martedì 24 gennaio 2012

In Italia si fa fatica, dicono

del Disagiato

Guardate che pure a me piace tanto fare la vittima e lamentarmi però c’è questo concetto che circola nell’aria, almeno dalle mie parti, che non riesco ad afferrare del tutto. Insomma, conosco  persone che dicono all’incirca questa cosa: “In Italia non c’è spazio per i musicisti”. Oppure, sempre per fare un esempio, questa: “In Italia è difficile pubblicare o farsi leggere”. La sto facendo semplice, ne sono consapevole, ma l’andazzo più o meno è questo, se non peggio. Qualche settimana fa ho incontrato al bar un’amica che era “da una vita che non facciamo due chiacchiere” e dopo un paio di domande di rito mi ha raccontato che ha concluso il suo corso di regia, che ha fatto qualche lavoretto per un regista non tanto conosciuto, che ha speso parecchi soldi per una macchina da presa sofisticata e che ora sta pensando di mollare tutto perché, mi dice lei sorseggiando un birra, “qui in Italia è difficile esprimersi”. E dopo questa amara conclusione, che io ho inghiottito con dispiacere (ricordo che “era portata per il cinema”), lei ha proseguito raccontandomi anche delle orecchie che non vogliono ascoltare i suoi progetti e degli occhi che non vogliono vedere i suoi cortometraggi.

Poi ci siamo ordinati un’altra birra, lei si è rullata una sigaretta, io ho raccontato di me, della libreria, di questo blog e di poco altro. Insomma, in Italia è davvero difficile fare cinema. Ora vi dico quello che ho pensato mentre io e lei sorseggiavamo birra. Il problema, in quel momento della sua vita, secondo me era uno solo: il bar. Non so se riesco a farmi capire. Io mi chiedevo (in silenzio e senza rivelarmi): ma cosa diavolo ci fai al bar? Se ti piace fare cinema perché non sei a casa a fare cinema? Perché non sei a casa a impazzire su una sceneggiatura? Vi racconto un altro aneddoto.


Un paio di anni fa un amico con la passione per il canto (cantava con suo padre ai matrimoni e alle feste e poi altre cose che non andavano mai a buon fine) decise di andare a Londra “perché”, mi disse lui, “in Italia non c’è la cultura”. E così, spinto dai nostri migliori auguri, partì per Londra. La settimana scorsa è venuto in libreria e mi ha raccontato che a Londra non tutto è filato liscio. “Ma è vero che c’è più spazio per i musicisti”, gli ho chiesto e lui mi ha detto di no, che anche a Londra si fa fatica. “E adesso cosa farai?”. “Insisto”, mi ha risposto lui, “insisto con Londra. Sto ancora facendo il pendolare”. Ecco, senza alcuna cattiveria io mi sono fatto una piccola teoria. Il problema del mio amico che vuole formare una band è uno solo: “il pendolare”. Ma perché invece di fare il pendolare non ti eserciti nel canto? Perché invece di andare su e giù per l’Europa non canti e non ti trovi dei bravi musicisti (e che magari non vanno su e giù per L’Europa)?

Se nessuno si è mai interessato alle mie poesie nonostante il sentimento, i soldi e il tempo spesi per inviarle alle riviste e ai concorsi nazionali (dio mio che tempi bigi, quelli) significa che le mie poesie fanno schifo. O se non fanno schifo fanno tenerezza o compassione. Vero che la vena poetica o ce l’hai o non ce l’hai, ma una soluzione per rimediare ai miei terribili naufragi ci sarebbe: scrivere poesie e leggere poesie e poi scrivere poesie e poi leggere poesie. E capire la poesia, soprattutto. Tutte cose che per stanchezza, pigrizia e menefreghismo ho smesso di fare. 

Insomma, se non sono un poeta famoso e riconosciuto (un poeta che sta in un sistema letterario) il problema non è l’Italia che non dà spazio ai giovani o che la poesia non conta nulla in questa società malata e materialista (o materiale). No, il problema è uno solo: quella PlayStation che sta affianco al televisore di là in sala. E un pochino anche il tempo perso a scrivere cazzate (e scusate il francesismo).

