giovedì 19 dicembre 2013

Cosa succederà?

del Disagiato

Ho notato con dispiacere – e forse anche con un po’ di ritardo – che molti libri in formato ebook, e non solo libri di “successo”, si possono facilmente scaricare gratuitamente e illegalmente (è illegale, vero?) su eMule o sui torrents. Chissà quanti di voi leggono o leggeranno in futuro non pagando e chissà cosa succederà tra qualche anno alle case editrici e agli scrittori quando scopriranno che i guadagni sono tragicamente diminuiti. Che cosa è successo a forza di non pagare per vedere un film? È successo, per dirne una, che non si doppiano più certi film stranieri: significa che in Italia non abbiamo più la possibilità, per mancanza di mezzi economici, di vedere pellicole di autori cosiddetti minori. Peccato. E a questo punto mi chiedo se la stessa cosa accadrà, chissà quando, con i libri. E d’istinto (e da persona non espertissima) mi chiedo anche se alle case editrici non convenga, oggi, continuare esclusivamente con il cartaceo, prima che sia troppo tardi.

mercoledì 18 dicembre 2013

È quasi pronto il caffè

del Disagiato

Uno di miei momenti migliori della giornata è il mattino, quando mi sveglio. Faccio così: spengo la sveglia (anche se, lo ammetto, ultimamente non sempre programmo, di sera, una sveglia), rimango ad occhi aperti qualche secondo, mi alzo, metto la caffettiera sul fuoco (caffettiera preparata la sera prima), ritorno a letto, attendo il fischio della caffettiera, mi rialzo, spengo il fornello e poi verso il caffè in una tazza, che bevo in piedi, guardando fuori dalla finestra o camminando per casa. Da sempre mi piace fare questi gesti, accendere, attendere il rumore del caffè e rialzarmi. Non so se chiamarla felicità, ma comunque le si avvicina. 

Questa mattina, dopo aver bevuto il mio caffè, ho letto alcune righe di un bel libro di Clara Usón, "La figlia". Il brano racconta di un certo Veljko, che è stato in guerra e che dalla guerra è ritornato a dir poco frastornato: 
Veljko non si è rifatto una vita; non ha combinato niente di buono, gli è sembrata un’impresa impossibile e ancora oggi, quando sente il fischio della caffettiera che annuncia che il caffè sta uscendo, si mette a tremare e gli viene un attacco di tachicardia. “È lo stesso rumore che fa un proiettile quando sta per centrarti”, spiega, “questo è il suono della guerra”
Ecco. Ho letto queste parole dopo il mio personalissimo momento migliore della giornata, che gira intorno al fischio del caffè. Credetemi, non so spiegarvelo bene, ma un po’ mi sono sentito in colpa per tutti questi caffè, per la mia felicità mattutina. Oppure mi sono sentito come una persona che ha abbassato la guardia, che non ha tenuto conto di certe cose. Continuerò a vivere il momento del fischio della caffettiera come un bellissimo momento, ci mancherebbe, ma d’ora in poi, grazie al libro, lo farò considerando anche gli altri e lo farò con un po’ più di tormento, di ansia e consapevolezza: la mia felicità per tutti i Veljko del mondo significa infelicità. Utilizzerò questa consapevolezza non per essere meno felice ma, anzi, per esserlo di più.

venerdì 13 dicembre 2013

Noi

del Disagiato


Ieri sera ho visto un film di Werner Herzog, Cave of forgotten dreams, che è poco più di un bel documentario sulla grotta Chauvet, scoperta nel 1994 nella Francia sudorientale dallo speleologo Jean Marie Chauvet, e sulle sue bellissime pitture e incisioni (circa 500) risalenti più o meno a trentaduemila anni fa. All’interno della grotta non ci sono solo disegni di animali, ma anche impronte umane, ossa di esseri viventi poi scomparsi dalla faccia della terra e quello che pare essere un altare, per chissà quale rito religioso. Uno dei tanti archeologi interpellati dice al regista che loro, gli studiosi, stanno lavorando per sviluppare una nuova comprensione della grotta, usando la precisione, i metodi scientifici, anche se questo non è lo scopo principale: lo scopo principale è quello di creare storie per narrare ciò che succedeva dentro la grotta, in passato. Allora Herzog continua così: “È come creare l’elenco telefonico di Manhattan, quattro milioni di voci. Ma sognano? Piangono la notte? Quali sono le loro speranze, le loro famiglie? Non lo sapremo mai guardando l’elenco telefonico”. E ascoltando questo breve dialogo tra il regista e l’archeologo ho pensato al grande sforzo che noi tutti dobbiamo fare, se lo vogliamo fare, per dare direzione, senso e vita agli scontri, alle cose e persone che vediamo ogni giorno nelle nostre stanze, chiusi soli nelle nostre macchine per strada, oppure in ufficio, al supermercato, in palestra.

mercoledì 11 dicembre 2013

Bruciatemi!

Qualcuno del movimento dei forconi ha intimato ai librai di una libreria di Savona di abbassare immediatamente la saracinesca, con la grave minaccia di bruciare i libri, come i fascisti e i fanatici religiosi hanno già saputo fare. In rete gli indignati stanno facendo circolare una frase, adatta ad ogni occasione, di Leonardo Sciascia (Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte) e una fotografia del rogo dei libri del 1933, in Germania. Magari mi sbaglio, ma secondo me chi oggi manifesta non è un fascista. Un po’ di tempo fa, non ricordo chi lo scriveva, ho letto che quando siamo in fila il nostro grado di tolleranza e pazienza dipende dalla quantità di gente che ci sta dietro e davanti. Se dietro di noi ci sono dieci persone e davanti a noi tre, siamo tranquilli, pazienti, al sicuro. Con la coda dell’occhio guardiamo quei dieci disperati, l’ultimo dei dieci, e sorridiamo. Se dietro di noi ci sono tre persone e davanti dieci, le cose cambiano, la nostra pazienza e la nostra tolleranza evaporano presto: diventiamo cattivi e protestiamo. Da quando non ho più un lavoro, da quando non ho la sicurezza economica che avevo fino a qualche mese fa, pure io, persona solitamente mansueta, sono diventato invidioso e magari un poco razzista? Lo ammetto: sì. La mia posizione nella fila è cambiata repentinamente. Ecco, secondo me il fascismo, le frasi di Leonardo Sciascia e le fotografie dei nazisti che bruciano i libri non sono azzeccati. E poi, sempre secondo me, i manifestanti che hanno minacciato i librai non sanno che gli scrittori farebbero a gara per farsi bruciare il proprio, di libro, così, giusto per farsi un po’ di pubblicità, per alzare di una tacca la propria autostima:

