sabato 26 ottobre 2013

D'Orrico, per altri motivi

del Disagiato

Scusate se vi parlo ancora di Pier Paolo Pasolini ma scrivo solo poche righe per correggere il critico letterario Antonio D’Orrico, che ieri ha recensito La Nebbiosa (Il Saggiatore), una sceneggiatura di Pasolini (ora in forma di romanzo) rimasta pressoché inutilizzata e riportata alla luce. D’Orrico esordisce così: 
Dopo Ragazzi di vita e Una vita violenta, Pier Paolo Pasolini non ha scritto più veri romanzi probabilmente perché girare film è più divertente e, per certi versi, meno faticoso (e poi è più mondano, tiene compagnia). 
A parte la superficialità di queste considerazioni, c’è da dire che Pier Paolo Pasolini incominciò a far cinema negli anni sessanta per motivi che non hanno a che fare con la mondanità o la facilità, ma con una serie di problematiche (moltissime di queste trattate poi in Empirismo eretico, Garzanti, 1972che stanno nel recinto della letteratura e della linguistica. Pasolini dichiarò che iniziò a stare dietro la macchina da presa per utilizzare una tecnica diversa, per abbandonare la lingua italiana, per una forma di protesta contro le lingue e la società e poi anche e soprattutto per riprodurre la realtà nella maniera più primitiva e autentica. Meglio, però, lasciar parlare lo stesso Pasolini. Vi accorgerete che la questione è ben più profonda, complessa e importante:

mercoledì 23 ottobre 2013

Lo sanno

del Disagiato

Nelle scorse ore Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e altri giornalisti scientifici hanno rivolto dieci domande a Giulio Golia e alla redazione delle Iene sul caso Stamina e sui servizi mandati in onda da Italia 1. I servizi, come magari già sapete, sponsorizzano Davide Vannoni e il suo Metodo con una condotta non proprio scientifica. Non sono uno scienziato, ma ritengo giusto far chiarezza sulla questione e mettere all’erta chi sta dall’altra parte dello schermo, cioè lo spettatore, che magari di strumenti intellettuali e scientifici (come me e molti altri) non ne ha. Come dice giustamente la Bencivelli: “Di certo, però, è rimasta la tv accesa a mostrarci pezzi di realtà e lacrime. E sono (ancora) convinta che chi ne detiene il telecomando abbia l’obbligo di interrogarsi, e di lasciarsi interrogare, su come ha scelto di usarlo”. Vorrei dire la mia. Secondo me le Iene e Giulio Golia sanno che Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e gli altri giornalisti scientifici hanno ragione. Le dieci domande, per loro, non sono che domande retoriche o domande che cadono direttamente nel vuoto. I servizi mandati in onda dalle Iene sono come il vino biodinamico, e cioè quel vino che unisce ai metodi dell’agricoltura biologia le influenze astrali: quando i pianeti si allineano il vino diventa buonissimo? ; la luna influenza l’uva così come influenza le maree? 

Scusate l’accostamento, ma era solo per dire che chi compra il vino biodinamico lo fa per credere in qualcosa di, diciamo così, “spirituale”. Giusto così, capita. Io, se devo essere sincero, tutti i giorni mi tuffo nella mia privatissima dimensione spirituale per stare un po’ meglio, per allontanarmi dalle cose fastidiose della vita. Chi però commercializza il vino biodinamico lo fa non tanto perché crede alle forze degli influssi astrali o ad altre pazze pseudoscientifiche pratiche agricole, ma perché c’è qualcuno che quel vino lo compra. Fare vino biodinamico significa cercare e trovare un pubblico capace di spendere soldi per il vino biodinamico. Chi pensa e prepara i servizi per le Iene lo fa sapendo che nell’ ampio e variegato palinsesto televisivo c’è una fetta di pubblico disposto a intrattenersi in un determinato modo. Le domande poste ai politici per dimostrare la loro ignoranza non vengono poste per dimostrare l’inadeguatezza di quelle persone alla vita politica ("il parlamentare lo potrei fare anch'io”, borbottiamo davanti all'ignoranza dei deputati) ma perché la redazione delle Iene sa che a casa c’è molta gente che ha voglia di guardare l’inadeguatezza dei politici e per poter dire, finalmente, “il parlamentare lo potrei fare anch'io”. Se ci sono telespettatori c’è pubblicità da trasmettere, e quindi, ovviamente, soldi da guadagnare. 

La battaglia da portare avanti non deve essere di tipo scientifico, o non solo. Secondo me le Iene sanno bene che i loro servizi non dicono la verità o tutta la verità, così come molti agricoltori sanno che il vino biodinamico è una bufala, una trovata commerciale. Sanno, però, che c’è un pubblico. Ed è a questo pubblico che bisognerebbe fare dieci o cento domande.

lunedì 21 ottobre 2013

Le energie mentali

del Disagiato


Nella fotografia qui sopra potete vedere ciò che vedevo io da una finestra di una pensione di Bruges, a maggio. Credetemi, la vista era stupenda e suggestiva, e lo dico con la consapevolezza che quando si viaggia con qualche soldo in tasca e il tempo per fare quello che ci pare e piace, il mondo diventa molto più facilmente stupendo e suggestivo, sia che ci troviamo in Belgio, sia che ci troviamo in Norvegia. Brescia è molto bella, bellissima, ma le preoccupazioni, il lavoro (che ora non c’è), l’affitto da pagare e via dicendo, spesso mi rendono cieco, e la bellezza della città si nasconde dietro una cataratta quotidiana difficile da togliere. Bruges si divide in due parti. Una parte è quella più frequentata dai turisti e cioè quella con le “attrazioni” principali, i bar, i locali, i negozi, i ristoranti; l’altra parte è quella che sta duecento metri più in là, ed è la zona dove oltre ai canali, ai ponti, alle piante che si chinano a baciare gli specchi d’acqua e a qualche Kebab e libreria, non c’è nulla (e qui di turisti se ne vedono pochissimi). Ecco, la mia camera stava in quella parte tranquilla della zona storica della città. Ci sono stato per tre giorni, e una settimana o due (e, perché no, per sempre) ci sarei stato ancora. In quella parte della città. Parte poco visitata dai turisti proprio per la mancanza di vere attrattive: ma che belli i canali, ma che bella la mia ombra sui muri di notte. Si stava benissimo proprio per l’assenza di ambizione di quel quartiere, l’ambizione che spesso rende un posto dinamico e “proiettato verso il futuro, che attira persone creative da tutto il mondo” (lo dice Gerhard Mumelter a proposito di Berlino, Internazionale, 15 luglio 2013). Niente futuro, niente dinamismo e soprattutto per questo amavo quella camera, quella finestra, quel quartiere e quel silenzio. “Non cerco la tragedia, ma ne subisco la vocazione”, diceva Giovanni Giudici di se stesso. Non cerco la pigrizia ma ne subisco la vocazione, e devo dire che quei tre giorni, in quel posto, hanno assecondato in modo perfetto questa mia propensione a non far niente, a non desiderare ciò che è dinamico, aperto, internazionale e che attira menti creative. 

