dici tu: i ragazzi spesso si annoiano (io stessa mi annoio talvolta sentendomi parlare,o sentendomi fare ramanzine per più di 5 secondi di seguito...).
    Epperò... Dopo la fatica, c'è la bellezza (l'avevi detto tu). Eppoi...
    http://scorfano.wordpress.com/2009/09/30/nel-frattempo/ (questo era uno dei tuoi post che mi aveva più colpito, quando ti ho conosciuto sul web :-)

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    1. Il post che tu linki è mio, e lo riscriverei identico. Però, quel che mi stupisce è che, per esempio, le due ultime persone che mi hanno detto quella frase sono state un medico(primario di ospedale)e il caporedattore, mio amico, di un importante casa editrice. Ecco, da loro mi aspetterei di sentire che il più bel lavoro del mondo è quello che fanno loro.

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    2. Allora capisco la tua perplessità. In effetti, non penso che un medico abbia meno a che fare con le persone rispetto a noi...
      Così, provo a precisare anche quel che ho detto prima: credo che qualsiasi mestiere, se vissuto nell'ottica della costruzione di un bene comune, o condivisione di competenze "per" qualcuno, sia bellissimo. Coi ragazzi, credo che lo sia in modo particolare, perché davanti a ragazzi che crescono, mi sembra si possa barare ancora meno (anche se loro provano lo stesso a svicolare, intendiamoci...). Poi, una mia amica dice che, proprio per questo, è il mestiere più drammatico del mondo (lei non direbbe mai "bello", perché lo sente come un rischio costante).

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  2. Più ti leggo e più ti condivido...

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  3. mah, chi lo sa qual è , davvero, il più bel lavoro del mondo...

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    1. Credo che sia quello della foto che accompagna il post...

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  4. Brava Monica! D'accordo con te.

    Invece questo post mi sembra un po' incattivito e di malumore.

    Il discorso della noia dei ragazzi e' reale e realistico. Ma secondo me questo dipende dal fatto che la nostra e' una scuola statutoriamente noiosa ed ansiogena.

    Uqbal

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  5. Io nella stessa classe ci sto dalle due alle tre ore al giorno; mi chiedo come fanno a sopportarmi...e come dici tu, le scintille che vedo nei loro occhi sono rarissime: però, nel mio piccolo, me le godo! Per 12 anni ho fatto tutt'altro lavoro, e da solo quattro anni sono insegnante: in entrambi c'erano luci e ombre...in entrambi fatica, ma per fortuna sempre con qualche piacevole scintilla!

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  6. Non so. Sarò banale. Ma - da insegnante, doppia, e doppiamente convinta - da un lato quoto Monica e Uqbal, e dall'altro penso, e ridico, che il lavoro più bello del mondo è grazie al cielo quando qualcuno di noi si trova a fare un lavoro che corrisponde alla media delicata e in equilibrio tra una delle sue passioni (che - e qui ti seguo nella prosa, ma solo qui - sono più di una, perché non parliamo di vocazioni, e meno male) e quello che sa davvero fare (io amo cantare... sotto la doccia; altro dalla natura non mi è stato dato). E se sapessero che scrivo i miei ragazzi leggerebbero, eccome. E sì, se mi dici che la maggioranza delle lezioni non sono e non devono essere eccezionali, in senso etimologico, ti seguo. Ma penso che non è vero che la maggioranza del tempo i ragazzi se ne freghino. Non lo fanno. E se lo fanno è un problema, non l'inevitabile norma. Un problema della scuola e (quindi, anche) nostro. Non certo (solo) loro.

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  7. A me non lo dice nessuno che faccio il lavoro più bello del mondo. Penso che poi non sia così tanta la gente che lo pensa, e se lo dicono poi non è affatto sottinteso che lo farebbero, anzi temo che tentennerebbero il capino dicendo che loro, però non hanno la pazienza - o la vocazione, o qualche altra cosa che viene considerata ingrediente fondamentale.

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  8. a me dicono "è il lavoro più difficile del mondo" ma non vale perché me lo dice (a richiesta) la mia mamma quando ho un diavolo per capello . forse è meglio fare la pasticcera panificatrice d'antan. no, non so se il tuo è il più bel lavoro del mondo ma so che tra i tuoi post e le tue riflessioni io ci trovo sempre molto di quel bello. ecco.

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  9. La noia, mi sembra, fa parte di ogni lavoro, anche di quelli "più belli del mondo".
    Io insegno e lo faccio volentieri, ma secondo me il più bel lavoro del mondo è fare il direttore di orchestra ad alto livello. E già mi sento nelle orecchie Abbado e Pappano che mi spiegano che sì, certo, è molto bello quando le luci si abbassano e l'orchestra si concentra su di te e tu con un gesto ieratico avvii il Lohengrin o la cantata di Peer Gynt, ma che dietr0 a ognuno di quegli affascinanti attimi ci sono state molte, molte ore di noia e pazienza, per te e per gli orchestrali e anche per i bidelli dell'orchestra.
    E certo che i ragazzi si annoiano a scuola. E vorrei anche vedere, povere stelle.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)