
Ingenuamente continuo a pensare che parlare di librerie e di libri significhi anche parlare di letteratura. Franco Fortini, in Verifica dei poteri, scriveva: “Non esiste problema della poesia o della letteratura che non sia della società. Qualsiasi discorso sulla letteratura e sulla poesia che per voler essere un discorso su di un distinto respinga le implicazioni, cioè le eteronomie, è obiettivamente errore e menzogna”. Non basta questa frase a confermare la mia sensazione, ci mancherebbe, ma secondo me i libri scritti dai librai non ci dicono solo quello che sta capitando alle librerie, ai libri e ai clienti ma anche (e chissà, forse soprattutto) quello che sta capitando alla società, a noi che in libreria non ci andiamo più. Prima ci andavamo e ora invece no. Alla letteratura e alla poesia, allora, sta forse capitando qualcosa di grave, anche fosse solo un mutamento che ci dispera per il dispiacere di non veder più le cose come erano prima. Un amico, qualche anno fa, mi confessò di essere diventato talmente serio e teso con se stesso da non riuscire più a piangere. Mi disse questo piangendo. Spero di non esagerare e di non allontanarmi troppo dal cuore del discorso, ma i blog (compreso questo) e i libri dei librai mi sembrano un po’ quel mio amico. Stiamo dicendo agli altri come non affondare affondando, pubblichiamo per dire che nessuno legge più le pubblicazioni. I post e le pagine certamente rimarranno utili come una scatola nera.