Ho ripensato a Bruges e a quella stanza dopo aver letto un articolo di Roberto Calò sulla condizione dei disoccupati. Eccovi un brano importante dell’articolo: 

Qui stiamo trascurando il lato economico per affrontare l’aspetto identificativo che è la sostanza psichica di un individuo. Stare ore e ore al bar seduto ad un tavolino leggendo un giornale, oppure chiacchierare tutta la giornata in più punti di una città o starsene a casa a vedere la televisione, è una condizione umana tollerabile dalla propria coscienza? Semplicemente ci si spersonalizza. Si perde l’integrità psicologica perchè la psicologia di un uomo o di una donna si basa proprio sull’identità. Chi sei? Non basta il nome, manca l’esperienza formativa, quella qualifica perfettibile che ci rende esseri sociali. E’ qui che il titolo di questo scritto deve far riflettere. “Chi non lavora non è normale!” Non è normale perchè non si riconosce in una categoria attiva. La sua energia mentale non si muove. Manca l’azione. 
Io, adesso, sono un disoccupato. La libreria ha chiuso per sempre e le mie preoccupazioni (quelle che non mi permettono di vedere gli angoli poetici di Brescia) si sono moltiplicate. Come farò a pagare l’affitto? Come potrò, in mezzo a questa congiuntura, finire di pagare la macchina? E la pizza con gli amici? E i viaggi in Andalusia? E, soprattutto, come farò a fare la spesa all’Esselunga? Questo per dire che essere disoccupati è una condizione esistenziale quasi terribile e deprimente: vengono un sacco di brutti pensieri. Chi è nella mia situazione, mi può capire. Non vedo l’ora di trovare un lavoro che sappia darmi un pizzico di soddisfazione e di rimettermi in piedi. Però volevo anche dirvi che questi due mesi di inattività – certo, aiutato dal Tfr e dai soldi dell’Inps – mi stanno dicendo che è proprio bello (per il mio temperamento, ci mancherebbe) stare fermi, non lavorare, non avere a che fare con clienti, colleghi e datori di lavoro. Magari mi sbaglio, ma io non mi sto spersonalizzando, come dice Roberto Calò dei disoccupati. E oltretutto non sto subendo una crisi di dignità, e non mi sento mutilato. Insomma, io non lavorerei mai. Me ne starei per sempre come in quei tre giorni in quel piccolo quartiere della città belga: a pensare (a che cosa, non lo so), a leggere, a passeggiare e a fare poco altro. 


A lungo andare, a non lavorare, ci stufa, direte voi. A lungo andare la psiche non cresce “come dovrebbe”. Non so che dirvi. Sarò persona arida, ma io ho sempre lavorato per un unico motivo: ottenere soldi, perché i soldi mi rendono più libero. Per me non è vero che il tempo è denaro, ma semmai è il denaro che è tempo. Il mio tempo. Calò scrive: “ci sono delle categorie esperienziali, ognuna delle quali è composta appunto da esperienze determinate di cui l’uomo è padrone”. Ecco, io della categoria esperienziale ne farei a meno, per sempre. Certo, c’è l’affitto da pagare. E poi ci sono tante altre preoccupazioni.

giovedì 17 ottobre 2013

Diverse ma uguali

del Disagiato

Nel film Cesare deve morire arriva il momento in cui, durante le prove teatrali nella prigione, l’attore detenuto che deve fare la parte di Bruto recita questa battuta: “Questo non è un assassinio, è un sacrificio. Ah, se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo”. Poi ripete le ultime parole a bassa voce (ah, se si potesse…), si blocca, dà una manata al muro e si siede, scosso, il viso tra le mani. “Che succede, non ti vengono le battute?” gli chiede il regista, e allora l’attore Bruto, irritato e guardandolo negli occhi, gli risponde: “Ma che vuoi! È una cosa mia! È una cosa mia!”. È una cosa sua, quello che sta accadendo. L'attore, dopo essersi calmato e scusato, spiega che la frase “ah se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo” gli ha fatto venire in mente un amico, con il quale vendeva sigarette di contrabbando, e che un giorno, prima di “tappare la bocca di un infame” gli disse le stesse parole di Bruto: “Le parole erano diverse, ma uguali”, dice stupito. Diverse ma uguali. Insomma, scrivo di questo momento del film perché è proprio in questo momento, secondo me, che gli attori carcerati capiscono che la letteratura, anzi no, l’arte (non cascateci, l’ho fatto con proposito a dire prima “letteratura” e poi “arte”) è entrata in circolo o, direi in modo ben più prosaico, è proprio lì che l’arte incomincia a funzionare. A funzionare su di loro. L’arte agisce solo quando noi riusciamo a farla agire: per mezzo di un incontro tra le parti. Le parole diverse diventano uguali, e riescono a far emergere facce, ricordi, eventi che ci hanno toccato. Proprio com'è accaduto all'attore, che di colpo, grazie a poche parole che pensava innocue, incomincia a ricordare, a collegare e, chissà, magari a dare significati. 

Questa battuta di William Shakespeare scritta più o meno nel 1600 è significativa ed evocativa non solo grazie a Shakespeare (non solo Shakespeare è uno scrittore contemporaneo ma tutti i "classici" che leggiamo) ma anche grazie a un carcerato di qualche secolo dopo. Un carcerato che ha fatto una cosa che a volte ci sembra davvero difficile - o troppo facile? - da fare: ha letto e poi, come capita a chi legge, si è immedesimato. Ecco, forse basta leggere per capire noi stessi e le parole che ci hanno detto una volta i nostri amici contrabbandieri E invece noi, a volte così splendidamente ingegnosi, pensiamo a cose più complicate per far funzionare la letteratura (e l’arte). Ripeto, forse basterebbe fare una cosa sola: leggere. Non molto altro.

mercoledì 16 ottobre 2013

Non aver paura di avere un cuore

del Disagiato

Ieri Italo Calvino avrebbe compiuto novant'anni, e Sandra Petrignani ha scritto per l’occasione un articolo sull’autore raccontando le sue virtù letterarie e umane. Nell’articolo, e di questo vorrei parlare, si racconta anche del contrasto tutto intellettuale che Calvino ebbe con Pier Paolo Pasolini: 
Pasolini si era messo contro e attaccò anche l’ex amico Calvino per certe simpatie, che giudicava ipocrite, verso gli studenti in rivolta. Anche se poi di simpatie, veramente, Calvino ne aveva pochissime e certamente i sessantottini dovevano apparirgli troppo ignoranti per riconoscersi loro compagno di strada. Forse gli piaceva tutto ciò che si muoveva di nuovo nel mondo e nella vita culturale, salvo ritrarsi subito deluso il più delle volte, e quanto al ’68 a Pasolini rispose così: «Verso le nuove politiche le riserve e le allergie da mia parte sono più forti delle spinta a contrastare le vecchie politiche». 