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
- uno di quelli al bando, uno dei meglio - l'elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d'ira
e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l'ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

(Il rogo dei libri, Bertolt Brecht)

martedì 10 dicembre 2013

I risultati

del Disagiato

Domenica sera Fabio Fazio ha chiesto al motociclista Jorge Lorenzo da cosa si capisce se uno è un grande pilota. Lorenzo ha dato questa risposta: dai risultati. Fazio, che si aspettava parole più profonde, a questo punto ha riso e poi ha detto: “i risultati dopo, ma prima?”. Ma prima, da cosa possiamo vedere se uno è un grande pilota? E allora Lorenzo ha detto: dal tempo per giro. Fazio domenica sera non ha preso in considerazione neppure questa risposta e ha dato un’altra possibilità a Lorenzo che, un pochino impacciato, si è inventato qualcosa, tipo che un pilota lo si vede dalla sua tecnica buona che potrà migliorare in futuro e via dicendo. Insomma, la domanda non ha avuto la risposta che si meritava il programma. Qualche settimana fa, quando Agassi ha detto, sempre in quello studio televisivo, che “noi mangiamo quello che uccidiamo”, Fazio stava svenendo per quella bellissima frase e io, a casa, mi sono emozionato tantissimo: perché con “noi mangiamo quello che uccidiamo” il tennista intendeva dire che il suo successo e la sua ricchezza (i nostri successi e le nostre ricchezze) sono arrivati dopo aver fatto del male a se stesso e agli altri. Come cacciatori, come predatori, noi, uomini di questo mondo, mangiamo quello che uccidiamo: frase apocalittica, profonda, metaforica. Dire invece che un pilota lo si giudica dalle sue vittorie non è metafora di niente. Vorrebbe dire che un giocatore lo si giudica dai particolari e non dalla fantasia, dal coraggio e dall’altruismo. Sarebbe come ammettere che se io nella vita ho concluso poco (disoccupato, non ricco e sconosciuto), forse è colpa mia. Sarebbe come ammettere che se il mio amico, dopo anni di creatività ed emozioni, suona ancora nei localini tristi di periferia, forse è perché le sue canzoni non sono proprio il massimo; se il mio amico ristoratore fatica ad arrivare a fine mese, forse c’è qualcosa che non funziona in cucina o nella sua gestione o in chissà cos'altro. Ma noi preferiamo pensare che la colpa è degli altri, sempre, che la spiegazione delle nostre vite non può essere così semplice e che, quindi, un pilota non lo si deve giudicare dai risultati o dai tempi. Preferiamo cercare, come ha fatto per noi Fabio Fazio, una risposta metaforica, una frase profonda che ci scagioni, che ci assolva.

mercoledì 4 dicembre 2013

Di là

del Disagiato

Sono andato a vedere se per caso sul sito di Sinistra Ecologia Libertà le riflessioni circa la cultura, l’editoria e i libri – argomenti che mi piacciono e che ritengo importanti per tutti noi - sono mutate rispetto a qualche mese fa. Non è cambiato niente, il programma è sempre lo stesso, il libro è ancora accostato alla parola libertà: 

Ispirandoci ad uno speciale esperimento avviato in alcune prigioni del Brasile dalla presidente Dilma Rousseff, proponiamo una legge che perfezioni l’equivalenza universale tra i libri e la libertà. La proposta consiste nel ridurre di quattro giorni la pena per ogni libro letto dai detenuti per un massimo di 48 ogni anno. Ogni detenuto potrà leggere un libro al mese di letteratura, filosofia o scienza e farne una relazione scritta per dimostrare di averlo compreso. In Italia sono allestite 153 biblioteche su 206 istituti di pena nei quali abitano 68mila detenuti. Sarebbe una straordinaria novità se, anche in Italia, l’opportunità di leggere si trasformasse in redenzione attraverso la lettura proprio come in Brasile. 


Queste righe, per come la vedo io, mi hanno sempre commosso per il loro candore e per la loro intatta ingenuità. Non riesco e non sono mai riuscito a vedere i libri come uno strumento forte per essere libero. I libri, semmai, mi hanno fatto il favore, senza indicarmi una comoda via di fuga, di dirmi che non sono libero, che sono come molti di voi uno dei raggi di una grande ruota. Leggendo so o penso di sapere come si muove il mondo, ma rimango vittima, nonostante tutto. Nessuna libertà, nessuna redenzione. 

In un film spagnolo che mi piace tanto, I lunedì al sole, c’è una scena in cui un gruppo di amici disoccupati riesce a vedere, grazie ad uno di loro, una partita di calcio allo stadio senza pagare il biglietto. Il posto però non è dei più comodi: è troppo in altro rispetto alla curva e alle tribune, e la visuale di una metà del campo è interrotta dal tetto. Tutti quanti riescono a vedere l’inizio un’azione ma mai la fine, mai il tiro che potrebbe portare la palla in rete. Ecco, per me quella scena vale tutto il film. Io mi sento come loro, in alto, scomodo, consapevole che mai vedrò il tiro o il pallonetto finale dell’attaccante. Solo la costruzione o una parte di una costruzione dell’azione. I libri non mi hanno reso libero, ma hanno contributo, tantissimo, a rendermi cosciente di questa scomodità davanti alla partita. E poi, ancora oggi, la letteratura fa un’altra cosa forse più importante: mi permette di immaginare cosa sta capitando di là, dove io non posso vedere.


