venerdì 28 febbraio 2014

Acqua e aria

del Disagiato


E poi sono stato a Cadice, città nella quale vorrei passare il resto dei miei giorni. Questo è solo un piccolo frammento del suo cielo e del suo mare, che tengo sempre in tasca e negli occhi.


giovedì 27 febbraio 2014

Far vincere la cultura

del Disagiato




"Il primo marzo compriamo un libro” è il titolo della nuova iniziativa organizzata dalla Fondazione Caffeina per incentivare le persone a investire in cultura, il vero motore di questo Paese. Il flash mob, nato quasi per caso sul web, che in poco tempo ha superato i 70.000 partecipanti, sta ancora crescendo in modo esponenziale. Tantissime le librerie di tutto il territorio nazionale - grandi catene e librerie indipendenti - che stanno aderendo al flash mob, promuovendo l'evento, proponendo sconti o organizzando altre iniziative. Come funziona: il primo marzo basta andare, con il segno di riconoscimento del flash mob, ovvero un nastro bianco sui vestiti, in qualsiasi libreria della propria città e comprare un libro, o più di uno. E ancora prima cliccare su “parteciperò” all’evento virtuale e condividere per far partecipare più gente possibile e quindi sensibilizzare sul tema cultura. 

Come avete letto qui sopra o come potete leggere sul sito della Fondazione, tra poco si promuoveranno e si sconteranno libri per – lo dico con un termine abusato ma in questo caso efficace – valorizzare la cultura. Ne approfitto per chiedermi cosa dovremmo mettere dentro la parola “cultura” visto che ogni partito politico (e i cittadini che votano i partiti) hanno idee diverse e molto personali sull’argomento. Per Bersani, ad esempio, una figura di riferimento culturale è Gramsci, per Renzi, invece, Jovanotti. Ci tengo anche a far presente che in questi ultimi tre o quattro anni le case editrici, e quindi le librerie, hanno centuplicato gli eventi e gli sconti sui libri, prima su una collana, poi su un’altra e via dicendo. Per noi librai era addirittura molto faticoso capire come e dove esporre i cartelloni colorati che pubblicizzavano le iniziative promosse per attirare gente. A nulla, però, è servito tutto questo e a nulla, temo, servirà il flash mob del primo marzo: non sono più libraio perché la libreria ha chiuso; tante altre librerie hanno chiuso o presto chiuderanno. Poi, secondo me, non sono i libri che portano cultura, ma è la cultura (che cos’è, da dove parte?) che dovrebbe portare ai libri.

mercoledì 26 febbraio 2014

Giallo, azzurro, verde, arancione

del Disagiato

Sono stato a Siviglia, dove oltre al sole e al cielo azzurro c'erano tante, tantissime arance.








martedì 25 febbraio 2014

Ritornare

del Disagiato



Si parte per staccare la spina, per risposarsi e per vedere posti nuovi. I perché di un viaggio sono molti e non sto qua a rintracciarli tutti, visto che già ci ho provato parecchio tempo fa. Rimane che secondo me il movente più valido se ne sta nel pensiero di un certo T. Wilson: “C’è chi viaggia per conoscere persone nuove. Io viaggio per dimenticare quelle che già conosco”. Significa far perdere le tracce, dimenticare, scappare, andarsene. Con il viaggio ci illudiamo di ricominciare da capo la nostra esistenza, anche se per una sola settimana o per dieci giorni o per un mese, consapevoli del ritorno, e consapevoli dell’esistenza dell’ingranaggio indistruttibile che ci fa tanta paura. Però fingiamo che l'ora d’aria possa servire a ricapitolarci, nonostante tutto. E bene facciamo a fingere. 

Una settimana fa sono partito per una breve vacanza con le stesse intenzioni di sempre e con la solita frase di Wilson in testa: disperdersi e mettersi alle spalle le persone, senza alcuna voglia di conoscerne di nuove. Ieri sera sono ritornato, con città e mare e sole ancora negli occhi. Ho svuotato la valigia, ho sistemato su una mensola un paio di ricordi, ho appeso al muro una cartolina, ho riguardato con un po’ di nostalgia le fotografie che sempre mi daranno un poco di nostalgia. Ho guardato il mio appartamento e soprattutto ho fissato la libreria, i libri addormentati sulle mensole. E a quel punto ho cominciato a sentire un suono strano, un piccolo dolore in pancia. Ho pulito un paio di bicchieri che avevo lasciato sul lavello prima di partire, ho fatto una telefonata e ho scritto una mail, dimenticando per qualche minuto il suono e il dolore. Poi, forse non per sbaglio, ho riguardato i miei libri, che hanno fatto ritornare la strana tensione di prima, il suono e la fitta. Non solo i libri, ho guardato, ma anche la mia scrivania, il televisore, la poltrona e le altre cose che rendono lievi i miei giorni. Senza tutte queste cose, ho pensato, non potrei stare bene. E allora ieri sera, nel centro di casa mia, ho capito che lentamente, secondo dopo secondo, i miei libri, che tanto mi hanno dato, mi stavano riprendendo per la manica e si stavano rimpossessando di me. 