Ovviamente il dibattito nato tra i due scrittori è più fitto e meno, come dice giustamente Petrignani, manicheo ma non per questo dobbiamo allontanarci dalla vera scintilla che condusse i due ad essere “ex amici”. Volevo solo dire che questa scintilla è davvero importante e attualissima e che la possiamo trovare ben visibile in un articolo, primo marzo del 1975, di Pasolini, che s’intitola Non aver paura di avere un cuore. Il titolo, ora, sarebbe bello e utile prenderlo così, in questa sua forma, invece di accettare il semplice Cuore apparso poi su Scritti corsari. Non aver paura di avere un cuore, quindi. Si parlava di aborto e del diritto, che la sinistra sosteneva, di abortire. Pasolini nell'articolo scrive: “Ho detto che l’essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, nel caso specifico, una certa superiore mancanza di sentimento: cosa che riempie di soddisfazione gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti…” Il discorso, a questo punto, intensifica il dibattito, e lo scrittore sottolinea che solo un intervento è stato civile e razionale, ed è quello di Calvino (Corriere della sera 9-2-1975) che “rimprovera” Pasolini “un certo sentimentalismo irrazionalistico, e una certa tendenza, altrettanto irrazionalistica, a sentire una ingiustificata sacralità nella vita”. E qui, secondo me, possiamo vedere bene quale fu la vera differenza tra i due intellettuali. Pasolini continua così: 

Il potere non è più clerico fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti - a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico fascista, contro il potere repressivo. Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più … In questo contesto, i nostri vecchi argomenti da laici, illuministi, razionalisti, non solo sono spuntati e inutili, ma, anzi, fanno il gioco del potere. Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido, è fare un immenso favore ai produttori … i nuovi italiani non sanno che farsene della sacralità, sono tutti, pragmaticamente se non ancora nella coscienza, modernissimi”. 

L’articolo continua, ma sono queste righe che contengono lo sfaglio. Un serio e documentato servizio sui preti pedofili della trasmissione Le Iene di Italia 1 (l’ho visto l’altra sera) è un momento televisivo che utilizza serietà e competenza per aumentare il proprio potere (come dire: un potere che non ha nessuna voglia di mettere nella giusta prospettiva, e su un terreno adeguato, il difficile e complesso argomento pedofilia). Il mio è solo un esempio, tra i tanti, che potevo fare. Pasolini è meno razionale di Calvino e proprio per questo lo è di più. Secondo me, questo argomento (sacro e non sacro, razionalità e irrazionalità) rende tanto diversi i due scrittori. È un argomento che vale ancora oggi - da leggere, rileggere e approfondire - quando parliamo di noi e della società in cui viviamo.

venerdì 11 ottobre 2013

Si salvi chi può

del  Disagiato

Poco fa ho visto un film che parla delle Alpi e di chi le Alpi le frequenta o le abita. S’intitola Peak - Un mondo al limite e il limite (se ho capito bene, naturalmente) sta per quella linea rossa che l’essere umano rischia di oltrepassare o che probabilmente ha già oltrepassato: sfruttamento del suolo per costruire piste da sci oppure complessi e costosissimi impianti per distribuire neve artificiale là dove prima del cambiamento climatico c’era neve vera, autentica. Oltre alla narrazione per mezzo delle immagini (bellissime immagini), in questo film succede una cosa che potrebbe benissimo essere una metafora: nessuno è mai contento. Chi lavora sulle piste sciistiche si lamenta che gli inverni non sono più rigidi come una volta e che i ghiacciai si stanno ritirando: dove andremo a finire di questo passo? Chi deve fare il latte o il burro spera invece che l’inverno che deve arrivare non sia rigido e nevoso come l’anno precedente, altrimenti addio burro e formaggio. C’è anche un signore che gestisce un impianto sciistico che cerca di placare gli animi: i dati che riguardano il repentino cambiamento climatico sono esageratamente allarmati. Lo so che bisognerebbe parlare di un film quando la temperatura emotiva (alta o bassa che sia, non molto alta in questo caso) è scesa o si è assestata, ma non ho voluto aspettare a dire quello che mi è rimasto oltre i titoli di coda: nessuno è contento e forse, come dicevo prima, la montagna e gli esseri umani che la vivono raccontano e descrivono la pianura e gli esseri umani che la vivono.

Una signora anziana seduta nella sua cucina chiude il film con un discorso che non ho capito bene cosa c’entri con la montagna, il formaggio, le piste sciistiche e il cambiamento climatico. Dice così: “…hanno fatto tante invenzioni, tante sono arrivate a tanto, e tante hanno distrutto. E le cose più belle le hanno distrutte, perché l’amore non c’è più, e neanche il dolore c’è più. Si salvi chi può”. Cosa c’entrano l’amore e il dolore con tutto questo?