lunedì 2 dicembre 2013

Il bello


del Disagiato



Qualche giorno fa sono andato a Genova per una brevissima gita e mi è capitato, camminando senza una meta, di incrociare una bella cattedrale che si chiama Cattedrale di San Lorenzo. Non so dirvi esattamente perché – non sono un esperto di architettura e tantomeno sono sensibile alle cose religiose – ma mi piaceva tantissimo, così tanto che sono rimasto a guardarla per una ventina di minuti, in piedi, con le mani a visiera per schermare la luce del sole che si riversava sulla piccola piazza antistante. Sulle poche scale d’ingresso erano seduti uomini e donne, studenti e immigrati, a mangiare, fumare e chiacchierare: che bello, ho pensato. Che bello che le persone facciano cose su queste scale, che gli studenti facciano gruppo per parlare, che chi ha un passaporto diverso dal mio si ritrovi per pranzare con un panino o, chissà, anche solo per pensare e fare un punto della situazione. Poi, invece, più guardavo la splendida facciata e più non tolleravo quelle presenze umane in pieno bivacco, come fossero su una panchina di un parchetto di periferia. E allora ho pensato che una chiesa, o qualsiasi altra cosa costruita per essere bella, è più bella se anche noi, soprattutto se noi, la consideriamo tale, se anche noi rispettiamo la sua sacralità, la sua armonia, i suoi intenti. Insomma, davanti alla cattedrale di San Lorenzo io metterei un cartello con scritto: "Vietato sedersi sulle scale. Non si fa".

sabato 26 ottobre 2013

D'Orrico, per altri motivi

del Disagiato

Scusate se vi parlo ancora di Pier Paolo Pasolini ma scrivo solo poche righe per correggere il critico letterario Antonio D’Orrico, che ieri ha recensito La Nebbiosa (Il Saggiatore), una sceneggiatura di Pasolini (ora in forma di romanzo) rimasta pressoché inutilizzata e riportata alla luce. D’Orrico esordisce così: 
Dopo Ragazzi di vita e Una vita violenta, Pier Paolo Pasolini non ha scritto più veri romanzi probabilmente perché girare film è più divertente e, per certi versi, meno faticoso (e poi è più mondano, tiene compagnia). 
A parte la superficialità di queste considerazioni, c’è da dire che Pier Paolo Pasolini incominciò a far cinema negli anni sessanta per motivi che non hanno a che fare con la mondanità o la facilità, ma con una serie di problematiche (moltissime di queste trattate poi in Empirismo eretico, Garzanti, 1972che stanno nel recinto della letteratura e della linguistica. Pasolini dichiarò che iniziò a stare dietro la macchina da presa per utilizzare una tecnica diversa, per abbandonare la lingua italiana, per una forma di protesta contro le lingue e la società e poi anche e soprattutto per riprodurre la realtà nella maniera più primitiva e autentica. Meglio, però, lasciar parlare lo stesso Pasolini. Vi accorgerete che la questione è ben più profonda, complessa e importante:

mercoledì 23 ottobre 2013

Lo sanno

del Disagiato

Nelle scorse ore Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e altri giornalisti scientifici hanno rivolto dieci domande a Giulio Golia e alla redazione delle Iene sul caso Stamina e sui servizi mandati in onda da Italia 1. I servizi, come magari già sapete, sponsorizzano Davide Vannoni e il suo Metodo con una condotta non proprio scientifica. Non sono uno scienziato, ma ritengo giusto far chiarezza sulla questione e mettere all’erta chi sta dall’altra parte dello schermo, cioè lo spettatore, che magari di strumenti intellettuali e scientifici (come me e molti altri) non ne ha. Come dice giustamente la Bencivelli: “Di certo, però, è rimasta la tv accesa a mostrarci pezzi di realtà e lacrime. E sono (ancora) convinta che chi ne detiene il telecomando abbia l’obbligo di interrogarsi, e di lasciarsi interrogare, su come ha scelto di usarlo”. Vorrei dire la mia. Secondo me le Iene e Giulio Golia sanno che Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e gli altri giornalisti scientifici hanno ragione. Le dieci domande, per loro, non sono che domande retoriche o domande che cadono direttamente nel vuoto. I servizi mandati in onda dalle Iene sono come il vino biodinamico, e cioè quel vino che unisce ai metodi dell’agricoltura biologia le influenze astrali: quando i pianeti si allineano il vino diventa buonissimo? ; la luna influenza l’uva così come influenza le maree? 

Scusate l’accostamento, ma era solo per dire che chi compra il vino biodinamico lo fa per credere in qualcosa di, diciamo così, “spirituale”. Giusto così, capita. Io, se devo essere sincero, tutti i giorni mi tuffo nella mia privatissima dimensione spirituale per stare un po’ meglio, per allontanarmi dalle cose fastidiose della vita. Chi però commercializza il vino biodinamico lo fa non tanto perché crede alle forze degli influssi astrali o ad altre pazze pseudoscientifiche pratiche agricole, ma perché c’è qualcuno che quel vino lo compra. Fare vino biodinamico significa cercare e trovare un pubblico capace di spendere soldi per il vino biodinamico. Chi pensa e prepara i servizi per le Iene lo fa sapendo che nell’ ampio e variegato palinsesto televisivo c’è una fetta di pubblico disposto a intrattenersi in un determinato modo. Le domande poste ai politici per dimostrare la loro ignoranza non vengono poste per dimostrare l’inadeguatezza di quelle persone alla vita politica ("il parlamentare lo potrei fare anch'io”, borbottiamo davanti all'ignoranza dei deputati) ma perché la redazione delle Iene sa che a casa c’è molta gente che ha voglia di guardare l’inadeguatezza dei politici e per poter dire, finalmente, “il parlamentare lo potrei fare anch'io”. Se ci sono telespettatori c’è pubblicità da trasmettere, e quindi, ovviamente, soldi da guadagnare. 