Qualche giorno fa ho visto in mare una piccola pianta che avvolgeva con le sue corte dita qualsiasi cosa la sfiorasse. Forse era il movimento dell’acqua a renderla vorace, non so dire, ma seppelliva le conchiglie e i sassolini che facevo cadere, dall'alto, in acqua. Ecco, ieri ho sentito che quella piccola e per niente pericolosa pianta non era solo in mare ma anche in casa mia, nelle mie poche stanze, sulle mensole, attaccata alle pareti, sul mobile, sulla scrivania, nella libreria. Gli oggetti, con un dolce ondeggiare, mi stavano prendendo. Le cose non mi appartengono, sono io che appartengo a loro. E per questo mi piace chiudere la porta di casa e partire senza voltarmi: per scappare dall'alga vorace e insidiosa senza la quale, normalmente, non potrei stare.

domenica 16 febbraio 2014

Fare teatro

del Disagiato



Attaccato alla bacheca che ho davanti alla mia scrivania ho riscoperto un foglietto, coperto da una cartolina e da un’altro foglietto, con scritto: …resta comunque il principio, classicamente inglese, che un portiere è costretto a volare, dunque a fare teatro, soltanto quando si trova mal piazzato. È questo un assioma del quale ci si dovrebbe ricordare sempre, dal momento che troppi se ne dimenticano spesso e volentieri. Non so più di chi sia la citazione. Ho ripensato a quante volte sono riuscito, in vita mia, a ricucire gli strappi (il più delle volte no); ho ripensato agli applausi emozionati che ho fatto a chi ha scavalcato, con non poche difficoltà, certi dolori, a chi ha rimediato ai propri errori, che potevano addirittura essergli fatali. La vita è fatta così, e siamo bravi se riusciamo a recuperare ciò che ci sembrava perduto, se siamo abili, mentre subiamo l'emorragia dei giorni, ad allontanare le emergenze, le crisi. Ci vuole saggezza e intelligenza, concentrazione e a volte delicatezza. Però meglio di noi, forse, è chi ha imparato a ben piazzarsi prima, o molto prima, degli eventi, anche se è vero che non tutto è prevedibile e calcolabile.


giovedì 13 febbraio 2014

La nostra serietà

del Disagiato

Da sempre mi stupisce il successo che gli Elio e le storie tese hanno conosciuto grazie a noi. Sono bravi musicisti (lo sono, eccome), ma li ho sempre considerati un gruppo che fa ridere e basta. A me non fanno ridere, però comprendo i sorrisi e le sghignazzate del loro pubblico. Alcuni miei amici e anche alcuni intellettuali – Claudio Giunta ne parla quasi con commozione nel suo ultimo libro, Una sterminata domenica – pensano che siano dei geni, che abbiano aggiunto un qualcosa di davvero importante alla cultura e alla bussola che noi tutti dobbiamo o dovremmo utilizzare per capire le cose del mondo, per inquadrare meglio i fatti politici del nostro paese. Ad esempio, come posso giudicare Silvio Berlusconi o Matteo Renzi se ho costruito la mia serietà con le parole di Elio? In un racconto di Luciano Mastronardi un maestro chiede ai suoi scolari di fare questo tema: Perché dobbiamo esseri seri? Ecco, perché? Non lo so, davvero. Forse per coerenza, forse per salvaguardare la nostra intelligenza, forse per mantenere a debita distanza ciò che serio non lo è. Ciò che non è serio non è il male, ma è qualcosa che secondo me non ci aiuta. Sono bellissime le canzoni di Elio e degli Skiantos, ma sono canzoni comiche, buone per le feste infantili che ogni tanto vogliamo concederci. Però vorrei tanto, da moralista, che non fossero niente di più, che non facessero parte della nostra, scusate il termine, formazione. Spero di aver detto bene quello che volevo dire.


martedì 11 febbraio 2014

La banalità degli esseri umani

del Disagiato

Volevo segnalarvi un brano di un articolo di Mario Sconcerti pubblicato lunedì sul Corriere della Sera. Come in quasi tutti i suoi libri e articoli si parla di calcio, ma, come già ho scritto in passato, non solo di questo. Tanto tempo fa dissi a una amico che il cinema mi piaceva ma che purtroppo non amavo molto, come li amava lui, i film di guerra. Lui allora mi consigliò di guardare "La sottile linea rossa" e "Full Metal Jacket" (e altri ancora) perché quelli non erano film di guerra ma film su esseri umani che facevano la guerra o pensavano alla guerra. La carneficina e le logiche militari in quelle pellicole erano ridotti a contesti, stavano sullo sfondo. E quei film li apprezzai tantissimo, in effetti (non amavo i gialli e i polizieschi, ma dopo aver visto "Heat - La sfida" o "L’ultima missione" i miei gusti hanno conosciuto qualche modifica). Questo per dirvi che Mario Sconcerti scrive non di calcio ma di esseri umani che fanno e pensano calcio, rintracciando difetti e virtù, parlando certamente di noi. Noi, che magari non siamo tifosi, appassionati, giocatori o allenatori. In un libro di Gianni Brera che si intitola "Il mestiere del calcio", la prefazione incomincia così: Veniamo subito al dunque: Gianni Brera è ancora attuale nel calcio stramilionario e frenetico d’oggi oppure è archeologia pallonara? Se lo chiedono soprattutto i più giovani pensando a noi senzabrera come inguaribili nostalgici di un calcio che fu. Balle! L’uomo che ha inventato la letteratura sportiva è più che mai attuale perché lo è il suo modo di intendere il calcio, di descriverlo valorizzando la tecnica e il gesto atletico, dando alle cronache sportive una dignità che prima non avevano... A me sembra invece che Brera è ancora attuale per un altro motivo, e cioè perché scriveva non di calcio e ciclismo (non solo) in un certo modo, ma perché scriveva di esseri umani come noi (con tanti limiti, follie, difetti e malinconie come noi) che praticavano il ciclismo o altri sport. Così fa Mario Sconcerti (forse anche di più), che secondo me è uno scrittore straordinario. 