giovedì 10 ottobre 2013

Cosa dovremmo festeggiare

del Disagiato

In sintesi (molto in sintesi): Paolo Peluffo su Il Sole 24 Ore ha scritto un articolo sulla fiera del Libro di Francoforte, Buchmesse, e dice che bisogna difendere e sostenere le librerie fisiche e i librai per salvare le case editrici e la nostra lingua, che rischia, tra qualche decennio, di scomparire. La mia sintesi, ovviamente, sommerge cifre e altri argomenti che rendono il discorso più complesso e forse più interessante. Quello che a me qui interessa, però, è ciò che gira attorno proprio alle case editrici, alle librerie e ai librai. Come ho già scritto in passato, le librerie fisiche chiudono o soffrono non solo per la presenza di altri canali (vendita di libri on line ed ebook) ma proprio per la condotta delle case editrici e dei librai. Le case editrici pubblicano tanto e male: le librerie vengono letteralmente sommerse, così tanto che la libreria, oggi, è diventato un magazzino ingestibile. L’orientamento del lettore è quasi impossibile. Invece di chiedere alle nostre case editrici di resistere e di pubblicare, dovremmo chiedere agli editori di pubblicare meno e meglio: io lettore difendo le case editrici (non acquisto su Amazon, non leggo ebook) se le case editrici scelgono e selezionano per me. Chiedo a loro di essere un’ottima alternativa all’editoria digitale. Peluffo consiglia di festeggiare i nuovi titoli e i nuovi autori che gli editori italiani presentano a Francoforte: questi nuovi volumi contribuiscono a tenere in vita la nostra lingua e quindi la nostra letteratura. Ecco, quello che penso io è che dovremmo festeggiare i nuovi titoli e i nuovi autori che le case editrici non presenteranno non tanto alle fiere dei libri ma alle librerie. Selezionare, insomma. E a selezionare sarebbe bello ci fossero letterati, non esperti di mercato o pubblicitari. Una volta, mi sembra, funzionava così. 

Se vogliono rimanere luoghi frequentati, le librerie dovrebbero fare solo una cosa: assumere librai. Librai che conoscono i libri e magari – e questo, davvero, sarebbe il massimo – un poco di letteratura. Le librerie in questi anni hanno assunto personale alla cazzo di cane. È vero, oggi la libreria è ancora l’unico posto che più assomiglia ad una libreria, ma tra poco – domani? dopodomani? – non sarà più così. Ad un colloquio di lavoro il padrone o il responsabile dovrebbe chiedere al candidato: ti piace leggere? Lo so che è una domanda troppo semplice ma ritengo - e lo sostengo con l'autorità del fallimento - che questa sia la domanda fondamentale da fare prima di assumere una persona che dovrà vendere, sistemare, consigliare e maneggiare libri. Che dovrà convincere i clienti rimasti della “validità” di una libreria. Oggi, invece, è come se nella cucina di un ristorante ci fosse un idraulico che di cucina non sa niente. Forse una frittatina riesce a farvela. Non c’è niente da festeggiare.

domenica 6 ottobre 2013

Tutti i film

del Disagiato

Ultimamente sto guardando film che ho già visto tanto o tantissimo tempo fa. Riguardando questi film mi sono accorto – ammetto, non senza stupore - quanto io, il Disagiato, sia la somma di queste trame e di questi dialoghi. Magari per voi è ovvio, ma io devo dire che me ne accorgo solo ora: sono battute, monologhi, modi di dire ridere piangere, tempi morti che sono entrati dentro di me e lì sono rimasti come foglie sull'asfalto bagnato. In tutti questi anni ho recitato più parti, ho letto copioni senza accorgermene. Chissà se morirò come Robert De Niro in Heat - La sfida. L’ho visto così tante volte che mi viene da chiedermelo (comunque no, quasi sicuramente morirò lontano da un aeroporto, solo, senza che ci sia il nemico a tenermi la mano). Ma io, senza i film che durante questo pezzo di vita mi hanno tenuto compagnia e mi hanno “occupato”, come sarei? Cosa direi? Cosa ci sarebbe dentro di me? C’è una cosa che un pochino mi angoscia: in vita mia ho visto parecchi film brutti e ho davvero paura che anche questi (le loro trame, le loro battute scontate o volgari) si siano depositati. E temo anche e soprattutto di averli recitati. 

Stai a vedere che durante la nostra passeggiata su questa terra dobbiamo stare attenti a quello che guardiamo o a quello che leggiamo. Stai a vedere che per davvero, come scienziati, dobbiamo trovare gli strumenti per guardare, soppesare, selezionare e scegliere. Forse siamo spugne, e questo non è bello. Il rischio, belle grosso, è di vivere come attori confusi, che recitano male, fuori tempo. A me basterebbe fare come quelli che nei film passano, sullo sfondo, da un lato all’altro dello schermo. Quelle comparse che camminano dietro gli attori principali, con la schiena diritta, seri, il passo deciso, magari una valigia in mano o un cappellino in testa. Passano mentre il protagonista sta dicendo cose importanti ad un altro protagonista, e lo fanno bene, per pochi secondi, con l'aria un po' triste.

lunedì 30 settembre 2013

La vita

del Disagiato



In questi giorni ho lavorato qualche ora nella libreria di un’amica. La libreria, aperta solo da qualche mese, si trova in un centro commerciale a due passi da casa mia. In chiusura, ieri sera – la mia ultima sera in quel negozio – ho fatto quello che più o meno tutti i giorni facevo in un’altra libreria di un altro centro commerciale: ho contato soldi, ho spento le luci, ho abbassato la saracinesca, ho fatto qualche passo indietro per vedere che tutto fosse a posto, ho camminato per un corridoio e infine, alle nove e due minuti, sono uscito dal centro commerciale. Fuori c’era il buio di fine settembre. Ma non solo il buio. C’era anche una leggera foschia che sembrava volesse anticipare, come un monito o un dispetto, la nebbia invernale. “La nebbia”, ho detto a bassa voce guardando le macchine degli altri commessi. E allora, in quel momento, mi sono spaventato. Irrigidito ho pensato a me che ritorno a lavorare in un centro commerciale, a me che ancora chiudo un negozio alle nove di sera e che ancora abbasso saracinesche e guardo che tutto sia a posto e che ancora, come già ho fatto per tanti anni, percorro un lungo corridoio e esco e vedo la sera tra i lampioni, commessi in fuga con la loro sigaretta e nebbia. “No, basta buio e basta nebbia”, ho detto ancora a bassa voce. 