19 commenti:

  1. Può darsi. O forse no. Guarda me, per anni ho insistito con la storia della cooperazione allo sviluppo; per carità, un po’ di cose le ho fatte… ma poche, e sempre credendoci poco “perché ormai è un settore in crisi, troppa richiesta di lavoro e pochi fondi disponibili”. In realtà, mentre svolgevo il mio lavoro, mi chiedevo se avesse un senso portare avanti certi progetti. E forse, checchenedica, ho smesso di perderci tempo ed energie solo perché non ero più certa che fosse la cosa giusta. Poi avrei voluto fare altro, ma non mi ci sono buttata dentro… Forse è l’insicurezza che blocca molti di noi e un contesto poco felice (perché, ammettiamolo, non è un periodo eccezionale) ci spinge a lamentarci e a dire che non abbiamo altra scelta. Forse paura e pigrizia superano le nostre passioni. O, forse, in quelle passioni, crediamo sempre meno. Insomma, tu sarai pure “il disagiato” ma io in quanto a disagio e confusione non sono da meno…
    Buona giornata

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  2. Penso sia di Woody Allen: a chi gli chiedeva come scrivere buone sceneggiature di film rispose che il segreto era scrivere sceneggiature. E se non erano buone, di riscriverle fino a quando non lo diventavano. E' quello che hanno fatto tutti i grandi: i primi racconti di Asimov erano decisamente brutti eppure continuò ininterrottamente a scrivere e a tormentare vari editori fino a quando non fu pubblicato. Il segreto per scrivere belle poesie è scrivere poesie. Tante fino a quando sono belle anche per altri.
    ilcomizietto

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    1. Sì, la frase è di Woody Allen e quella fu una sua risposta a una domanda di uno studente romano, l'anno scorso. La citai anch'io in un altro post.

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    2. Da quando ho pubblicato il mio romanzo, un sacco di gente mi scrive messaggi del tipo "sai, anche a me piacerebbe un giorno ecc.." e poi "secondo te come potrei fare per?".La mia risposta è sempre quella: scrivi.Fine.Se davvero ti piace scrivi e basta. Go all the way, come diceva Buk, altrimenti non vale nemmeno la pena di iniziare.

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  3. Io ho un progetto in testa e ci sto lavorando da dicembre. Sono talmente preso da questa cosa che ci penso pure la notte, nel sonno.

    Ho già smesso di esercitarmi con la chitarra, leggo meno; da anni non guardo la televisione. Il lavoro è sicuramente un ostacolo e se dovessi fare il pendolare sarebbe un bel problema. Mi chiedo continuamente: mi gioco il tutto per tutto? Quanto posso permettermi di credere in questa cosa? Quanto rischio, invece, di fare la figura dello scemo del villaggio che insegue gli UFO?

    Mi dà talmente tanta ansia questa cosa che, be', chi mi legge lo sa.

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  4. Un po' sì e un po' no. Sicuramente senza talento iniziale e coltivazione quotidiana e costante di quel talento si va da poche parti. Altrettanto sicuramente in Italia c'è meno spazio che altrove (nel senso che - come dici tu - i bravi alla fine sicuramente sfondano uguale, e l'ho visto coi miei occhi troppe e troppe volte; altrettanto certamente sfondano mediamente più tardi, e di parecchio, che negli altri paesi [anche se qui si apre il discorso sulla lentezza complessiva alla formazione post-diploma dell'italiano medio, etc etc]).

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  5. Ecco, cazzo. E perdona il francesismo. E perdona il fatto che io mi sia capito.
    Adesso ti stringerei la mano, ti offrirei una birra e ti inviterei a fare due chiacchiere senza lamentarmi/ti/si/ci/vi.
    Grazie, Disagia'. Davvero grazie.
    Grazie.

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  6. Forse il problema è anche che la regista od il cantante pensano che -avendo loro naturalmente un'immenso talento- il fato (o la sfiga per usare un'altro francesismo) siano loro avversi. E quindi, non dovendo applicarsi per migliorare la loro arte (non è necessario, sono dei talentuosi!) cercano in giro commiserazione. E' un meccanismo di questo tipo: voglio fare cinema = allora SO fare cinema, anzi, sono un innegabile virtuoso/a!. Quanto tutto questo modo di concepire l'arte sia dovuto ai cialtroneschi programmi tivvù di questo periodo lo lascio giudicare a te. Poi, per intenderci, bisognerebbe definire correttamente anche il Talento, quello vero, ma è un discorso lungo.....
    Comunque grazie anche da parte mia, considera offerta un'altra birra e altre 2 chiacchiere nonlamentose.....