La battaglia da portare avanti non deve essere di tipo scientifico, o non solo. Secondo me le Iene sanno bene che i loro servizi non dicono la verità o tutta la verità, così come molti agricoltori sanno che il vino biodinamico è una bufala, una trovata commerciale. Sanno, però, che c’è un pubblico. Ed è a questo pubblico che bisognerebbe fare dieci o cento domande.

lunedì 21 ottobre 2013

Le energie mentali

del Disagiato


Nella fotografia qui sopra potete vedere ciò che vedevo io da una finestra di una pensione di Bruges, a maggio. Credetemi, la vista era stupenda e suggestiva, e lo dico con la consapevolezza che quando si viaggia con qualche soldo in tasca e il tempo per fare quello che ci pare e piace, il mondo diventa molto più facilmente stupendo e suggestivo, sia che ci troviamo in Belgio, sia che ci troviamo in Norvegia. Brescia è molto bella, bellissima, ma le preoccupazioni, il lavoro (che ora non c’è), l’affitto da pagare e via dicendo, spesso mi rendono cieco, e la bellezza della città si nasconde dietro una cataratta quotidiana difficile da togliere. Bruges si divide in due parti. Una parte è quella più frequentata dai turisti e cioè quella con le “attrazioni” principali, i bar, i locali, i negozi, i ristoranti; l’altra parte è quella che sta duecento metri più in là, ed è la zona dove oltre ai canali, ai ponti, alle piante che si chinano a baciare gli specchi d’acqua e a qualche Kebab e libreria, non c’è nulla (e qui di turisti se ne vedono pochissimi). Ecco, la mia camera stava in quella parte tranquilla della zona storica della città. Ci sono stato per tre giorni, e una settimana o due (e, perché no, per sempre) ci sarei stato ancora. In quella parte della città. Parte poco visitata dai turisti proprio per la mancanza di vere attrattive: ma che belli i canali, ma che bella la mia ombra sui muri di notte. Si stava benissimo proprio per l’assenza di ambizione di quel quartiere, l’ambizione che spesso rende un posto dinamico e “proiettato verso il futuro, che attira persone creative da tutto il mondo” (lo dice Gerhard Mumelter a proposito di Berlino, Internazionale, 15 luglio 2013). Niente futuro, niente dinamismo e soprattutto per questo amavo quella camera, quella finestra, quel quartiere e quel silenzio. “Non cerco la tragedia, ma ne subisco la vocazione”, diceva Giovanni Giudici di se stesso. Non cerco la pigrizia ma ne subisco la vocazione, e devo dire che quei tre giorni, in quel posto, hanno assecondato in modo perfetto questa mia propensione a non far niente, a non desiderare ciò che è dinamico, aperto, internazionale e che attira menti creative. 

Ho ripensato a Bruges e a quella stanza dopo aver letto un articolo di Roberto Calò sulla condizione dei disoccupati. Eccovi un brano importante dell’articolo: 

Qui stiamo trascurando il lato economico per affrontare l’aspetto identificativo che è la sostanza psichica di un individuo. Stare ore e ore al bar seduto ad un tavolino leggendo un giornale, oppure chiacchierare tutta la giornata in più punti di una città o starsene a casa a vedere la televisione, è una condizione umana tollerabile dalla propria coscienza? Semplicemente ci si spersonalizza. Si perde l’integrità psicologica perchè la psicologia di un uomo o di una donna si basa proprio sull’identità. Chi sei? Non basta il nome, manca l’esperienza formativa, quella qualifica perfettibile che ci rende esseri sociali. E’ qui che il titolo di questo scritto deve far riflettere. “Chi non lavora non è normale!” Non è normale perchè non si riconosce in una categoria attiva. La sua energia mentale non si muove. Manca l’azione. 
Io, adesso, sono un disoccupato. La libreria ha chiuso per sempre e le mie preoccupazioni (quelle che non mi permettono di vedere gli angoli poetici di Brescia) si sono moltiplicate. Come farò a pagare l’affitto? Come potrò, in mezzo a questa congiuntura, finire di pagare la macchina? E la pizza con gli amici? E i viaggi in Andalusia? E, soprattutto, come farò a fare la spesa all’Esselunga? Questo per dire che essere disoccupati è una condizione esistenziale quasi terribile e deprimente: vengono un sacco di brutti pensieri. Chi è nella mia situazione, mi può capire. Non vedo l’ora di trovare un lavoro che sappia darmi un pizzico di soddisfazione e di rimettermi in piedi. Però volevo anche dirvi che questi due mesi di inattività – certo, aiutato dal Tfr e dai soldi dell’Inps – mi stanno dicendo che è proprio bello (per il mio temperamento, ci mancherebbe) stare fermi, non lavorare, non avere a che fare con clienti, colleghi e datori di lavoro. Magari mi sbaglio, ma io non mi sto spersonalizzando, come dice Roberto Calò dei disoccupati. E oltretutto non sto subendo una crisi di dignità, e non mi sento mutilato. Insomma, io non lavorerei mai. Me ne starei per sempre come in quei tre giorni in quel piccolo quartiere della città belga: a pensare (a che cosa, non lo so), a leggere, a passeggiare e a fare poco altro. 


A lungo andare, a non lavorare, ci stufa, direte voi. A lungo andare la psiche non cresce “come dovrebbe”. Non so che dirvi. Sarò persona arida, ma io ho sempre lavorato per un unico motivo: ottenere soldi, perché i soldi mi rendono più libero. Per me non è vero che il tempo è denaro, ma semmai è il denaro che è tempo. Il mio tempo. Calò scrive: “ci sono delle categorie esperienziali, ognuna delle quali è composta appunto da esperienze determinate di cui l’uomo è padrone”. Ecco, io della categoria esperienziale ne farei a meno, per sempre. Certo, c’è l’affitto da pagare. E poi ci sono tante altre preoccupazioni.