Ecco il brano, sulla Juventus e il suo allenatore, dopo un 2 a 2 con il Verona: 

Nelle ultime cinque partita ne ha subiti 7, nelle precedenti nove uno appena. C’è qualcosa che ha smesso di essere un meccanismo esatto, ma non è chiaro cosa. Conte parla di mancanza di umiltà. Mi sembra troppo grave. Fosse vero significherebbe un cambio psicologico di troppi gradi, non si passa in un giorno dall’umiltà alla presunzione, succede qualcosa nel mezzo che determina. Mi sembra anche una malattia troppo facile da raccontare. Elimina gli squilibri tecnici e la forza degli avversari. È in sostanza una diagnosi presuntuosa proprio quella che denuncia la mancanza di umiltà. Forse Conte dovrebbe esaminare anche se stesso nella cifra del conto. Essere nettamente primi e negarsi il silenzio stampa la domenica solo se si è sotto contratto, cioè solo se girano soldi, è professione d’insofferenza, non di umiltà. La stessa che si rimprovera alla squadra. Se chiudi tutto in una torre d’avorio, evitando a te e agli altri la banalità degli esseri umani, non puoi meravigliarti se i tuoi giocatori alla fine credono davvero di essere avorio (…)

sabato 8 febbraio 2014

La vera povertà

del Disagiato

Ieri sera ho guardato per una buona mezzoretta, o forse anche di più, la trasmissione di La7 Le invasioni barbariche e per ben due volte – la prima volta è stata quando la Bignardi, senza alcun rispetto per i telespettatori, faceva l’amicona con Severgnini; la seconda volta quando la Bignardi, Belen e un altro ospite parlavano di omosessualità e suicidio come se stessero parlando di gelati – ho pensato che la mia limitatezza economica non sta nel fatto di non potermi permettere di comprare i libri, ma nel non potermi permettere Sky. Non è elegante parlare di soldi, scusatemi, ma di libri, in casa mia, ne entrano sempre. Entrano anche se io non sono un benestante. A volte devo fare qualche sacrificio o acquistare libri usati, è vero, però alla fine ottengo quello che voglio. L’altro giorno sono andato al Libraccio e ho chiesto al libraio: avete tra i vostri libri usati “Chi è il mio prossimo” di Adriano Sofri? Sì, mi ha risposto il libraio. E insomma, con pochi spiccioli, e al primo colpo, mi sono preso un libro che cercavo. 

Ieri sera ho pensato che non è così grave se i nostri politici non trovano i soldi per aiutare i lettori meno facoltosi. Lo Stato, ho pensato per pochi allucinati secondi, dovrebbe invece aiutare chi vuole guardare un po’ di tv (lo facciamo tutti, immagino) ed è costretto a guardare il programma di Daria Bignardi, che è un programma in cui si parla costantemente di Matteo Renzi (vi ricordate quando le reti Fininvest convinsero i nostri genitori, che a differenza di noi hanno studiato e letto poco, a votare Silvio Berlusconi parlando sempre di Silvio Berlusconi?), in cui le cose serie non vengono mai dette con serietà, in cui si passa da un argomento all’altro, da un sentimento all’altro, in modo schizofrenico e caotico. Poi invece ho pensato che magari anche il livello intellettuale dei programmi di Sky e la professionalità di chi ci lavora non sono poi così alti. Non so che dire, davvero. Rimane che con tutta la mia ben costruita lucidità ieri sera ho spento la televisione e mi sono rimesso sul mio solito binario: bisogna spingere la gente a leggere, incentivare, promuovere, scontare.

giovedì 19 dicembre 2013

Cosa succederà?

del Disagiato

Ho notato con dispiacere – e forse anche con un po’ di ritardo – che molti libri in formato ebook, e non solo libri di “successo”, si possono facilmente scaricare gratuitamente e illegalmente (è illegale, vero?) su eMule o sui torrents. Chissà quanti di voi leggono o leggeranno in futuro non pagando e chissà cosa succederà tra qualche anno alle case editrici e agli scrittori quando scopriranno che i guadagni sono tragicamente diminuiti. Che cosa è successo a forza di non pagare per vedere un film? È successo, per dirne una, che non si doppiano più certi film stranieri: significa che in Italia non abbiamo più la possibilità, per mancanza di mezzi economici, di vedere pellicole di autori cosiddetti minori. Peccato. E a questo punto mi chiedo se la stessa cosa accadrà, chissà quando, con i libri. E d’istinto (e da persona non espertissima) mi chiedo anche se alle case editrici non convenga, oggi, continuare esclusivamente con il cartaceo, prima che sia troppo tardi.

mercoledì 18 dicembre 2013

È quasi pronto il caffè

del Disagiato

Uno di miei momenti migliori della giornata è il mattino, quando mi sveglio. Faccio così: spengo la sveglia (anche se, lo ammetto, ultimamente non sempre programmo, di sera, una sveglia), rimango ad occhi aperti qualche secondo, mi alzo, metto la caffettiera sul fuoco (caffettiera preparata la sera prima), ritorno a letto, attendo il fischio della caffettiera, mi rialzo, spengo il fornello e poi verso il caffè in una tazza, che bevo in piedi, guardando fuori dalla finestra o camminando per casa. Da sempre mi piace fare questi gesti, accendere, attendere il rumore del caffè e rialzarmi. Non so se chiamarla felicità, ma comunque le si avvicina. 

