lunedì 23 aprile 2012

Lo stesso titolo, tutti i giorni

del Disagiato


Un po’ di anni fa io e una decina di amici abbiamo affittato una casa in montagna, non tanto distante da Brescia. Visto che non amavo la montagna, gli amici lavorarono duro per convincermi a fare le valigie e a trasferirmi in un posto in cui c'erano meno sei o sette gradi diurni  e anche meno quindici o sedici notturni. Le temperature dichiarate dal termometro che stava appeso fuori dalla porta di casa le ho ancora stampate qui in testa e vi assicuro che non le dimenticherò mai (mi dicono che ci sono posti dove c’è un freddo ancora più feroce, ma io non ci credo). In montagna, con noi, c’era anche un cugino di un nostro amico. Alessandro, si chiamava. Prima di partire si presentò stringendo le mani a tutto quanti, ci mostrò con un cenno della testa gli sci ben piazzati sopra la sua macchina e poi, dopo un paio di battute distensive, partì mettendosi davanti a noi, per condurci così a destinazione.

Era lui, infatti, che tramite amici di amici aveva trovato quella casa di montagna, era lui che era riuscito ad abbassare il prezzo dell’affitto, era lui che era andato a guardare che l’abitazione potesse accogliere una decina di persone ed era lui che sapeva esattamente dove fermarsi a fare la spesa prima di sistemarci belli comodi davanti a un caminetto accesso. Già, anche il caminetto avevamo. E infatti era sempre Alessandro che era andato a comprare la legna da utilizzare in casa, per accendere il fuoco e passare momenti indimenticabili.

Alessandro si dimostrò subito quello che era e cioè una persona simpatica, affabile e seria. Divenne immediatamente un punto di riferimento e vi chiedo di comprendere il mio tono un po’ particolare, che è quello di una persona che sta ricordando non una vacanza di una settimana in montagna ma, per me, un'azzardata spedizione in montagna. Io e la montagna siamo come i cavoli a merenda: era così una volta ed è così adesso. Come stavo dicendo, Alessandro divenne un vero e proprio punto di riferimento. Prese a spalare la neve che impediva il passaggio, sistemò una caldaia sin da subito difettosa, curò, come già ho detto, il caminetto, si occupò delle vettovaglie e poi tante altre cose che mi fecero pensare: “Proprio in gamba questo Alessandro”.

La colazione? “Vado io a prendere la colazione”, diceva tutte le mattine Alessandro. E tornava con delle brioche grosse come non so cosa. I piatti? I piatti li lavavamo noi, ma solo perché era Alessandro che cucinava e preparava il tavolo. “Alessandro, dai, magari domani sera cuciniamo noi”, ho detto il quarto giorno della nostra vita da montanari. “No, per domani ho in mente un piatto che se mi esce bene non ve lo scordate più”, mi ha risposto lui. E il piatto, la sera dopo, gli uscì bene. Grande Alessandro.

Alessandro alleggerì la mia vita in montagna. Stavo comodo e nell’abbondanza senza fare molto. Però. Però a un certo punto, senza un motivo particolare, incominciai a guardare Alessandro in maniera diversa. “Ragazzi, Alessandro è andato a comprare i pizzoccheri”, disse entusiasta una mia amica. E io, non so, forse per invidia o forse per gelosia, dentro di me dissi: “Che palle, Alessandro”. E “che palle Alessandro” incominciai, con mia grande sorpresa, a dirlo e non solo a pensarlo. “Ragazzi, Alessandro è andato a comprare cioccolata per tutti”. E io, a bassa voce: “Che palle”. “Ragazzi, Alessandro è andato a prendere la sciolina per gli sci. E io, ad alta voce: “Che palle, Alessandro”.

Insomma, Alessandro, che aveva organizzato quella bellissima vacanza in montagna, che si era occupato del caminetto, degli sci, del frigorifero, dei fornelli, della caldaia, della colazione, delle finestre che non si chiudevano bene e di tante, tante, tante altre cose, mi divenne un po’ antipatico. Faceva tutto lui, non lasciava spazio a nessuno, aveva sempre da dire qualcosa (e sempre cose sensate e intelligenti), aveva sempre in testa una mappa da seguire, una logica ben oliata e un programma artigianale che non ammetteva deviazioni e cambi di ritmo. L’ultimo giorno di vacanza ricordo che ero contento che quello fosse l’ultimo giorno di vacanza. E non perché stavamo in montagna, ma perché c’era Alessandro. La mia era cattiveria, naturalmente.

Scusate se l'ho fatta lunga ma questa storia mi è ritornata in mente ieri pomeriggio, in negozio, facendo un accostamento urgente, strano e gratuito, come capita spesso quando si sente un profumo e si pensa a una cosa che con quel profumo non c’entra nulla. Ieri pomeriggio una signora mi ha domandato se avevamo il libro Se ti abbraccio non avere paura. In realtà quella cliente era il trentesimo cliente che nell’arco di due ore mi chiedeva quel titolo. E ho pensato che è bello, come fa questo libro, parlare di autismo, che è bello che qualcuno vada dalla signora Bignardi a parlarne ma che però, alla lunga, visto da qui, da una modesta libreria di provincia, quello non è più un libro sull’autismo e che quella persona non è più una persona che va a sedersi di fronte alla signora Bignardi per parlare di autismo.


9 commenti:

  1. Quando un bel libro scala la classifica diventa un brutto libro? Non preferisci vendere Evras anzichè Volo?

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  2. Dal mio punto di vista diventa un libro diverso. Cambia forma.

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    1. Già, diventa un bestseller, davanti al quale il lettore smaliziato prova diffidenza.

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  3. ...te lo confesso...anche io ieri ho chiesto in libreria quel libro...Diciamo che è per la mia mamma, ma so benissimo che prima di regalarglielo lo leggerò io!

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  4. Forse nel mondo sommerso e invisibile intorno a noi ci sono più persone autistiche di quanto non pensiamo.

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  5. è come per fabiovolo(tm). Almeno leggono, anche se non sarà quello che vorrebbero.

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  6. Andrea Peviani23 aprile 2012 22:24

    NON e' la stessa cosa di Fabio Volo o dei best seller predestinati. Secondo me i casi come questo libro contengono un mix di fattori non prevedibili che si allineano e fanno scattare qualcosa di nuovo o di unico e che portano decine di persone di vario tipo nella tua libreria nel centro commerciale: ragazzo autistico+padre con voglia di viaggiare+storie che Val la pena raccontare+incontro con scrittore che si fa prendere dalle storie+romanzo originale e riuscito+interesse di opinion leader culturale+intervista televisivamente perfetta+passaparola off e on line. Non lavoro in libreria ma non credo capiti tutti i giorni e neanche tutti i mesi, forse neanche tutti gli anni. O forse il problema e' che (come ho toccato con mano a Milano da Fnac e Feltrinelli) l'avevate finito?

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  7. L'abbiamo finito, sì. E secondo me quello che ha colpito il pubblico è l'emozione con la quale è stato presentato il libro e non il libro. Niente di male, sia chiaro.

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    1. Si ho capito cosa vuoi dire ho pensato la stessa cosa leggendo un articolo su una rivista prima che andassero in tv.

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(Con educazione, se potete. E meglio ancora se con un nickname a vostra scelta, se non vi dispiace, visto che la dicitura Anonimo è brutta assai. Qualora a nostro parere doveste esagerare, desolati, ma saremmo costretti a cancellare. Senza rancore, naturalmente.)