Poi ho raggiunto la mia macchina. E proprio lì, prima di aprire la portiera e salire, è venuta a galla la parola “vita”: ma questa è la vita. La vita è, e sempre sarà una saracinesca da abbassare, un corridoio da percorrere, un’uscita oltre porte scorrevoli, un abbraccio umido e malinconico della nebbia di gennaio, o di febbraio. Sarà sempre così, è la vita. Oppure se non sarà nebbia sara qualcos'altro, ci saranno altre versioni, altre declinazioni della nebbia. Ma sarà sempre nebbia e corridoi, non si scappa. Sono salito in macchina, ho inserito la chiave, ho acceso il motore, ho guidato fino a casa, ascoltando musica, provando a cantare parole inglesi.

sabato 28 settembre 2013

Quando parliamo di sport

del Disagiato

A me i programmi televisivi di Italia Uno non piacciono e a volte – molte volte, in realtà – questi programmi non solo non mi piacciono ma li trovo stupidi, aggressivi e offensivi. Il telegiornale di questo canale lo conoscete bene anche voi, penso: un telegiornale superficiale, sensazionalistico, patetico e a volte così spettacolare da non sembrare neppure un momento d’informazione. Però c’è una cosa che mi stupisce tanto e questa cosa è che il telegiornale sportivo dell’una e dieci (orario in cui solitamente pranzo) è fatto bene. Le immagini e le parole utilizzate per raccontare i fatti sportivi della settimana hanno in sé qualcosa di lucido ed efficace, e gli eventi subiscono un’analisi così approfondita da trasformare gli eventi stessi in dettagli utili per ricostruire e capire altro. Siccome, purtroppo, non sono abbonato a Sky o a Mediaset Premium, la televisione che mi tocca (e lo so che ugualmente ho tanta scelta) è anche questa. E quello che ho notato nel mio piccolo e triste orticello televisivo è che lo sport viene trattato con più serietà, razionalità, intelligenza e cautela della guerra in Siria o delle condizioni di salute di Pompei. Questo capita non solo su Italia Uno, ma il fatto che questo capiti su Italia Uno forse significa qualcosa. Mi viene in mente Chomsky. Noam Chomsky in un libro che lessi qualche anno fa, Linguaggio e libertà (Marco Tropea Editore, 2002) scrisse che gli Stati Uniti sarebbero un paese migliore se il suo popolo parlasse di politica come parla di football americano. 

mercoledì 25 settembre 2013

Come una volta

del Disagiato


Recentemente sono entrato in una libreria di Brescia come cliente. Non capitava da tanti anni. Non che in tutto quel tempo non fossi mai entrato in una libreria diversa da quella nella quale io praticavo il mio mestiere, ma quando ero un libraio i sensi e la curiosità erano anestetizzati dall'abitudine. Ogni volta che entravo in una libreria, ad esempio, non sentivo più l’odore della carta stampata. I libri sugli scaffali erano volumi non da consultare e sfogliare ma da valutare se erano collocati bene o collocati male, in ordine o in disordine. La deformazione professionale, insomma, mi accompagnava costantemente in qualsiasi libreria del mondo. Nella fotografia qui in alto c'è l’insegna di una splendida libreria di Valencia. Bene, quando l’anno scorso ci entrai, la prima cosa che mi dissi fu: “Adesso voglio vedere qual è la differenza tra me e loro. Voglio vedere come qui dentro lavora il personale”. Entrai come un uomo d’affari e non come un lettore affamato o anche solo curioso. 

L’altro giorno, finalmente, sono entrato in una libraria con il desiderio autentico di spulciare libri e magari, perché no, di acquistarne uno. Dopo anni, il mio ingresso e il mio naso sono stati toccati dall'odore della carta stampata che anche molti di voi ancora apprezzano. I miei occhi, dopo anni, hanno cercato di comprendere come fossero disposti i settori per meglio orientarmi e meglio assecondare le mie curiosità. “Allora essere clienti di una libreria significa questo!” mi sono detto non dando alcuna importanza alle facce dei commessi, alla pulizia del locale e alla buona o cattiva disposizione dei volumi. Ma soprattutto, l’altro giorno, in quella libreria, ho fatto una cosa che, da libraio, non facevo da tantissimo tempo. Ho cercato i libri di Erri De Luca. Seguendo un istinto sepolto da secoli, sono andato a guardare se per caso lo scrittore napoletano avesse pubblicato qualcosa di nuovo. Ripeto: non lo facevo da tanto di quel tempo che la memoria si perde. Una volta Erri De Luca era tra i miei scrittori preferiti ma poi, lavorando in libreria, è successo che ho smesso di seguire il suo passo, di mettere il mio orecchio vicino alla sua bocca. Erri De Luca ha smesso di essere quel punto di riferimento che era. Non che a un certo punto ha incominciato a scrivere male, a dire cose sbagliate o stupide, ma il fatto è che stando in libreria sono stato investito brutalmente dalla macchina commerciale che lo promuoveva: la pubblicità dei suo libri da esporre, le migliaia di copie dei suo libri da raddrizzare in vetrina e in negozio, le mail che ci avvisavano che il famosissimo e bravissimo scrittore avrebbe partecipato al programma “Le invasioni barbariche” di Daria Bignardi, le mail che ci avvisavano che il famosissimo e bravissimo scrittore Erri De Luca avrebbe partecipato al programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, le mail che ci avvisavano che avrebbe, lui, partecipato al programma condotto da. E queste sono solo alcune delle “operazioni commerciali” che riguardavano e riguardano Erri De Luca (e tanti altri famosissimi e bravissimi scrittori). Quando qualche settimana fa dei politici hanno chiesto di boicottare i suoi libri (per la questione Tav) a me è scappato un sorriso. Ho pensato che quei signori chiedevano di boicottare non uno scrittore scomodo e, a suo modo, rivoluzionario, ma chiedevano di boicottare il mercato, il marketing, la pubblicità, la televisione, i soldi, il commercio. “Impossibile e controproducente”, mi sono detto. 

L’altro giorno, invece (finalmente) ho cercato i libri di Erri De Luca, dopo tantissimo tempo. Da consumatore e da cliente è come se fossi ritornato al mio posto, come se avessi scavalcato di nuovo il muro che mi separava dall'entusiasmo che avevo perduto. Mi sono accorto di essermi riappropriato dei sentimenti che non conoscevo più. Adesso, da questa parte del muro, da consumatore meno consapevole e forse meno lucido e critico, Erri De Luca mi piace ancora tanto.

mercoledì 18 settembre 2013

Non fa differenze

del Disagiato

 «È stato un pranzo in amicizia - assicura - non seguirà nessuna intervista esclusiva. Inoltre mi piace il fatto che Renzi sa stare in mezzo alla gente, non è uno snob e non fa differenze». 

Tra un commento e l’altro su Silvio Berlusconi ho letto che Matteo Renzi, il politico di sinistra che molto probabilmente presto mi rappresenterà, è andato a pranzo con Alfonso Signorini, che è il massimo rappresentante dell’espressione televisiva e culturale di Silvio Berlusconi di questi ultimi vent'anni. Magari non significa nulla, ma la vicenda, questo incontro, mi inquieta non poco. Pensavo che tra i due non ci fosse alcuna scintilla, nessuna intesa e che Renzi fosse capace, invece, a fare differenze. Mi aspettavo questo. Tutto qua.

