domenica 31 marzo 2013

Io penso a tutte quante le rotture, e tu...



del Disagiato

Deve essere un difetto della mia memoria ma Franco Califano me lo ricordo più come un personaggio della tv buono da prendere per il culo per la parlata biascicata o per la passione sua per le donne e la vita notturna, che come cantante nostalgico sentimentale di borgata, come scrivono ora i giornali. In questi ultimi anni era diventato la caricatura di se stesso e il carico ce lo metteva lui e ce lo mettevano i conduttori simpatici che lo ospitavano e lo facevano cantare per qualche minuto, trattandolo come l'ultimo testimone di un mondo che poi è esploso o si è inabissato per sempre. Magari è un difetto della mia memoria ma anche il momento canoro andava a inserirsi nel grande circo televisivo che si innalzava quando Califano si metteva davanti alle telecamere: signore e signori ora una cosa davvero strana, un cantante che canta in romanesco di gente di borgata. Come se il dialetto e la borgata e le donne e il cuore e gli amici e la nostalgia e la povertà appartenessero a un contesto che male s’incastra con le nostre vite e i palinsesti televisivi che abbiamo tutti insieme costruito in questi anni, mattone berlusconiano dopo mattone berlusconiano. A ottobre Lorella Cuccarini ha ospitato nel suo programma Edoardo Vianello e Franco Califano, e la presentatrice ha chiesto che Roma fosse quella della loro amicizia. Califano, come se avesse le parole in bocca da settimane, è intervenuto per dire che la Roma di Vianello era una Roma e la sua era un'altra; Vianello era una persona serissima mentre lui, Califano, serio lo era un po' meno. Ecco, non che la domanda fosse stupida, ma la risposta la trovo davvero intelligente e pure elegante, perché Califano, in televisione, a volte, era proprio così, si strappava il vestitino che gli davano nello studio televisivo per mostrare che in fondo, lui, un punto di vista poetico, lucido e personale ce l’aveva davvero per scrivere canzoni e poesie. E infatti queste canzoni, come una volta, ultimamente le cantava non solo in televisione.

sabato 30 marzo 2013

Gli altri

del Disagiato

“Ma com'è possibile che lei mi sa solo consigliare cose tristi?” Me l’ha detto qualche giorno fa una cliente, alla quale cercavo di consigliare un libro tra i tanti libri della libreria. I titoli che proponevo erano in effetti “cose tristi”, tristissime, storie di uomini o donne che rimangono soli o muoiono in solitudine. Cosa c’è di peggio al mondo della solitudine e della morte? Altri clienti, in passato, mi hanno fatto notare questa mia criticabile tendenza e la risposta che arriva per respingere la mia idea di letteratura è più o meno: già la vita è triste, se poi leggiamo anche libri tristi ti raccomando. Ai clienti, ovviamente, non dico mai quello che nel profondo temo e cioè che spesso la letteratura - e, già che ci sono, aggiungo il cinema, un altro modo di raccontare storie - ci viene incontro non per, come abbiamo pensato molte volte, insegnare, ma per confermare quello che sappiamo già: la vita è dolore inutile, e non c’è rimedio. 

Martha Nussbaum, nel suo libro Non per profitto (il Mulino 2010), partendo dai sistemi educativi degli Stati Uniti e dell’India riflette su quale ruolo abbia oggi l’insegnamento delle materie umanistiche. È una domanda che serve a far dire all’autrice che oggi, soprattutto nella parte occidentale del mondo, si tende a dare alla cultura umanistica un ruolo marginale. “La spinta al profitto induce molti leader a pensare che la scienza e la tecnologia siano di cruciale importanza per il futuro dei loro paesi”. Lo studio dell’arte, dei classici, della storia non può, invece, portare ricchezza e per ciò le ore da dedicare a queste materie diminuiscono. L’autrice non nega che esista un collegamento tra scuola e sviluppo economico, ma cerca di stabilire, guardando anche alle esperienze passate e ascoltando la voce di chi questo passato l’ha vissuto, di cosa la scuola si debba nutrire. Tullio De Mauro, nella sua bella introduzione, scrive: “Non si tratta di negare quel collegamento, come fa chi pensa che con la cultura non si mangia. Si tratta di leggerlo nella complessità delle vicende educative e storiche”. Il libro riporta i dati, dati semplificati, riguardanti le relazioni tra sviluppo economico e istruzione tra il 1950 e 2010. Nel 1950 la popolazione mondiale aveva un’istruzione media di 3,2 anni, nel 1980 di 5,3 anni e nel 2010 di 7,8 anni. La scolarizzazione ha portato ricchezza o forse è l’economia che ha dato terreno fertile alla scuola e al sapere, ma è a questo punto che Martha Nussbaum accende la prima scintilla del libro: basta una buona coincidenza tra sviluppo economico e sviluppo scolastico per dare anticorpi a un paese democratico? Il libro esiste per dire no e il sottotitolo sintetizza molto bene l’argomento che abbiamo davanti: Non per profitto – Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. 