giovedì 17 ottobre 2013

Diverse ma uguali

del Disagiato

Nel film Cesare deve morire arriva il momento in cui, durante le prove teatrali nella prigione, l’attore detenuto che deve fare la parte di Bruto recita questa battuta: “Questo non è un assassinio, è un sacrificio. Ah, se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo”. Poi ripete le ultime parole a bassa voce (ah, se si potesse…), si blocca, dà una manata al muro e si siede, scosso, il viso tra le mani. “Che succede, non ti vengono le battute?” gli chiede il regista, e allora l’attore Bruto, irritato e guardandolo negli occhi, gli risponde: “Ma che vuoi! È una cosa mia! È una cosa mia!”. È una cosa sua, quello che sta accadendo. L'attore, dopo essersi calmato e scusato, spiega che la frase “ah se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo” gli ha fatto venire in mente un amico, con il quale vendeva sigarette di contrabbando, e che un giorno, prima di “tappare la bocca di un infame” gli disse le stesse parole di Bruto: “Le parole erano diverse, ma uguali”, dice stupito. Diverse ma uguali. Insomma, scrivo di questo momento del film perché è proprio in questo momento, secondo me, che gli attori carcerati capiscono che la letteratura, anzi no, l’arte (non cascateci, l’ho fatto con proposito a dire prima “letteratura” e poi “arte”) è entrata in circolo o, direi in modo ben più prosaico, è proprio lì che l’arte incomincia a funzionare. A funzionare su di loro. L’arte agisce solo quando noi riusciamo a farla agire: per mezzo di un incontro tra le parti. Le parole diverse diventano uguali, e riescono a far emergere facce, ricordi, eventi che ci hanno toccato. Proprio com'è accaduto all'attore, che di colpo, grazie a poche parole che pensava innocue, incomincia a ricordare, a collegare e, chissà, magari a dare significati. 

Questa battuta di William Shakespeare scritta più o meno nel 1600 è significativa ed evocativa non solo grazie a Shakespeare (non solo Shakespeare è uno scrittore contemporaneo ma tutti i "classici" che leggiamo) ma anche grazie a un carcerato di qualche secolo dopo. Un carcerato che ha fatto una cosa che a volte ci sembra davvero difficile - o troppo facile? - da fare: ha letto e poi, come capita a chi legge, si è immedesimato. Ecco, forse basta leggere per capire noi stessi e le parole che ci hanno detto una volta i nostri amici contrabbandieri E invece noi, a volte così splendidamente ingegnosi, pensiamo a cose più complicate per far funzionare la letteratura (e l’arte). Ripeto, forse basterebbe fare una cosa sola: leggere. Non molto altro.

mercoledì 16 ottobre 2013

Non aver paura di avere un cuore

del Disagiato

Ieri Italo Calvino avrebbe compiuto novant'anni, e Sandra Petrignani ha scritto per l’occasione un articolo sull’autore raccontando le sue virtù letterarie e umane. Nell’articolo, e di questo vorrei parlare, si racconta anche del contrasto tutto intellettuale che Calvino ebbe con Pier Paolo Pasolini: 
Pasolini si era messo contro e attaccò anche l’ex amico Calvino per certe simpatie, che giudicava ipocrite, verso gli studenti in rivolta. Anche se poi di simpatie, veramente, Calvino ne aveva pochissime e certamente i sessantottini dovevano apparirgli troppo ignoranti per riconoscersi loro compagno di strada. Forse gli piaceva tutto ciò che si muoveva di nuovo nel mondo e nella vita culturale, salvo ritrarsi subito deluso il più delle volte, e quanto al ’68 a Pasolini rispose così: «Verso le nuove politiche le riserve e le allergie da mia parte sono più forti delle spinta a contrastare le vecchie politiche». 

Ovviamente il dibattito nato tra i due scrittori è più fitto e meno, come dice giustamente Petrignani, manicheo ma non per questo dobbiamo allontanarci dalla vera scintilla che condusse i due ad essere “ex amici”. Volevo solo dire che questa scintilla è davvero importante e attualissima e che la possiamo trovare ben visibile in un articolo, primo marzo del 1975, di Pasolini, che s’intitola Non aver paura di avere un cuore. Il titolo, ora, sarebbe bello e utile prenderlo così, in questa sua forma, invece di accettare il semplice Cuore apparso poi su Scritti corsari. Non aver paura di avere un cuore, quindi. Si parlava di aborto e del diritto, che la sinistra sosteneva, di abortire. Pasolini nell'articolo scrive: “Ho detto che l’essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, nel caso specifico, una certa superiore mancanza di sentimento: cosa che riempie di soddisfazione gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti…” Il discorso, a questo punto, intensifica il dibattito, e lo scrittore sottolinea che solo un intervento è stato civile e razionale, ed è quello di Calvino (Corriere della sera 9-2-1975) che “rimprovera” Pasolini “un certo sentimentalismo irrazionalistico, e una certa tendenza, altrettanto irrazionalistica, a sentire una ingiustificata sacralità nella vita”. E qui, secondo me, possiamo vedere bene quale fu la vera differenza tra i due intellettuali. Pasolini continua così: 

Il potere non è più clerico fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti - a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico fascista, contro il potere repressivo. Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più … In questo contesto, i nostri vecchi argomenti da laici, illuministi, razionalisti, non solo sono spuntati e inutili, ma, anzi, fanno il gioco del potere. Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido, è fare un immenso favore ai produttori … i nuovi italiani non sanno che farsene della sacralità, sono tutti, pragmaticamente se non ancora nella coscienza, modernissimi”. 