Questa mattina, dopo aver bevuto il mio caffè, ho letto alcune righe di un bel libro di Clara Usón, "La figlia". Il brano racconta di un certo Veljko, che è stato in guerra e che dalla guerra è ritornato a dir poco frastornato: 
Veljko non si è rifatto una vita; non ha combinato niente di buono, gli è sembrata un’impresa impossibile e ancora oggi, quando sente il fischio della caffettiera che annuncia che il caffè sta uscendo, si mette a tremare e gli viene un attacco di tachicardia. “È lo stesso rumore che fa un proiettile quando sta per centrarti”, spiega, “questo è il suono della guerra”
Ecco. Ho letto queste parole dopo il mio personalissimo momento migliore della giornata, che gira intorno al fischio del caffè. Credetemi, non so spiegarvelo bene, ma un po’ mi sono sentito in colpa per tutti questi caffè, per la mia felicità mattutina. Oppure mi sono sentito come una persona che ha abbassato la guardia, che non ha tenuto conto di certe cose. Continuerò a vivere il momento del fischio della caffettiera come un bellissimo momento, ci mancherebbe, ma d’ora in poi, grazie al libro, lo farò considerando anche gli altri e lo farò con un po’ più di tormento, di ansia e consapevolezza: la mia felicità per tutti i Veljko del mondo significa infelicità. Utilizzerò questa consapevolezza non per essere meno felice ma, anzi, per esserlo di più.

venerdì 13 dicembre 2013

Noi

del Disagiato


Ieri sera ho visto un film di Werner Herzog, Cave of forgotten dreams, che è poco più di un bel documentario sulla grotta Chauvet, scoperta nel 1994 nella Francia sudorientale dallo speleologo Jean Marie Chauvet, e sulle sue bellissime pitture e incisioni (circa 500) risalenti più o meno a trentaduemila anni fa. All’interno della grotta non ci sono solo disegni di animali, ma anche impronte umane, ossa di esseri viventi poi scomparsi dalla faccia della terra e quello che pare essere un altare, per chissà quale rito religioso. Uno dei tanti archeologi interpellati dice al regista che loro, gli studiosi, stanno lavorando per sviluppare una nuova comprensione della grotta, usando la precisione, i metodi scientifici, anche se questo non è lo scopo principale: lo scopo principale è quello di creare storie per narrare ciò che succedeva dentro la grotta, in passato. Allora Herzog continua così: “È come creare l’elenco telefonico di Manhattan, quattro milioni di voci. Ma sognano? Piangono la notte? Quali sono le loro speranze, le loro famiglie? Non lo sapremo mai guardando l’elenco telefonico”. E ascoltando questo breve dialogo tra il regista e l’archeologo ho pensato al grande sforzo che noi tutti dobbiamo fare, se lo vogliamo fare, per dare direzione, senso e vita agli scontri, alle cose e persone che vediamo ogni giorno nelle nostre stanze, chiusi soli nelle nostre macchine per strada, oppure in ufficio, al supermercato, in palestra.

mercoledì 11 dicembre 2013

Bruciatemi!

Qualcuno del movimento dei forconi ha intimato ai librai di una libreria di Savona di abbassare immediatamente la saracinesca, con la grave minaccia di bruciare i libri, come i fascisti e i fanatici religiosi hanno già saputo fare. In rete gli indignati stanno facendo circolare una frase, adatta ad ogni occasione, di Leonardo Sciascia (Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte) e una fotografia del rogo dei libri del 1933, in Germania. Magari mi sbaglio, ma secondo me chi oggi manifesta non è un fascista. Un po’ di tempo fa, non ricordo chi lo scriveva, ho letto che quando siamo in fila il nostro grado di tolleranza e pazienza dipende dalla quantità di gente che ci sta dietro e davanti. Se dietro di noi ci sono dieci persone e davanti a noi tre, siamo tranquilli, pazienti, al sicuro. Con la coda dell’occhio guardiamo quei dieci disperati, l’ultimo dei dieci, e sorridiamo. Se dietro di noi ci sono tre persone e davanti dieci, le cose cambiano, la nostra pazienza e la nostra tolleranza evaporano presto: diventiamo cattivi e protestiamo. Da quando non ho più un lavoro, da quando non ho la sicurezza economica che avevo fino a qualche mese fa, pure io, persona solitamente mansueta, sono diventato invidioso e magari un poco razzista? Lo ammetto: sì. La mia posizione nella fila è cambiata repentinamente. Ecco, secondo me il fascismo, le frasi di Leonardo Sciascia e le fotografie dei nazisti che bruciano i libri non sono azzeccati. E poi, sempre secondo me, i manifestanti che hanno minacciato i librai non sanno che gli scrittori farebbero a gara per farsi bruciare il proprio, di libro, così, giusto per farsi un po’ di pubblicità, per alzare di una tacca la propria autostima:

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
- uno di quelli al bando, uno dei meglio - l'elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d'ira
e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l'ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

(Il rogo dei libri, Bertolt Brecht)