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    1. Mi prendo volentieri la birra, grazie ;)

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  7. D'accordo col Disagiato. Secondo me il talento non esiste. Esistono solo le passioni. Esistono le "mezze" passioni (mi piacerebbe tanto fare...) e, molto più raramente, le passioni "intere" (non posso immaginare di far altro che...). Chi ha una passione intera non può sfuggirgli. Il che non è per forza una fortuna. È una specie di ossessione. Insomma, è gente strana quella.

    In alcuni settori, per campare basta una mezza passione. Sono i settori più "in voga", per esempio l'informatica. In altri invece è necessaria una passione intera.

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  8. Mai sentito qualcuno a cui piace il sesso lamentarsi che l'industria del porno in Italia è troppo provinciale? Io la mia arte la faccio per me, come pare a me, e quando piace a me. Io campo di altro (presto libri), e apro la biblioteca quando lo decide il mio datore di lavoro e presto libri quando lo decide l'utente. Volessi vivere con la mia arte, dovrei considerare i gusti e le tendenze degli utenti. Studiare il pubblico, adattare la mia arte e renderla appetibile ad un bacino di utenza abbastanza ampio per avere sufficienti entroiti che mi permettano di vivere, pagare le tasse, accantonare risparmi. Diventerebbe artigianato al 90 % e arte al 10%. Potrei farlo, ma prestare libri è piu' facile, e la gente ne ha bisogno, almeno durante le vacanze estive quando i professori consigliano la lettura di Marcovaldo. Invece della mia arte nessuno ne bisogna se non me stesso. Non mi lamento. Sono contento quando qualche viandante passa per il mio blog e mi dice che scrivo bene. E' vero. Ma scrivo bene per me stesso, e mi basto.

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  9. quoto "bestiario"... "fare arte" fa bene allo spirito, che sia bella, brutta, popolare, impopolare, regolamentare, irregolare...non importa.
    chiudersi in un garage e urlare pezzi punk, o dipingere fiori e ortaggi per interi fine settimana, significa soprattutto stare con se stessi e imparare - magari, ma questo è certo - ad apprezzare con spirito più critico, ma anche più aperto, l'arte degli altri, dei grandi, dei piccoli...dei bravi, dei pessimi, ecc.

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  10. sì tesoro... però sappilo, tra un bel po' di anni, o forse lo fai già, rimpiangerai di non esserti dedicato anima e corpo in quel qaualcosa che per te valeva, e forse vale ancora. e invece guardi la playstation vicino al televisore con amarezza, e magari, qualche volta, ci giochi ancora. buttala... non so chi l'abbia detto, e magari a te le citazioni non piacciono, magari ti sembrerà banale e scontata, ma qualcuno ha detto (più o meno): "sul nostro letto di morte non ci ricorderemo neanche di tutte le cavolate che abbiamo fatto, ma torneranno a tormentarci tutte quelle cose belle che non abbiamo tentato"

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  11. Io però senti dire anche da molta gente che ce l'ha fatta, che di spazio ce ne poco (e ce l'hanno fatta, per l'appunto).

    Ricca è anche l'aneddotica di quelli che in Italia potevano far le ragnatele e all'estero sono presto fioriti. E' chiaro però che di fronte al fallimento tutti noi abbiamo molti problemi ad ammettere che il problema potremmo essere noi stessi. Ci vuole una certa forza d'animo...