L’articolo continua, ma sono queste righe che contengono lo sfaglio. Un serio e documentato servizio sui preti pedofili della trasmissione Le Iene di Italia 1 (l’ho visto l’altra sera) è un momento televisivo che utilizza serietà e competenza per aumentare il proprio potere (come dire: un potere che non ha nessuna voglia di mettere nella giusta prospettiva, e su un terreno adeguato, il difficile e complesso argomento pedofilia). Il mio è solo un esempio, tra i tanti, che potevo fare. Pasolini è meno razionale di Calvino e proprio per questo lo è di più. Secondo me, questo argomento (sacro e non sacro, razionalità e irrazionalità) rende tanto diversi i due scrittori. È un argomento che vale ancora oggi - da leggere, rileggere e approfondire - quando parliamo di noi e della società in cui viviamo.

venerdì 11 ottobre 2013

Si salvi chi può

del  Disagiato

Poco fa ho visto un film che parla delle Alpi e di chi le Alpi le frequenta o le abita. S’intitola Peak - Un mondo al limite e il limite (se ho capito bene, naturalmente) sta per quella linea rossa che l’essere umano rischia di oltrepassare o che probabilmente ha già oltrepassato: sfruttamento del suolo per costruire piste da sci oppure complessi e costosissimi impianti per distribuire neve artificiale là dove prima del cambiamento climatico c’era neve vera, autentica. Oltre alla narrazione per mezzo delle immagini (bellissime immagini), in questo film succede una cosa che potrebbe benissimo essere una metafora: nessuno è mai contento. Chi lavora sulle piste sciistiche si lamenta che gli inverni non sono più rigidi come una volta e che i ghiacciai si stanno ritirando: dove andremo a finire di questo passo? Chi deve fare il latte o il burro spera invece che l’inverno che deve arrivare non sia rigido e nevoso come l’anno precedente, altrimenti addio burro e formaggio. C’è anche un signore che gestisce un impianto sciistico che cerca di placare gli animi: i dati che riguardano il repentino cambiamento climatico sono esageratamente allarmati. Lo so che bisognerebbe parlare di un film quando la temperatura emotiva (alta o bassa che sia, non molto alta in questo caso) è scesa o si è assestata, ma non ho voluto aspettare a dire quello che mi è rimasto oltre i titoli di coda: nessuno è contento e forse, come dicevo prima, la montagna e gli esseri umani che la vivono raccontano e descrivono la pianura e gli esseri umani che la vivono.

Una signora anziana seduta nella sua cucina chiude il film con un discorso che non ho capito bene cosa c’entri con la montagna, il formaggio, le piste sciistiche e il cambiamento climatico. Dice così: “…hanno fatto tante invenzioni, tante sono arrivate a tanto, e tante hanno distrutto. E le cose più belle le hanno distrutte, perché l’amore non c’è più, e neanche il dolore c’è più. Si salvi chi può”. Cosa c’entrano l’amore e il dolore con tutto questo?

giovedì 10 ottobre 2013

Cosa dovremmo festeggiare

del Disagiato

In sintesi (molto in sintesi): Paolo Peluffo su Il Sole 24 Ore ha scritto un articolo sulla fiera del Libro di Francoforte, Buchmesse, e dice che bisogna difendere e sostenere le librerie fisiche e i librai per salvare le case editrici e la nostra lingua, che rischia, tra qualche decennio, di scomparire. La mia sintesi, ovviamente, sommerge cifre e altri argomenti che rendono il discorso più complesso e forse più interessante. Quello che a me qui interessa, però, è ciò che gira attorno proprio alle case editrici, alle librerie e ai librai. Come ho già scritto in passato, le librerie fisiche chiudono o soffrono non solo per la presenza di altri canali (vendita di libri on line ed ebook) ma proprio per la condotta delle case editrici e dei librai. Le case editrici pubblicano tanto e male: le librerie vengono letteralmente sommerse, così tanto che la libreria, oggi, è diventato un magazzino ingestibile. L’orientamento del lettore è quasi impossibile. Invece di chiedere alle nostre case editrici di resistere e di pubblicare, dovremmo chiedere agli editori di pubblicare meno e meglio: io lettore difendo le case editrici (non acquisto su Amazon, non leggo ebook) se le case editrici scelgono e selezionano per me. Chiedo a loro di essere un’ottima alternativa all’editoria digitale. Peluffo consiglia di festeggiare i nuovi titoli e i nuovi autori che gli editori italiani presentano a Francoforte: questi nuovi volumi contribuiscono a tenere in vita la nostra lingua e quindi la nostra letteratura. Ecco, quello che penso io è che dovremmo festeggiare i nuovi titoli e i nuovi autori che le case editrici non presenteranno non tanto alle fiere dei libri ma alle librerie. Selezionare, insomma. E a selezionare sarebbe bello ci fossero letterati, non esperti di mercato o pubblicitari. Una volta, mi sembra, funzionava così. 

Se vogliono rimanere luoghi frequentati, le librerie dovrebbero fare solo una cosa: assumere librai. Librai che conoscono i libri e magari – e questo, davvero, sarebbe il massimo – un poco di letteratura. Le librerie in questi anni hanno assunto personale alla cazzo di cane. È vero, oggi la libreria è ancora l’unico posto che più assomiglia ad una libreria, ma tra poco – domani? dopodomani? – non sarà più così. Ad un colloquio di lavoro il padrone o il responsabile dovrebbe chiedere al candidato: ti piace leggere? Lo so che è una domanda troppo semplice ma ritengo - e lo sostengo con l'autorità del fallimento - che questa sia la domanda fondamentale da fare prima di assumere una persona che dovrà vendere, sistemare, consigliare e maneggiare libri. Che dovrà convincere i clienti rimasti della “validità” di una libreria. Oggi, invece, è come se nella cucina di un ristorante ci fosse un idraulico che di cucina non sa niente. Forse una frittatina riesce a farvela. Non c’è niente da festeggiare.

domenica 6 ottobre 2013

Tutti i film

del Disagiato

Ultimamente sto guardando film che ho già visto tanto o tantissimo tempo fa. Riguardando questi film mi sono accorto – ammetto, non senza stupore - quanto io, il Disagiato, sia la somma di queste trame e di questi dialoghi. Magari per voi è ovvio, ma io devo dire che me ne accorgo solo ora: sono battute, monologhi, modi di dire ridere piangere, tempi morti che sono entrati dentro di me e lì sono rimasti come foglie sull'asfalto bagnato. In tutti questi anni ho recitato più parti, ho letto copioni senza accorgermene. Chissà se morirò come Robert De Niro in Heat - La sfida. L’ho visto così tante volte che mi viene da chiedermelo (comunque no, quasi sicuramente morirò lontano da un aeroporto, solo, senza che ci sia il nemico a tenermi la mano). Ma io, senza i film che durante questo pezzo di vita mi hanno tenuto compagnia e mi hanno “occupato”, come sarei? Cosa direi? Cosa ci sarebbe dentro di me? C’è una cosa che un pochino mi angoscia: in vita mia ho visto parecchi film brutti e ho davvero paura che anche questi (le loro trame, le loro battute scontate o volgari) si siano depositati. E temo anche e soprattutto di averli recitati. 