martedì 10 dicembre 2013

I risultati

del Disagiato

Domenica sera Fabio Fazio ha chiesto al motociclista Jorge Lorenzo da cosa si capisce se uno è un grande pilota. Lorenzo ha dato questa risposta: dai risultati. Fazio, che si aspettava parole più profonde, a questo punto ha riso e poi ha detto: “i risultati dopo, ma prima?”. Ma prima, da cosa possiamo vedere se uno è un grande pilota? E allora Lorenzo ha detto: dal tempo per giro. Fazio domenica sera non ha preso in considerazione neppure questa risposta e ha dato un’altra possibilità a Lorenzo che, un pochino impacciato, si è inventato qualcosa, tipo che un pilota lo si vede dalla sua tecnica buona che potrà migliorare in futuro e via dicendo. Insomma, la domanda non ha avuto la risposta che si meritava il programma. Qualche settimana fa, quando Agassi ha detto, sempre in quello studio televisivo, che “noi mangiamo quello che uccidiamo”, Fazio stava svenendo per quella bellissima frase e io, a casa, mi sono emozionato tantissimo: perché con “noi mangiamo quello che uccidiamo” il tennista intendeva dire che il suo successo e la sua ricchezza (i nostri successi e le nostre ricchezze) sono arrivati dopo aver fatto del male a se stesso e agli altri. Come cacciatori, come predatori, noi, uomini di questo mondo, mangiamo quello che uccidiamo: frase apocalittica, profonda, metaforica. Dire invece che un pilota lo si giudica dalle sue vittorie non è metafora di niente. Vorrebbe dire che un giocatore lo si giudica dai particolari e non dalla fantasia, dal coraggio e dall’altruismo. Sarebbe come ammettere che se io nella vita ho concluso poco (disoccupato, non ricco e sconosciuto), forse è colpa mia. Sarebbe come ammettere che se il mio amico, dopo anni di creatività ed emozioni, suona ancora nei localini tristi di periferia, forse è perché le sue canzoni non sono proprio il massimo; se il mio amico ristoratore fatica ad arrivare a fine mese, forse c’è qualcosa che non funziona in cucina o nella sua gestione o in chissà cos'altro. Ma noi preferiamo pensare che la colpa è degli altri, sempre, che la spiegazione delle nostre vite non può essere così semplice e che, quindi, un pilota non lo si deve giudicare dai risultati o dai tempi. Preferiamo cercare, come ha fatto per noi Fabio Fazio, una risposta metaforica, una frase profonda che ci scagioni, che ci assolva.

mercoledì 4 dicembre 2013

Di là

del Disagiato

Sono andato a vedere se per caso sul sito di Sinistra Ecologia Libertà le riflessioni circa la cultura, l’editoria e i libri – argomenti che mi piacciono e che ritengo importanti per tutti noi - sono mutate rispetto a qualche mese fa. Non è cambiato niente, il programma è sempre lo stesso, il libro è ancora accostato alla parola libertà: 

Ispirandoci ad uno speciale esperimento avviato in alcune prigioni del Brasile dalla presidente Dilma Rousseff, proponiamo una legge che perfezioni l’equivalenza universale tra i libri e la libertà. La proposta consiste nel ridurre di quattro giorni la pena per ogni libro letto dai detenuti per un massimo di 48 ogni anno. Ogni detenuto potrà leggere un libro al mese di letteratura, filosofia o scienza e farne una relazione scritta per dimostrare di averlo compreso. In Italia sono allestite 153 biblioteche su 206 istituti di pena nei quali abitano 68mila detenuti. Sarebbe una straordinaria novità se, anche in Italia, l’opportunità di leggere si trasformasse in redenzione attraverso la lettura proprio come in Brasile. 


Queste righe, per come la vedo io, mi hanno sempre commosso per il loro candore e per la loro intatta ingenuità. Non riesco e non sono mai riuscito a vedere i libri come uno strumento forte per essere libero. I libri, semmai, mi hanno fatto il favore, senza indicarmi una comoda via di fuga, di dirmi che non sono libero, che sono come molti di voi uno dei raggi di una grande ruota. Leggendo so o penso di sapere come si muove il mondo, ma rimango vittima, nonostante tutto. Nessuna libertà, nessuna redenzione. 

In un film spagnolo che mi piace tanto, I lunedì al sole, c’è una scena in cui un gruppo di amici disoccupati riesce a vedere, grazie ad uno di loro, una partita di calcio allo stadio senza pagare il biglietto. Il posto però non è dei più comodi: è troppo in altro rispetto alla curva e alle tribune, e la visuale di una metà del campo è interrotta dal tetto. Tutti quanti riescono a vedere l’inizio un’azione ma mai la fine, mai il tiro che potrebbe portare la palla in rete. Ecco, per me quella scena vale tutto il film. Io mi sento come loro, in alto, scomodo, consapevole che mai vedrò il tiro o il pallonetto finale dell’attaccante. Solo la costruzione o una parte di una costruzione dell’azione. I libri non mi hanno reso libero, ma hanno contributo, tantissimo, a rendermi cosciente di questa scomodità davanti alla partita. E poi, ancora oggi, la letteratura fa un’altra cosa forse più importante: mi permette di immaginare cosa sta capitando di là, dove io non posso vedere.


lunedì 2 dicembre 2013

Il bello


del Disagiato



Qualche giorno fa sono andato a Genova per una brevissima gita e mi è capitato, camminando senza una meta, di incrociare una bella cattedrale che si chiama Cattedrale di San Lorenzo. Non so dirvi esattamente perché – non sono un esperto di architettura e tantomeno sono sensibile alle cose religiose – ma mi piaceva tantissimo, così tanto che sono rimasto a guardarla per una ventina di minuti, in piedi, con le mani a visiera per schermare la luce del sole che si riversava sulla piccola piazza antistante. Sulle poche scale d’ingresso erano seduti uomini e donne, studenti e immigrati, a mangiare, fumare e chiacchierare: che bello, ho pensato. Che bello che le persone facciano cose su queste scale, che gli studenti facciano gruppo per parlare, che chi ha un passaporto diverso dal mio si ritrovi per pranzare con un panino o, chissà, anche solo per pensare e fare un punto della situazione. Poi, invece, più guardavo la splendida facciata e più non tolleravo quelle presenze umane in pieno bivacco, come fossero su una panchina di un parchetto di periferia. E allora ho pensato che una chiesa, o qualsiasi altra cosa costruita per essere bella, è più bella se anche noi, soprattutto se noi, la consideriamo tale, se anche noi rispettiamo la sua sacralità, la sua armonia, i suoi intenti. Insomma, davanti alla cattedrale di San Lorenzo io metterei un cartello con scritto: "Vietato sedersi sulle scale. Non si fa".