I rimedi, le ricette

del Disagiato

Ogni giorno (oggi, ad esempio, ho letto questo articolo del grafico Riccardo Falcinelli) mi capita di leggere o sentire un rimedio o una ricetta che possa evitare la chiusura delle librerie che ancora, in Italia, non hanno chiuso. Questi, chiamiamoli così, “consigli” sono più o meno d’accordo sul fatto che le librerie, in un futuro non troppo distante, dovranno ospitare eventi, caffetteria e cartoleria per attirare gente. Non solo libri, dunque. Bello e giusto che qualcuno si preoccupi per le librerie e per quello che si può fare perché le librerie non scompaiano. Questo preoccuparsi ha, molto probabilmente, un nome: sensibilità. Scrivo solo per dire una cosa che penso da tanto tempo e cioè che una libreria che si integra con eventi, una caffetteria e cartoleria per, come scrive Falcinelli, “allietare una passeggiata” non è più, secondo me, una libreria, ma qualcos'altro. Una cosa che non è né più brutta né più bella: solo una cosa diversa. Farei la firma, oggi, per lavorare in un negozio che vende eventi, caffè, penne e, già che ci siamo, strumenti per fare letteratura. Però dovessi mai entrare in un negozio così, entrerei sapendo che non sto entrando in una libreria come la intendevo (la intendevamo?) fino a poco tempo fa e cioè un luogo dove i libri hanno la capacità di separarsi e separarci da tutto il resto. Separarsi per poter guardare il mondo con un pizzico di distacco e quindi valutarlo, criticarlo, pesarlo.

Qualche giorno fa ad un amico ho detto quello che ora ho scritto a voi qua sopra: salvare una libreria con una caffetteria significa incominciare a fare qualcosa di diverso. Ecco, lui mi ha risposto che sarebbe come mettere le zoccole in chiesa per aumentare il numero di fedeli durante la messa.

sabato 14 settembre 2013

I disoccupati

del Disagiato

Un paio di settimane fa sono andato all’ufficio di collocamento per denunciare che ho perso il lavoro e che ne cerco uno nuovo. “Vai prestissimo, che ci sarà un sacco di gente”, mi ha detto una collega che in quell’ufficio ci era stata pochi giorni prima, e così, seguendo il suo consiglio, mi sono alzato dal letto prestissimo e sono andato ad aggiungermi all’esercito di persone che se ne stavano lì ad aspettare di essere chiamate per compilare un foglio, per rispondere rapidamente a un paio di domande e per fare una firma. Come potete immaginare, eravamo esseri umani adulti con ancora il sonno negli occhi, fragili, precari, vulnerabili, un poco arrabbiati, pronti o costretti a reinventarci. Lì in fila, poi, osservavo che gli uomini e le donne che stavano con me ad attendere erano vestiti male. La maggior parte di loro indossava pantaloncini corti e ai piedi calzava infradito o ciabatte da mare, come quelle che io tengo solitamente in casa. Molti di loro avevano tatuaggi sul polpaccio o sulle braccia o sul collo. Quando qualche ora dopo ho raccontato questa cosa ad un amico, lui mi ha detto: “Dai, per favore, smettila di fare lo snob”. 

Ora, io non so esattamente cosa significhi fare lo snob ("chi ammira e imita ciecamente tutto ciò che è, o che crede sia, caratteristico dei ceti e degli ambienti più elevati", come dice il mio Zanichelli?), però vi assicuro che non volevo pensare cose “snob”. O almeno così mi pare. È solo che davanti all’ufficio di collocamento, alle otto di mattina, mi sentivo disperato, vulnerabile e fragile non perché la libreria per la quale ho lavorato per otto anni ha chiuso, non perché ho smesso di percepire uno stipendio, non tanto perché dovevo, e devo inventarmi un modo per pagare affitto, bollette e rate della macchina, ma mi sentivo in quel modo per tutte quelle persone tatuate e vestite male. Per la sciatteria. Guardandomi attorno ho pensato che se gli altri fossero stati più elegantemente disperati, più educati e seri nella loro precarietà o nella loro miseria, ecco, io in quel momento mi sarei sentito più fiducioso, meno triste e, appunto, meno precario e meno fragile. E per “eleganza” vi giuro che non intendo, come dice il mio vocabolario Zanichelli, “modo di vestire con gusto e raffinatezza”. Intendo dire…intendo dire…non lo so esattamente cosa intendo dire.

mercoledì 11 settembre 2013

Un invito

del Disagiato

Visto che la libreria ha chiuso e visto che in questo giorni mi sto impegnando a riposare ma anche a organizzare e, soprattutto, ad immaginare il mio futuro, non so quanto scriverò su questo blog. Volevo solo dirvi che chi vuole può trovarmi anche su Facebook e/o su Twitter, dove metterò - magari non proprio quotidianamente - articoli, post e parole di altri che a me piacciono o che ritengo “da leggere”. Un po' (ma solo un po' ) come succedeva, sempre qui, con il Segnapagine. Insomma, questo è un modo come un altro per non perderci di vista. 

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martedì 27 agosto 2013

E di nuovo cambiano le cose



Una volta qui c’era un'insegna con scritto Libreria. Una libreria non è una casa ma solo un negozio, un posto qualunque dove fare affari, però mi vengono in mente alcune parole di una bella canzone di Ivano Fossati che fanno così: Ma sapere dove andare è come sapere cosa dire, come sapere dove mettere le mani… Ecco, mi girano in testa queste parole, anche se di mezzo non c’è un amore, anche se il locale che reggeva l’insegna non era una casa ma solo un libreria, un posto qualunque dove fare affari.

lunedì 19 agosto 2013

Stare insieme

del Disagiato

La settimana scorsa mi è capitato di stare tre giorni da solo, senza vedere amici e parenti. Di mattina leggevo un libro, di pomeriggio andavo in libreria a fare il mio mestiere (e lì, sì, qualcuno vedevo, ma si trattava di lavoro) e poi, di sera, me ne tornavo a casa, ancora a leggere un libro o a guardare un film. Ecco, questo l’ho fatto per tre giorni consecutivi. Ho ricevuto e fatto qualche telefonata, ho scritto un paio di mail, ho detto mezze parole d’occasione ai miei vicini, ma per il resto, come vi ho già detto, me ne sono stato da solo, senza ospitare in casa amici o uscire con qualcuno anche solo per fare due passi. Come potete immaginare, non sono stati giorni interessanti ed eccitanti. Sono giorni che già tra un mese dimenticherò, ne sono sicuro. Vi devo confessare, però, che stavo bene; che, se mi passate l’espressione, mi sentivo in armonia con me stesso e la vita. Ero sereno, insomma. I miei pensieri in quei tre giorni erano pacati e lucidi. Mi ricordo che ad un certo punto ho fatto anche un pensiero molto profondo ed intelligente, che a me, credetemi, di pensieri profondi e intelligenti non capita spesso di farli. Prima di andare a letto, uscivo in balcone e guardavo le stelle in cielo, che erano bellissime. Poi, dopo un profondo e saggio sospiro, me ne andavo a letto, sereno, in pace, pronto al sonno dell’innocente. 