Stai a vedere che durante la nostra passeggiata su questa terra dobbiamo stare attenti a quello che guardiamo o a quello che leggiamo. Stai a vedere che per davvero, come scienziati, dobbiamo trovare gli strumenti per guardare, soppesare, selezionare e scegliere. Forse siamo spugne, e questo non è bello. Il rischio, belle grosso, è di vivere come attori confusi, che recitano male, fuori tempo. A me basterebbe fare come quelli che nei film passano, sullo sfondo, da un lato all’altro dello schermo. Quelle comparse che camminano dietro gli attori principali, con la schiena diritta, seri, il passo deciso, magari una valigia in mano o un cappellino in testa. Passano mentre il protagonista sta dicendo cose importanti ad un altro protagonista, e lo fanno bene, per pochi secondi, con l'aria un po' triste.

lunedì 30 settembre 2013

La vita

del Disagiato



In questi giorni ho lavorato qualche ora nella libreria di un’amica. La libreria, aperta solo da qualche mese, si trova in un centro commerciale a due passi da casa mia. In chiusura, ieri sera – la mia ultima sera in quel negozio – ho fatto quello che più o meno tutti i giorni facevo in un’altra libreria di un altro centro commerciale: ho contato soldi, ho spento le luci, ho abbassato la saracinesca, ho fatto qualche passo indietro per vedere che tutto fosse a posto, ho camminato per un corridoio e infine, alle nove e due minuti, sono uscito dal centro commerciale. Fuori c’era il buio di fine settembre. Ma non solo il buio. C’era anche una leggera foschia che sembrava volesse anticipare, come un monito o un dispetto, la nebbia invernale. “La nebbia”, ho detto a bassa voce guardando le macchine degli altri commessi. E allora, in quel momento, mi sono spaventato. Irrigidito ho pensato a me che ritorno a lavorare in un centro commerciale, a me che ancora chiudo un negozio alle nove di sera e che ancora abbasso saracinesche e guardo che tutto sia a posto e che ancora, come già ho fatto per tanti anni, percorro un lungo corridoio e esco e vedo la sera tra i lampioni, commessi in fuga con la loro sigaretta e nebbia. “No, basta buio e basta nebbia”, ho detto ancora a bassa voce. 

Poi ho raggiunto la mia macchina. E proprio lì, prima di aprire la portiera e salire, è venuta a galla la parola “vita”: ma questa è la vita. La vita è, e sempre sarà una saracinesca da abbassare, un corridoio da percorrere, un’uscita oltre porte scorrevoli, un abbraccio umido e malinconico della nebbia di gennaio, o di febbraio. Sarà sempre così, è la vita. Oppure se non sarà nebbia sara qualcos'altro, ci saranno altre versioni, altre declinazioni della nebbia. Ma sarà sempre nebbia e corridoi, non si scappa. Sono salito in macchina, ho inserito la chiave, ho acceso il motore, ho guidato fino a casa, ascoltando musica, provando a cantare parole inglesi.

sabato 28 settembre 2013

Quando parliamo di sport

del Disagiato

A me i programmi televisivi di Italia Uno non piacciono e a volte – molte volte, in realtà – questi programmi non solo non mi piacciono ma li trovo stupidi, aggressivi e offensivi. Il telegiornale di questo canale lo conoscete bene anche voi, penso: un telegiornale superficiale, sensazionalistico, patetico e a volte così spettacolare da non sembrare neppure un momento d’informazione. Però c’è una cosa che mi stupisce tanto e questa cosa è che il telegiornale sportivo dell’una e dieci (orario in cui solitamente pranzo) è fatto bene. Le immagini e le parole utilizzate per raccontare i fatti sportivi della settimana hanno in sé qualcosa di lucido ed efficace, e gli eventi subiscono un’analisi così approfondita da trasformare gli eventi stessi in dettagli utili per ricostruire e capire altro. Siccome, purtroppo, non sono abbonato a Sky o a Mediaset Premium, la televisione che mi tocca (e lo so che ugualmente ho tanta scelta) è anche questa. E quello che ho notato nel mio piccolo e triste orticello televisivo è che lo sport viene trattato con più serietà, razionalità, intelligenza e cautela della guerra in Siria o delle condizioni di salute di Pompei. Questo capita non solo su Italia Uno, ma il fatto che questo capiti su Italia Uno forse significa qualcosa. Mi viene in mente Chomsky. Noam Chomsky in un libro che lessi qualche anno fa, Linguaggio e libertà (Marco Tropea Editore, 2002) scrisse che gli Stati Uniti sarebbero un paese migliore se il suo popolo parlasse di politica come parla di football americano. 

mercoledì 25 settembre 2013

Come una volta

del Disagiato


Recentemente sono entrato in una libreria di Brescia come cliente. Non capitava da tanti anni. Non che in tutto quel tempo non fossi mai entrato in una libreria diversa da quella nella quale io praticavo il mio mestiere, ma quando ero un libraio i sensi e la curiosità erano anestetizzati dall'abitudine. Ogni volta che entravo in una libreria, ad esempio, non sentivo più l’odore della carta stampata. I libri sugli scaffali erano volumi non da consultare e sfogliare ma da valutare se erano collocati bene o collocati male, in ordine o in disordine. La deformazione professionale, insomma, mi accompagnava costantemente in qualsiasi libreria del mondo. Nella fotografia qui in alto c'è l’insegna di una splendida libreria di Valencia. Bene, quando l’anno scorso ci entrai, la prima cosa che mi dissi fu: “Adesso voglio vedere qual è la differenza tra me e loro. Voglio vedere come qui dentro lavora il personale”. Entrai come un uomo d’affari e non come un lettore affamato o anche solo curioso. 