sabato 26 ottobre 2013

D'Orrico, per altri motivi

del Disagiato

Scusate se vi parlo ancora di Pier Paolo Pasolini ma scrivo solo poche righe per correggere il critico letterario Antonio D’Orrico, che ieri ha recensito La Nebbiosa (Il Saggiatore), una sceneggiatura di Pasolini (ora in forma di romanzo) rimasta pressoché inutilizzata e riportata alla luce. D’Orrico esordisce così: 
Dopo Ragazzi di vita e Una vita violenta, Pier Paolo Pasolini non ha scritto più veri romanzi probabilmente perché girare film è più divertente e, per certi versi, meno faticoso (e poi è più mondano, tiene compagnia). 
A parte la superficialità di queste considerazioni, c’è da dire che Pier Paolo Pasolini incominciò a far cinema negli anni sessanta per motivi che non hanno a che fare con la mondanità o la facilità, ma con una serie di problematiche (moltissime di queste trattate poi in Empirismo eretico, Garzanti, 1972che stanno nel recinto della letteratura e della linguistica. Pasolini dichiarò che iniziò a stare dietro la macchina da presa per utilizzare una tecnica diversa, per abbandonare la lingua italiana, per una forma di protesta contro le lingue e la società e poi anche e soprattutto per riprodurre la realtà nella maniera più primitiva e autentica. Meglio, però, lasciar parlare lo stesso Pasolini. Vi accorgerete che la questione è ben più profonda, complessa e importante:

mercoledì 23 ottobre 2013

Lo sanno

del Disagiato

Nelle scorse ore Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e altri giornalisti scientifici hanno rivolto dieci domande a Giulio Golia e alla redazione delle Iene sul caso Stamina e sui servizi mandati in onda da Italia 1. I servizi, come magari già sapete, sponsorizzano Davide Vannoni e il suo Metodo con una condotta non proprio scientifica. Non sono uno scienziato, ma ritengo giusto far chiarezza sulla questione e mettere all’erta chi sta dall’altra parte dello schermo, cioè lo spettatore, che magari di strumenti intellettuali e scientifici (come me e molti altri) non ne ha. Come dice giustamente la Bencivelli: “Di certo, però, è rimasta la tv accesa a mostrarci pezzi di realtà e lacrime. E sono (ancora) convinta che chi ne detiene il telecomando abbia l’obbligo di interrogarsi, e di lasciarsi interrogare, su come ha scelto di usarlo”. Vorrei dire la mia. Secondo me le Iene e Giulio Golia sanno che Silvia Bencivelli, Marco Cattaneo e gli altri giornalisti scientifici hanno ragione. Le dieci domande, per loro, non sono che domande retoriche o domande che cadono direttamente nel vuoto. I servizi mandati in onda dalle Iene sono come il vino biodinamico, e cioè quel vino che unisce ai metodi dell’agricoltura biologia le influenze astrali: quando i pianeti si allineano il vino diventa buonissimo? ; la luna influenza l’uva così come influenza le maree? 

Scusate l’accostamento, ma era solo per dire che chi compra il vino biodinamico lo fa per credere in qualcosa di, diciamo così, “spirituale”. Giusto così, capita. Io, se devo essere sincero, tutti i giorni mi tuffo nella mia privatissima dimensione spirituale per stare un po’ meglio, per allontanarmi dalle cose fastidiose della vita. Chi però commercializza il vino biodinamico lo fa non tanto perché crede alle forze degli influssi astrali o ad altre pazze pseudoscientifiche pratiche agricole, ma perché c’è qualcuno che quel vino lo compra. Fare vino biodinamico significa cercare e trovare un pubblico capace di spendere soldi per il vino biodinamico. Chi pensa e prepara i servizi per le Iene lo fa sapendo che nell’ ampio e variegato palinsesto televisivo c’è una fetta di pubblico disposto a intrattenersi in un determinato modo. Le domande poste ai politici per dimostrare la loro ignoranza non vengono poste per dimostrare l’inadeguatezza di quelle persone alla vita politica ("il parlamentare lo potrei fare anch'io”, borbottiamo davanti all'ignoranza dei deputati) ma perché la redazione delle Iene sa che a casa c’è molta gente che ha voglia di guardare l’inadeguatezza dei politici e per poter dire, finalmente, “il parlamentare lo potrei fare anch'io”. Se ci sono telespettatori c’è pubblicità da trasmettere, e quindi, ovviamente, soldi da guadagnare. 

La battaglia da portare avanti non deve essere di tipo scientifico, o non solo. Secondo me le Iene sanno bene che i loro servizi non dicono la verità o tutta la verità, così come molti agricoltori sanno che il vino biodinamico è una bufala, una trovata commerciale. Sanno, però, che c’è un pubblico. Ed è a questo pubblico che bisognerebbe fare dieci o cento domande.