sabato 23 marzo 2013

Novantanove centesimi

del Disagiato

Un mese fa circa sugli scaffali della libreria sono arrivati dei libri che costano solo novantanove centesimi. Appartengono a una nuova ed economicissima collana della Newton Compton e per il momento i titoli disponibili – la maggior parte sono classici – sono dodici. Tra un paio di mesi, se ricordo bene, dovrebbero arrivare altri titoli della stessa collana, sempre a novantanove centesimi, naturalmente. La responsabile della libreria, che deve in qualsiasi modo far tornare i conti, si è lamentata perché con quel prezzo il guadagno, per noi, è bassissimo. La Stampa, il 17 marzo, ha pubblicato un articolo che riporta altre lamentele, tra le quali quella di un libraio che afferma che l’idea dei libri a 99 centesimi non è una promozione vera della lettura, ma una promozione commerciale: “A un libraio richiedono la stessa cura e attenzione di qualsiasi altro libro. Li devi spacchettare, sistemare, disporre, occupano spazio, ma a me costa più battere uno scontrino, di quel che guadagno sulla vendita di uno 0,99”. C’è anche chi ha fatto notare che in questi piccoli volumi si pubblicizzano altri libri della stessa casa editrice, la quale trova così una via molto originale e furba per sponsorizzarsi. I volumi in questione, aggiungo io, non sono né eleganti né pratici e la carta è di pessima qualità, un po’ come quella dei libri economici della Feltrinelli, che però, come ben sapete, costano anche sei o sette euro in più. 

Vorrei anche precisare che tutti i libri di tutte le case editrici pubblicizzano, nelle ultime pagine, altri libri dello stesso autore che avete tra le mani o di altri autori. La pubblicità, insomma, la fanno tutti o, per non forzare il discorso, quasi tutti. La Newton Compton, con i libri a 99 centesimi, ha fatto una promozione commerciale e non una promozione culturale? Sinceramente è da quando lavoro in libreria che ho notato questa propensione agli affari delle case editrici. Gli istant book, per fare solo un esempio, vengono scritti e pubblicati in fretta e furia non per deludere le aspettative dei lettori che vogliono avere notizie e dettagli su avvenimenti recenti, ma per non farsi bruciare il terreno dalle case editrici concorrenti: guadagna denaro il primo che arriva. E ovviamente non voglio immaginare la fatica e l’ansia dell’autore che deve fare subito, presto, in fretta, prima degli altri. Gli istant book, quindi, per una promozione alla lettura? No, per me gli istant book sono una promozione commerciale, come promozione commerciale sono i Newton Compton a 99 centesimi.

giovedì 21 marzo 2013

Il mio amico Vincenzo


del Disagiato 

Da un paio di mesi, quasi tutti i giorni, entra in libreria Vincenzo, ex muratore, in pensione da poco, completamente disinteressato ai libri e a quello che i libri hanno da dire o da raccontare. Entra in libreria per far passare un po' del suo tempo e per guardar le donne, e lo fa, questo, con un volume tra le mani, fingendo di leggere, con gli occhi che vanno oltre le pagine. Qualche settimana fa, di pomeriggio, ho incontrato Vincenzo al supermercato, in fila alla cassa e così, riconoscendoci, ci siamo lamentati sulle cassiere, tutte le cassiere del mondo, che lavorano troppo lentamente e poi, dopo due o tre altre cose dette per circostanza, ci siamo presentati con una forte e simpatica stretta di mano. Da quel momento per Vincenzo sono diventato un punto di riferimento. È vero, non lo nego, la sua occupazione principale, in libreria intendo, è quella di osservare le belle donne che consultano volumi d’arte o romanzi, ma è anche vero che questa sua principale occupazione è stata affiancata dalle urgenze e esigenze dell’amicizia. Vincenzo entra in negozio e mi racconta dei suoi denti che gli fanno male (qualche giorno fa, davanti a me e ai clienti, ha spalancato la bocca per mostrarmi un dente che non c'è più), dei suoi figli, dell’orto e del Milan. Una volta, con voce alterata dalla tristezza, mi ha detto che la moglie non vuole che lui stia troppo in casa. "Non vuole che me ne stia tutto il giorno sulla poltrona, così esco e vengo qui da te”, mi ha confidato. Vincenzo, che da quando è in pensione si sente come in trappola, cacciato dalla moglie va in libreria a trovare il libraio stanco. Buona trama per un racconto o per un film, vero?

In questi ultimi giorni, quindi, la mia impressione è che la nostra amicizia si stia rafforzando e che il suo interesse per le belle donne stia diminuendo. Magari mi sbaglio, ma ho come la sensazione che io, per Vincenzo, stia diventando come una persona speciale. Si confida, mi chiede come sto, mi racconta quello che va e che non va e poi, mentre mi vede indaffarato, mi dice: “Adesso vado a prenderti un bel caffè, così ti riposi un po' ”. E così, dopo qualche minuto, ritorna in libreria con una tazzina di caffè su un vassoio.

venerdì 15 marzo 2013

Uno zaino a forma di nuvola (Parte II)

È uscita la seconda parte del post dello Scorfano. Lo trovate qui.

