domenica 8 gennaio 2012

Una sera come tante*

del Disagiato

Eh, cosa vuoi che ti dica, sono nuovamente qui, chissà per quanto ancora, al mio settimo piano in una sera come tante, e i miei proponimenti intatti, in apparenza, come anni or sono, anzi più chiari, più concreti e avrei da raccontarti di quella fatica che sbava al di fuori del perimetro, che si ripresenta anche quando non si è più blindati dal dovere, dal camminare, dal lasciare o dall’afferrare. Vuoi che ti dica che sono felice e soddisfatto? Se vuoi lo faccio per tenerti in quiete, come ci capita per sbaglio in certi pomeriggi di sole guardando il mare. E io non lo so che scherzi fa il tempo e non lo so, detto con molta sincerità, se c’è una differenza tra il voler vedere le stelle e il saperle là in alto e non so se c’è differenza tra lo svegliarmi già stanco e il trovarmela, lei, di fianco. Che stanco lo sono lo stesso, sempre, in libreria e quando mi metto sopra la tastiera a spingere tasti per fare bassa cronaca, per raccontare cosa succede a me e ai miei simili. Non so neppure se mai ho avuto un fuoco e figurati se so, ora, se questo fuoco è acceso o spento. Non so camminare su un filo, non ho uno stile che mi tuteli dalle punizioni fuori stagione e mai, giuro, ho avuto una mappa dei locali. Sempre i soliti due o tre bar, sempre lo stesso suolo e tutto quanto non è mai stato un minimo poetico, anche solo per scherzo. 


Quanto vorrei che la vita avesse una tattica, quanto vorrei vedere la vita impostare il suo gioco ma la vita, porco di un giuda, non ha un suo gioco ed è solo bello e consolatorio, per noi, pensarlo e saperlo. E poi mi chiedo: che differenza c’è tra la rabbia che si prova a vent’anni e la rabbia che si prova a quaranta? Dimmelo tu, che io per miopia e per questione anagrafica non so dirlo. A vent’anni si è lucidi e in forza, mentre a quaranta un po’ meno? Che differenza c’è? Dai, dimmelo tu che forse puoi. E poi di questa cosa che chiamiamo amore vorrei tanto dirti che si può rubare e che si fa rubare. Suono bene dirlo e suona bene pensarlo. Solo che sono fragile, solo che sono appena uscito da un centro commerciale e in questa sera come tante non mi va di giudicare così l’amore, come cosa da rubare e da farsi rubare. 

Una sera come tante e quante sere ne restano prima di morire non so, amico mio. Che differenza c’è tra la rabbia a vent’anni e la rabbia a quaranta? Mi ridomando: vorrei sapere se un giorno sarò meno stanco, se illusioni siano le antiche speranze della salvezza.




* "Una sera come tante" è una bellissima poesia di Giovanni Giudici.

6 commenti:

  1. Che bella la poesia, grazie!

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  2. però è vero, c'è differenza tra la rabbia a vent'anni e quella a quaranta. ma non saprei spiegarti com'è e perché.

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  3. Sento rimescolarsi tutto dentro.

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  4. Quella dei quaranta è peggio, suppongo, perché è consapevole.

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  5. nonostante tutto frank8 gennaio 2012 15:16

    sai cosa dovresti fare? più sport, lo sport aiuta tantissimo... diventa uno sportivo e vedrai come la tua vita cambierà faccia... magari conosci gente chissà... prova, scegliti un corso in palestra... io sarò troppo normale forse, e lo so che un bel giorno bisognerà morire, e che si invecchia, e tutte queste belle congetture riguardo al tempo e questo pessimismo cosmico e tutte ste belle cose... e a quanto è bello la sera stare a casa, magari con una sigaretta in mano, un bicchiere di qualcosa, sul divano, a pensare al fatto che gli anni non torneranno indietro, che non ho ancora trovato il vero amore, e di che bella tragedia decadente sia la mia vita... io lo so che tutto questo è bellissimo, ma è anche troppo facile, sono capaci tutti a farlo. il vero eroe è quello che va avanti ogni giorno col sorriso e non si scoraggia di fronte alla prima difficoltà... e poi perchè a vent'anni bisogna essere arrabbiati? con chi o con cosa... su, su, tirati su e leggi poesie meno tristi... comunque ieri sera ho scoperto che se guardo 2 ore di tv al giorno passerò 6 anni della mia vita a guardare la tv? 6 anni? viene voglia di spegnerla... in bocca al lupo e su con la vita, che tanto tutti dobbiamo morire e tutti invecchiamo, non è una cosa che capita solo a te, è l'inevitabile condizione umana, e il fatto che ogni singolo individuo che tu vedi, per strada e nei luoghi chiusi provi la stessa cosa, dovrebbe farti sentire meglio, no? non ha senso piangere sul latte già versato in partenza...

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  6. nonostante tutto frank8 gennaio 2012 15:25

    e un altro consiglio che ti do, è quello di perderti se non l'hai mai fatto, perdendosi poi ci si ritrova... ti scegli un luogo, uno qualsiasi, l'importante è che non sia troppo in città, la città fa male all'anima, io ti consiglio un luogo di mare, visto che è inverno, uno di quelli meno visitati. ti prendi una camera in un bed & breakfast, qualcosa di piccolo e familiare comunque, e vivi lì per qualche giorno, con una bici, così puoi andare in giro... e vai in giro, ti perdi per la campagna, guardi le spiagge, guardi il mare, ti siedi, se vuoi entri in un bar vuoto, torni in camera e ti fai da mangiare, vai a letto presto... stai qualche giorno da solo e con la natura, a pensare, è una cosa meravigliosa... baci... su su che la vita è bella e nessun essere umano merita di essere triste... sei troppo intelligente per essere triste...

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)