lunedì 21 ottobre 2013

Le energie mentali

del Disagiato


Nella fotografia qui sopra potete vedere ciò che vedevo io da una finestra di una pensione di Bruges, a maggio. Credetemi, la vista era stupenda e suggestiva, e lo dico con la consapevolezza che quando si viaggia con qualche soldo in tasca e il tempo per fare quello che ci pare e piace, il mondo diventa molto più facilmente stupendo e suggestivo, sia che ci troviamo in Belgio, sia che ci troviamo in Norvegia. Brescia è molto bella, bellissima, ma le preoccupazioni, il lavoro (che ora non c’è), l’affitto da pagare e via dicendo, spesso mi rendono cieco, e la bellezza della città si nasconde dietro una cataratta quotidiana difficile da togliere. Bruges si divide in due parti. Una parte è quella più frequentata dai turisti e cioè quella con le “attrazioni” principali, i bar, i locali, i negozi, i ristoranti; l’altra parte è quella che sta duecento metri più in là, ed è la zona dove oltre ai canali, ai ponti, alle piante che si chinano a baciare gli specchi d’acqua e a qualche Kebab e libreria, non c’è nulla (e qui di turisti se ne vedono pochissimi). Ecco, la mia camera stava in quella parte tranquilla della zona storica della città. Ci sono stato per tre giorni, e una settimana o due (e, perché no, per sempre) ci sarei stato ancora. In quella parte della città. Parte poco visitata dai turisti proprio per la mancanza di vere attrattive: ma che belli i canali, ma che bella la mia ombra sui muri di notte. Si stava benissimo proprio per l’assenza di ambizione di quel quartiere, l’ambizione che spesso rende un posto dinamico e “proiettato verso il futuro, che attira persone creative da tutto il mondo” (lo dice Gerhard Mumelter a proposito di Berlino, Internazionale, 15 luglio 2013). Niente futuro, niente dinamismo e soprattutto per questo amavo quella camera, quella finestra, quel quartiere e quel silenzio. “Non cerco la tragedia, ma ne subisco la vocazione”, diceva Giovanni Giudici di se stesso. Non cerco la pigrizia ma ne subisco la vocazione, e devo dire che quei tre giorni, in quel posto, hanno assecondato in modo perfetto questa mia propensione a non far niente, a non desiderare ciò che è dinamico, aperto, internazionale e che attira menti creative. 

Ho ripensato a Bruges e a quella stanza dopo aver letto un articolo di Roberto Calò sulla condizione dei disoccupati. Eccovi un brano importante dell’articolo: 

Qui stiamo trascurando il lato economico per affrontare l’aspetto identificativo che è la sostanza psichica di un individuo. Stare ore e ore al bar seduto ad un tavolino leggendo un giornale, oppure chiacchierare tutta la giornata in più punti di una città o starsene a casa a vedere la televisione, è una condizione umana tollerabile dalla propria coscienza? Semplicemente ci si spersonalizza. Si perde l’integrità psicologica perchè la psicologia di un uomo o di una donna si basa proprio sull’identità. Chi sei? Non basta il nome, manca l’esperienza formativa, quella qualifica perfettibile che ci rende esseri sociali. E’ qui che il titolo di questo scritto deve far riflettere. “Chi non lavora non è normale!” Non è normale perchè non si riconosce in una categoria attiva. La sua energia mentale non si muove. Manca l’azione. 
Io, adesso, sono un disoccupato. La libreria ha chiuso per sempre e le mie preoccupazioni (quelle che non mi permettono di vedere gli angoli poetici di Brescia) si sono moltiplicate. Come farò a pagare l’affitto? Come potrò, in mezzo a questa congiuntura, finire di pagare la macchina? E la pizza con gli amici? E i viaggi in Andalusia? E, soprattutto, come farò a fare la spesa all’Esselunga? Questo per dire che essere disoccupati è una condizione esistenziale quasi terribile e deprimente: vengono un sacco di brutti pensieri. Chi è nella mia situazione, mi può capire. Non vedo l’ora di trovare un lavoro che sappia darmi un pizzico di soddisfazione e di rimettermi in piedi. Però volevo anche dirvi che questi due mesi di inattività – certo, aiutato dal Tfr e dai soldi dell’Inps – mi stanno dicendo che è proprio bello (per il mio temperamento, ci mancherebbe) stare fermi, non lavorare, non avere a che fare con clienti, colleghi e datori di lavoro. Magari mi sbaglio, ma io non mi sto spersonalizzando, come dice Roberto Calò dei disoccupati. E oltretutto non sto subendo una crisi di dignità, e non mi sento mutilato. Insomma, io non lavorerei mai. Me ne starei per sempre come in quei tre giorni in quel piccolo quartiere della città belga: a pensare (a che cosa, non lo so), a leggere, a passeggiare e a fare poco altro. 


A lungo andare, a non lavorare, ci stufa, direte voi. A lungo andare la psiche non cresce “come dovrebbe”. Non so che dirvi. Sarò persona arida, ma io ho sempre lavorato per un unico motivo: ottenere soldi, perché i soldi mi rendono più libero. Per me non è vero che il tempo è denaro, ma semmai è il denaro che è tempo. Il mio tempo. Calò scrive: “ci sono delle categorie esperienziali, ognuna delle quali è composta appunto da esperienze determinate di cui l’uomo è padrone”. Ecco, io della categoria esperienziale ne farei a meno, per sempre. Certo, c’è l’affitto da pagare. E poi ci sono tante altre preoccupazioni.