Tre giorni di questo genere ti fanno sentire anche un uomo solo, però. E infatti il quarto giorno due amici mi hanno chiesto se ero libero e se mi andava di fare qualcosa. “Certo che mi va”, ho detto felice di sentire i miei due amici di sempre. “Prendete tre birre e venite da me”. E allora, di sera, i miei amici si sono presentati a casa mia con tre lattine. Non che non li vedessi da tanto tempo (abitiamo vicini e li vedo più o meno tutte le settimane) ma quel giorno avevo voglia di stare con loro, di aggiornarli su alcune faccende, di giocare qualche partita con la Playstation e di fare quello che fanno tre amici che si conoscono da vent’anni. Abbiamo fatto dell’ironia sulla situazione politica italiana, abbiamo parlato del nuovo fidanzato di Elisabetta Canalis, di calcio, di film, di donne e di alcuni nostri conoscenti che non vediamo da un pezzo. Siamo stati bene, come sempre. A un certo punto, davanti ai miei amici, ho detto anche una volgarità e loro due, con me, sono scoppiati a ridere. E allora abbiamo detto altre volgarità, ridendo e sbagliando congiuntivi. A fine serata, quando gli amici se ne sono tornati a casa, io mi sentivo meno solo, più felice ma anche un po’ scemo. Non percepivo più quell’”armonia con me stesso e la vita” di cui vi parlavo prima. Avevo smesso di fare pensieri lucidi ed equilibrati. Non mi sentivo nemmeno più calmo. Prima di andare a letto mi sono addirittura dimenticato di guardare le bellissime stelle in cielo e di fare il sospiro da uomo saggio. 

Ecco, adesso, mentre scrivo, penso che i miei genitori, quando ero piccolo, non dovevano dirmi “stai attento alle cattive compagnie” ma “stai attento alle compagnie”. Loro, questo, giustamente non l’hanno fatto, perché erano genitori e non terroristi. Bene così, quindi. Però, adesso che sono diventato grande, penso che frequentare gente (anche se in gamba e intelligente come i miei due cari amici) peggiora un pochino le persone. Si diventa un po’ scemi. E non è detto che sia un male, sia chiaro. Ora che la libreria sta affondando, sto facendo pensieri strani. Ad esempio, mi chiedo come staremmo se tutti i lettori d’Italia decidessero di non frequentare le fiere dei libri o i vari festival della letteratura. Mi chiedo se anche in quelle occasioni, tutta quella gente insieme non diventa un po’ più stupida e meno lucida, come capita a me (e non è detto che capiti anche a voi, ci mancherebbe) quando vedo i miei amici. Insomma, mi chiedo come starebbero la nostra cultura e la nostra editoria se quelli che si definiscono buoni lettori non si frequentassero più, e decidessero di leggere libri e basta, a casa loro. Come staremmo se la smettessimo di comunicare, di confrontarci e di scambiarci idee durante le belle e pregevoli manifestazioni culturali.

sabato 17 agosto 2013

Sei anni più o meno

del Disagiato

(Questo è un post che ho scritto e pubblicato tanto tempo e cioè il 26 novembre del 2011. Davvero non so se sia elegante riproporre pezzi vecchi - che molto probabilmente hanno perso un po' di sapore e di attualità - ma in questi giorni ho ripensato a certe tattiche e vie di fuga che mi stavano, una volta, fisse in testa; e dentro di me, quindi, sono ritornate a galla queste righe. Perdonate, se potete, questo mio mettermi sulle punte dei piedi per vedere meglio la sagoma di ciò che è rimasto indietro. Non penso sia nostalgia.


Una mia collega non c'è più, cioè nel senso che ha presentato le dimissioni, che ci ha salutati tutti quanti e che è andata a guadagnarsi la pagnotta in altro modo. Nei negozi del centro commerciale tutti i giorni c’è gente che riempie gli scatoloni e che se ne va lontano. Per sempre. Allora arrivano facce e atteggiamenti nuovi e via che la giostra ricomincia a girare con i suoi arrivi e con le sue partenze. In tutti i posti di lavoro è così o sbaglio? Quando sei anni fa circa pure io cominciai a vendere libri pensavo che presto me ne sarei andato. “Lavoro per pagarmi gli studi”, pensai il giorno in cui feci il colloquio di lavoro. “Guadagno qualche soldo mentre cerco la strategia giusta da utilizzare là fuori, nel mondo”. Poi il tempo e la pigrizia mi hanno fatto dimenticare che stavo cercando una strategia (e cosa diavolo è una strategia?), poi sono andato a vivere da solo, poi ho smesso di studiare, poi ho cominciato a spingere carrelli all’Esselunga ed eccomi qua a contare gli anni che mi stanno alle spalle: sei anni, più o meno. E intanto molti altri, che erano entrati con me nella mischia del centro commerciale, se ne sono andati per mettere in pratica teorie che avevano in mente da anni.

E questi, a volte (ultimamente moltissime volte), passano davanti alla libreria per farmi ciao ciao con la manina o entrano per dirmi che alla fine si sono laureati, che viaggiano molto, che guadagnano più di prima, che si sono sposati e per dirmi che, insomma, là fuori il mondo non è proprio così bello ma comunque meglio del centro commerciale. “Madonna”, mi dicono, “tu è da sei anni che sei qua”. “Più o meno”, rispondo io. E questa cosa me la dicono, non so se avete presente, alzando il labbro superiore, digrignando un po’ i denti, spalancando gli occhi, come se mi stessero dicendo “guarda che hai una spaventosa cacca di uccello sulla spalla”. Ecco, me lo dicono in questo modo. E io allora faccio la faccia acquosa, priva di espressione e dico “Eh, sai com’è…”. Già, sai com’è, non ricordo più quale strategia avevo in mente. Ero venuto qui per attaccare la vita a morsi e invece mi sono ritrovato a nascondermi dietro i pali.