    Uqbal

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  12. La tua amica ha un po' ragione e un po' torto. Un po' di ragione, perché in Italia il cinema con la C maiuscola lo fanno davvero poche persone che si conoscono o sanno come farsi conoscere tra di loro, e qui non c'è molto da fare. Ma un po' di torto, perché se una persona ha davvero voglia di farlo se ne sbatte del cinema con la C maiuscola, e premettendo la tranquillità economica fa tutti i lavori che trova per poi esprimersi. Ci sono i circuiti indipendenti, ci sono tante di quelle modalità per uscire dal circuito di quattro amici, che una persona con un po' di sacro fuoco alla fine il modo lo trova. Deve semplicemente farsi un po' di culo in più. (e beata lei che si è comprata pure l'attrezzatura, perché io sono anni che ci penso, a farmi i miei documentari da sola, e mi frega il sentirmi troppo vecchia, ma non ho molto da recriminare, alla fine. Ho smesso di fare quello che mi piaceva perché le condizioni per farlo avevano fatto diventare il mestiere un incubo, più che una soddisfazione. E sono sempre più contenta di esserne lontana). Ne conosco parecchi che nonostante il sistema provano ad andare avanti lo stesso, scrivendo o girando le loro cose. Può anche darsi che in molti casi abbiano pure le spalle parate, ma ho in mente un padre di famiglia di 47 anni che collabora con altri due sceneggiatori e che dopo 5 anni di peripezie adesso sta scrivendo una sceneggiatura che è stata interessata da una produzione australiana. E in questi 5 anni ha scritto anche altri progetti, non è stato fermo ad aspettare sotto un albero.
    Però, ecco, che ci sia solo l'alibi della mancanza di spazi e che in realtà volendo si può, è un po' una cosa che si racconta chi non ci ha mai vissuto, nell'ambiente. Anche perché se uno ha fatto un percorso che lo porta a scrivere sceneggiature o a girare film (o che dovrebbe portarlo a), poi di questa roba vorrebbe campare. Il fatto che non ci riesca secondo me non è giusto, e nemmeno è giusto pensare che in fondo quelli che non riescono non passano il tempo a casa a scrivere, o in giro a riprendere e poi a casa a montare. Perché quello del cinema è un mestiere che necessita per forza di altre persone. Un produttore, uno che compra il progetto o che ti paga perché vuole che tu giri quella cosa, un pubblico. Quando sei giovane non te ne frega, fai perché sei entusiasta, perché ti pare che te l'abbia ordinato il medico, e perché sei un po' presuntuoso e pensi che in fondo sei meglio di chiunque altro. Quando sei meno giovane ti accorgi che ci sono le bollette da pagare, e cominci a pensare che in fondo non te l'ha ordinato il medico, e allora cedi. Quando cedi del tutto dipende sempre e comunque da quanto puoi permetterti di tirare la corda senza un lavoro che ti permette di campare. Qualcuno la tira dopo. Qualcun altro prima.
    Oh, intendiamoci, io sono contenta di averla tirata prima, la corda. Senza recriminazioni. Ma, ecco, io la tua amica, un po', la capisco. (forse capisco pure il tuo amico, ma non canto, quindi non so se è lo stesso)

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    1. Sono stata un po' prolissa e probabilmente contraddittoria. Chiedo venia, a parlare di queste cose esce un po' il fiume.

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    2. Non sei stata affatto contraddittoria. E comunque hai ragione, oltre alla passione, al sacrificio e all'ostinata dedizione ci vuole pure un ambiente aperto e disponibile. Solo che spesso l'assenza di questo ambiente diventa un alibi. O almeno a me sembra.

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  13. Boh, intanto saluto gli altri utenti ed esco dal mio solito stato di lettore silente per aggiungere due righe. Indubbiamente vale il discorso che se ti piace una cosa la devi fare ed essere il primo ferocissimo critico di te stesso. Sarà banale ma anche a me chiedono spesso come si fa a diventare dei fumettisti (prima rido e dico loro che non sono un fumettista di professione ma solo un appassionato di fumetti e che forse la lettura del blog offre una prospettiva falsata della popolarità dei miei lavori) ed io rispondo: disegnate. E come esempio posso appunto portare il mio blog che, riguardando i miei primi lavori, mi si attorcigliano le budella a vederli rispetto a come sono i miei ultimi lavori, dopo anni di allenamento.

    E però conta anche quella carezza del destino che ti fa trovare il modo per farti conoscere senza neanche capire come. Io sono stato fortunato perché se iniziassi l'esperienza del blog adesso, con tanti altri bravissimi autori (che reputo anche mooolto più bravi di me) che bazzicano la rete penso che difficilmente riuscirei a raggiungere il traguardo che ho raggiunto iniziando ormai 8 anni fa.

    Quindi sì, conta fare e rifare, ma temo conti anche un po' il fondoschiena. Almeno io penso che nel mio caso abbia aiutato.

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    1. Certo, ci vuole pure la carezza del destino (che poi tu chiamerai fondoschiena). Insomma, vale quanto ho detto a Giuliana, qua sopra.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)