giovedì 17 ottobre 2013

Diverse ma uguali

del Disagiato

Nel film Cesare deve morire arriva il momento in cui, durante le prove teatrali nella prigione, l’attore detenuto che deve fare la parte di Bruto recita questa battuta: “Questo non è un assassinio, è un sacrificio. Ah, se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo”. Poi ripete le ultime parole a bassa voce (ah, se si potesse…), si blocca, dà una manata al muro e si siede, scosso, il viso tra le mani. “Che succede, non ti vengono le battute?” gli chiede il regista, e allora l’attore Bruto, irritato e guardandolo negli occhi, gli risponde: “Ma che vuoi! È una cosa mia! È una cosa mia!”. È una cosa sua, quello che sta accadendo. L'attore, dopo essersi calmato e scusato, spiega che la frase “ah se si potesse strappare lo spirito al tiranno senza squarciare il petto suo” gli ha fatto venire in mente un amico, con il quale vendeva sigarette di contrabbando, e che un giorno, prima di “tappare la bocca di un infame” gli disse le stesse parole di Bruto: “Le parole erano diverse, ma uguali”, dice stupito. Diverse ma uguali. Insomma, scrivo di questo momento del film perché è proprio in questo momento, secondo me, che gli attori carcerati capiscono che la letteratura, anzi no, l’arte (non cascateci, l’ho fatto con proposito a dire prima “letteratura” e poi “arte”) è entrata in circolo o, direi in modo ben più prosaico, è proprio lì che l’arte incomincia a funzionare. A funzionare su di loro. L’arte agisce solo quando noi riusciamo a farla agire: per mezzo di un incontro tra le parti. Le parole diverse diventano uguali, e riescono a far emergere facce, ricordi, eventi che ci hanno toccato. Proprio com'è accaduto all'attore, che di colpo, grazie a poche parole che pensava innocue, incomincia a ricordare, a collegare e, chissà, magari a dare significati. 

Questa battuta di William Shakespeare scritta più o meno nel 1600 è significativa ed evocativa non solo grazie a Shakespeare (non solo Shakespeare è uno scrittore contemporaneo ma tutti i "classici" che leggiamo) ma anche grazie a un carcerato di qualche secolo dopo. Un carcerato che ha fatto una cosa che a volte ci sembra davvero difficile - o troppo facile? - da fare: ha letto e poi, come capita a chi legge, si è immedesimato. Ecco, forse basta leggere per capire noi stessi e le parole che ci hanno detto una volta i nostri amici contrabbandieri E invece noi, a volte così splendidamente ingegnosi, pensiamo a cose più complicate per far funzionare la letteratura (e l’arte). Ripeto, forse basterebbe fare una cosa sola: leggere. Non molto altro.

mercoledì 16 ottobre 2013

Non aver paura di avere un cuore

del Disagiato

Ieri Italo Calvino avrebbe compiuto novant'anni, e Sandra Petrignani ha scritto per l’occasione un articolo sull’autore raccontando le sue virtù letterarie e umane. Nell’articolo, e di questo vorrei parlare, si racconta anche del contrasto tutto intellettuale che Calvino ebbe con Pier Paolo Pasolini: 
Pasolini si era messo contro e attaccò anche l’ex amico Calvino per certe simpatie, che giudicava ipocrite, verso gli studenti in rivolta. Anche se poi di simpatie, veramente, Calvino ne aveva pochissime e certamente i sessantottini dovevano apparirgli troppo ignoranti per riconoscersi loro compagno di strada. Forse gli piaceva tutto ciò che si muoveva di nuovo nel mondo e nella vita culturale, salvo ritrarsi subito deluso il più delle volte, e quanto al ’68 a Pasolini rispose così: «Verso le nuove politiche le riserve e le allergie da mia parte sono più forti delle spinta a contrastare le vecchie politiche». 

Ovviamente il dibattito nato tra i due scrittori è più fitto e meno, come dice giustamente Petrignani, manicheo ma non per questo dobbiamo allontanarci dalla vera scintilla che condusse i due ad essere “ex amici”. Volevo solo dire che questa scintilla è davvero importante e attualissima e che la possiamo trovare ben visibile in un articolo, primo marzo del 1975, di Pasolini, che s’intitola Non aver paura di avere un cuore. Il titolo, ora, sarebbe bello e utile prenderlo così, in questa sua forma, invece di accettare il semplice Cuore apparso poi su Scritti corsari. Non aver paura di avere un cuore, quindi. Si parlava di aborto e del diritto, che la sinistra sosteneva, di abortire. Pasolini nell'articolo scrive: “Ho detto che l’essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, nel caso specifico, una certa superiore mancanza di sentimento: cosa che riempie di soddisfazione gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti…” Il discorso, a questo punto, intensifica il dibattito, e lo scrittore sottolinea che solo un intervento è stato civile e razionale, ed è quello di Calvino (Corriere della sera 9-2-1975) che “rimprovera” Pasolini “un certo sentimentalismo irrazionalistico, e una certa tendenza, altrettanto irrazionalistica, a sentire una ingiustificata sacralità nella vita”. E qui, secondo me, possiamo vedere bene quale fu la vera differenza tra i due intellettuali. Pasolini continua così: 

Il potere non è più clerico fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti - a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico fascista, contro il potere repressivo. Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più … In questo contesto, i nostri vecchi argomenti da laici, illuministi, razionalisti, non solo sono spuntati e inutili, ma, anzi, fanno il gioco del potere. Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido, è fare un immenso favore ai produttori … i nuovi italiani non sanno che farsene della sacralità, sono tutti, pragmaticamente se non ancora nella coscienza, modernissimi”. 

L’articolo continua, ma sono queste righe che contengono lo sfaglio. Un serio e documentato servizio sui preti pedofili della trasmissione Le Iene di Italia 1 (l’ho visto l’altra sera) è un momento televisivo che utilizza serietà e competenza per aumentare il proprio potere (come dire: un potere che non ha nessuna voglia di mettere nella giusta prospettiva, e su un terreno adeguato, il difficile e complesso argomento pedofilia). Il mio è solo un esempio, tra i tanti, che potevo fare. Pasolini è meno razionale di Calvino e proprio per questo lo è di più. Secondo me, questo argomento (sacro e non sacro, razionalità e irrazionalità) rende tanto diversi i due scrittori. È un argomento che vale ancora oggi - da leggere, rileggere e approfondire - quando parliamo di noi e della società in cui viviamo.