L’altro ieri un’amica ha cominciato a lavorare in uno dei tanti centri commerciali di Brescia e mentre attorno a noi c’era gente che rideva e si divertiva (eravamo in un locale davvero troppo elegante per i miei gusti) e aveva moltissime cose da dirsi, lei mi ha detto: “Che tristezza il centro commerciale. Anche tu è da tanto che lavori in libreria o sbaglio?”. E dopo avermi chiesto questa cosa si è messa a fissare tutta quella gente che rideva e si divertiva. “Eh, sai com’è”, le ho detto incapace di aggiungere altro. Allora, come una piccola ossessione, mi sono messo ancora a pensare alle strategie perse per strada, ai buchi nella rete che è da tanto di quel tempo che ho smesso di cercare. E intanto io e lei guardavamo tutta quella gente scappata dal recinto, allegra, sorridente, pettinata bene. Da sei anni più o meno che sono lì, mi sono detto di nuovo. E ho dimenticato le mie strategie, ho perso di vista i buchi attraverso i quali si può andare di là. Di là dove? Cosa c’è di là? Boh, non lo so cosa c’è di là.

Adesso però devo spegnere il computer, vestirmi e andare, come faccio da sei anni più o meno, in negozio, altrimenti mi telefonano per chiedere il motivo del mio ritardo. E a me non piace arrivare in ritardo.

venerdì 16 agosto 2013

Strano davvero

del Disagiato

In questi giorni, in libreria, alcuni operai stanno smantellando una parte del negozio: via libri, via scaffali, via insegne, via lampade e via addirittura la parete che separava il reparto dedicato ai libri per l'infanzia dal nostro magazzino (e in questi giorni, quindi, non abbiamo più un magazzino dove mangiare o passare i minuti della nostra pausa). Ho notato che io e i miei colleghi non siamo tristi, ma curiosi e un poco increduli. La tristezza, invece, la stiamo elaborando o risolvendo tra le stanze di casa nostra, con amici e parenti. I clienti ci chiedono se stiamo ristrutturando il locale. “No, stiamo chiudendo”, rispondiamo con un piccolo sorriso, e loro se rimangono a bocca aperta qualche secondo, rifanno la domanda, riascoltano la nostra risposta e poi reagiscono a modo loro. Molti non dicono, come ci saremmo aspettati, “peccato” o “mi dispiace” ma “strano”, a bassa voce, guardando noi e poi la libreria che lentamente sta evaporando come acqua al sole. Già, strano che l’unica libreria della zona e del centro commerciale debba o voglia chiudere. Poi ci sono i clienti affezionati, quelli che entrano in libreria da sempre, che una volta sapute le ragioni di questo smantellamento ci chiedono i veri motivi che stanno alla radice; e poi, prima che riusciamo ad aprire la bocca, i  motivi (gli ebook, la crisi e via dicendo) ce li elencano loro, come per dire che sì, prima o poi la chiusura della loro libreria di fiducia se la aspettavano. Tutti i giorni sui giornali o in televisione si parla di librerie che chiudono oppure no?

I clienti più che affezionati, quelli che vediamo tutti i santi giorni dopo il loro orario di lavoro, ci hanno confidato che per loro questa libreria è l’unico luogo di tranquillità. “Esco dall’ufficio, vengo qui e mi riposo”, mi ha detto una signora che oramai conosco bene. “Come farò adesso?”, mi ha chiesto. “Ci sono altre librerie”, ho detto per consolarla e lei, molto gentilmente, mi ha risposto che “non sarà mai la stessa cosa”. Ho sorriso e lei mi ha guardato con occhi resi grandi dall’incredulità e dal dispiacere. Insomma, per questi clienti la libreria dove ho lavorato per otto anni circa era un posto dove staccare la spina, riposare, rilassarsi, liberarsi di un peso, passeggiando tra i volumi, conversando, a volte, con noi o con altri clienti che erano lì per gli stessi motivi. A questi clienti vorrei dire che mi dispiace per loro e per la libreria e per tutti noi che ci siamo dati da fare per tenerla in piedi, ma invece non dico e non diciamo niente di veramente importante. Sorridiamo. In queste ore, in negozio, sorridiamo e basta, e ai sorrisi sappiamo allegare solo poche parole e un poco di silenzio. Guardiamo gli operai che là in fondo fanno rumore e portano via lamiere, polvere, plastica, vetro, rimasugli di carta e detriti. Perché soprattutto di queste cose era fatta la nostra libreria. 

martedì 13 agosto 2013

I nostri luoghi

del Disagiato

La storia che leggete nel libro Alta fedeltà di Nick Hornby si svolge a Londra ma io, mentalmente, mentre leggevo, la svolgevo a Brescia. Il libro Saper perdere di David Trueba si svolge a Madrid ma io, mentre lo leggevo, chissà perché, i personaggi li facevo camminare e sperare per le strade e le case di Siviglia. Uomini e topi di John Steinbeck è ambientato in California ma io, invece, l’ho ambientato in una fattoria della campagna bresciana. Il bellissimo romanzo Le rondini di Kabul di Yasmina Khadra ("Le terre afghane sono solo campi di battaglia, deserti di sabbia e cimitero. Le preghiere si infrangono nella furia dei mitra, ogni sera i lupi ululano alla morte e il vento, quando si alza, affida il lamento dei mendicanti al gracchiare dei corvi"... mi vengono ancora gli occhi umidi), l’ho fatto partire e terminare, nella mia silenziosa lettura, in un posto qualsiasi dei Balcani. Sulla strada di Kerouac scorre lungo una lunghissima strada del Portogallo; Piattaforma di Michel Houellebecq non passa, per me, da Parigi alle spiagge di Pattaya, ma da Milano alle spiagge andaluse. Gli amori e le vite nei racconti di Carver si logorano negli Stati Uniti ma con il fiato trattenuto io me le immaginavo tutte quante nelle cucine e nei salotti di casa mia, di tutte le case che ho abitato per pochi o tanti anni. Se questo è un uomo è ambientato all’interno di un campo di concentramento ma io l’ho ambientato fuori da un campo di concentramento. Delitto e castigo si svolge a Cellatica, che è un piccolo paese di Brescia e Il nuovo testamento l'ho messo nell'America del sud. Potrei andare avanti a raccontavi le mancate coincidenze geografiche tra me e le storie che stanno nei libri, ma mi fermo qua. Volevo solo dirvi che la letteratura, per me, è una cosa davvero strana.