L’altro giorno, finalmente, sono entrato in una libraria con il desiderio autentico di spulciare libri e magari, perché no, di acquistarne uno. Dopo anni, il mio ingresso e il mio naso sono stati toccati dall'odore della carta stampata che anche molti di voi ancora apprezzano. I miei occhi, dopo anni, hanno cercato di comprendere come fossero disposti i settori per meglio orientarmi e meglio assecondare le mie curiosità. “Allora essere clienti di una libreria significa questo!” mi sono detto non dando alcuna importanza alle facce dei commessi, alla pulizia del locale e alla buona o cattiva disposizione dei volumi. Ma soprattutto, l’altro giorno, in quella libreria, ho fatto una cosa che, da libraio, non facevo da tantissimo tempo. Ho cercato i libri di Erri De Luca. Seguendo un istinto sepolto da secoli, sono andato a guardare se per caso lo scrittore napoletano avesse pubblicato qualcosa di nuovo. Ripeto: non lo facevo da tanto di quel tempo che la memoria si perde. Una volta Erri De Luca era tra i miei scrittori preferiti ma poi, lavorando in libreria, è successo che ho smesso di seguire il suo passo, di mettere il mio orecchio vicino alla sua bocca. Erri De Luca ha smesso di essere quel punto di riferimento che era. Non che a un certo punto ha incominciato a scrivere male, a dire cose sbagliate o stupide, ma il fatto è che stando in libreria sono stato investito brutalmente dalla macchina commerciale che lo promuoveva: la pubblicità dei suo libri da esporre, le migliaia di copie dei suo libri da raddrizzare in vetrina e in negozio, le mail che ci avvisavano che il famosissimo e bravissimo scrittore avrebbe partecipato al programma “Le invasioni barbariche” di Daria Bignardi, le mail che ci avvisavano che il famosissimo e bravissimo scrittore Erri De Luca avrebbe partecipato al programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, le mail che ci avvisavano che avrebbe, lui, partecipato al programma condotto da. E queste sono solo alcune delle “operazioni commerciali” che riguardavano e riguardano Erri De Luca (e tanti altri famosissimi e bravissimi scrittori). Quando qualche settimana fa dei politici hanno chiesto di boicottare i suoi libri (per la questione Tav) a me è scappato un sorriso. Ho pensato che quei signori chiedevano di boicottare non uno scrittore scomodo e, a suo modo, rivoluzionario, ma chiedevano di boicottare il mercato, il marketing, la pubblicità, la televisione, i soldi, il commercio. “Impossibile e controproducente”, mi sono detto. 

L’altro giorno, invece (finalmente) ho cercato i libri di Erri De Luca, dopo tantissimo tempo. Da consumatore e da cliente è come se fossi ritornato al mio posto, come se avessi scavalcato di nuovo il muro che mi separava dall'entusiasmo che avevo perduto. Mi sono accorto di essermi riappropriato dei sentimenti che non conoscevo più. Adesso, da questa parte del muro, da consumatore meno consapevole e forse meno lucido e critico, Erri De Luca mi piace ancora tanto.

mercoledì 18 settembre 2013

Non fa differenze

del Disagiato

 «È stato un pranzo in amicizia - assicura - non seguirà nessuna intervista esclusiva. Inoltre mi piace il fatto che Renzi sa stare in mezzo alla gente, non è uno snob e non fa differenze». 

Tra un commento e l’altro su Silvio Berlusconi ho letto che Matteo Renzi, il politico di sinistra che molto probabilmente presto mi rappresenterà, è andato a pranzo con Alfonso Signorini, che è il massimo rappresentante dell’espressione televisiva e culturale di Silvio Berlusconi di questi ultimi vent'anni. Magari non significa nulla, ma la vicenda, questo incontro, mi inquieta non poco. Pensavo che tra i due non ci fosse alcuna scintilla, nessuna intesa e che Renzi fosse capace, invece, a fare differenze. Mi aspettavo questo. Tutto qua.

I rimedi, le ricette

del Disagiato

Ogni giorno (oggi, ad esempio, ho letto questo articolo del grafico Riccardo Falcinelli) mi capita di leggere o sentire un rimedio o una ricetta che possa evitare la chiusura delle librerie che ancora, in Italia, non hanno chiuso. Questi, chiamiamoli così, “consigli” sono più o meno d’accordo sul fatto che le librerie, in un futuro non troppo distante, dovranno ospitare eventi, caffetteria e cartoleria per attirare gente. Non solo libri, dunque. Bello e giusto che qualcuno si preoccupi per le librerie e per quello che si può fare perché le librerie non scompaiano. Questo preoccuparsi ha, molto probabilmente, un nome: sensibilità. Scrivo solo per dire una cosa che penso da tanto tempo e cioè che una libreria che si integra con eventi, una caffetteria e cartoleria per, come scrive Falcinelli, “allietare una passeggiata” non è più, secondo me, una libreria, ma qualcos'altro. Una cosa che non è né più brutta né più bella: solo una cosa diversa. Farei la firma, oggi, per lavorare in un negozio che vende eventi, caffè, penne e, già che ci siamo, strumenti per fare letteratura. Però dovessi mai entrare in un negozio così, entrerei sapendo che non sto entrando in una libreria come la intendevo (la intendevamo?) fino a poco tempo fa e cioè un luogo dove i libri hanno la capacità di separarsi e separarci da tutto il resto. Separarsi per poter guardare il mondo con un pizzico di distacco e quindi valutarlo, criticarlo, pesarlo.

Qualche giorno fa ad un amico ho detto quello che ora ho scritto a voi qua sopra: salvare una libreria con una caffetteria significa incominciare a fare qualcosa di diverso. Ecco, lui mi ha risposto che sarebbe come mettere le zoccole in chiesa per aumentare il numero di fedeli durante la messa.