Cosa si diventa

del Disagiato


Qualche giorno fa tra me e una mia collega c’è stata un po’ di tensione. Farei prima a dirvi che abbiamo litigato, ma temo che questo non sia vero, visto che abbiamo soffocato sul nascere qualsiasi discussione e poi ci siamo messi dietro il nostro scudo, in silenzio, in attesa che capitasse qualcosa che andasse a peggiorare o migliorare i nostri stati d'animo. Questa tensione c’è ancora, l’ho notata anche ieri pomeriggio quando lei è entrata in negozio per incominciare il suo turno di lavoro senza rivolgermi una sola parola. Ciao, mi ha detto freddamente, e poi ha preso a fare quello che doveva fare. Io, ovviamente, mi sono comportato come si è comportata lei, l’ho salutata e poi ho continuato a sistemare i libri senza guardarla. Adesso però vi racconto cos’è successo l’altro giorno. Allora, la mia collega oltre ad essere molto più giovane di me è anche molto, ma molto, più euforica di me. Anzi, forse non è euforica ma un qualcosa di diverso. È una ragazza che parla tanto e quando le capita di ritrovarsi impantanata in lunghi momenti di silenzio, cerca di riempirli, questi momenti, con una battuta, con un aneddoto, con uno scherzo. E con me questi lunghi momenti di silenzio capitano spesso, un po’ per una mia tendenza a chiudermi davanti alle persone espansive e esageratamente ottimiste e un po’ perché effettivamente sono una persona che parla poco (o almeno così mi dicono). 

Insomma, l’altro giorno la mia collega mi ha fatto notare che quando lavora con me le sembra di lavorare con un estraneo e io, sia per difendermi sia per dichiarare il mio punto di vista, le ho caldamente consigliato di andare a vivere a Disneyland, nel mondo perfetto e colorato. E poi le ho anche detto che dovrebbe incominciare a crescere. Ecco, sì, le ho detto queste cose e lei, come già vi ho anticipato, si è offesa. 

giovedì 14 marzo 2013

Uno zaino a forma di nuvola (Parte I)

Potete leggere la prima parte di un post dello Scorfano, che ha rotto, anche se solo parzialmente, il suo silenzio. 

Sono, come tutte le mattine, nella mia quinta liceo, davanti a ragazzi che conosco da tre anni e che sono nel frattempo diventati grandi, quasi uomini e quasi donne, pronti a partire anche se non sanno ancora verso dove e forse nemmeno il perché. Sono lì davanti e parlo loro di Montale, e dico che c’è stato un critico, una volta, che ha detto che i giovani soldati che partivano per il fronte durante la Seconda guerra mondiale, se erano buoni lettori, partivano con la raccolta montaliana “Le occasioni” custodita nello zaino, in previsione di notti che avrebbero potuto essere lunghe e solitarie. Mi sembra una bella immagine, e allora mi fermo un attimo per vedere se anche a loro, magari, sembra. E c’è una voce, dal fondo dell’aula (ed è la voce di Paolo), che dice: «E noi?» E io chiedo: «In che senso noi?» E allora Paolo insiste: «Cosa porteremo noi, nel nostro zaino, quando dovremo partire per la guerra?» (la prima parte della storia continua qui)

mercoledì 13 marzo 2013

Modi di raccontare



del Disagiato

Asghar Farhadi è il regista iraniano di due bellissimi film, Abou Elly e Una separazione, che raccontano di come oggi  l’Iran sia incapace di essere un paese libero, sincero e trasparente. Le vere vittime sono le donne, che non devono, secondo una morale in ostaggio della religione del paese, superare un certo grado di libertà. E quindi, per avere la libertà, le donne mentono. Queste parole rischiano di girare a vuoto (di essere aria fritta, anche), oltre che essere riduttive, quindi vi consiglio, se già non l’avete fatto, di vedere uno dei due film se non tutte due. Non fatevi spaventare da “iraniano” : iranianio in questo caso non significa lento, noioso, criptico e tutto ciò che spesso, e non a torto, attribuiamo al cinema che non ci è famigliare. In Una separazione le tre protagoniste mentono o non dicono per non far sapere a qualcun altro come stanno le cose. Ecco, guardando questo film ambientato in Iran ho capito (e spero di aver capito bene) che i diritti di cui spesso parliamo coincidono con la visibilità, con il detto. Insomma, cosa significa avere un diritto? Avere un diritto significa avere una vita, una società, che ci permetta di non nascondere noi, il nostro pensiero e i nostri sentimenti. Cosa succede quando invece viviamo una vita segreta? Bene, guardate i film di Asghar Farhadi. 

Una delle protagoniste di questo film deve nascondere al marito il suo lavoro (badante di un anziano signore con seri problemi comportamentali  e motori). Il marito, dopo una drammatica vicenda, viene a scoprire il tutto e da qui parte la riflessione del regista iraniano. La vera forza dei film e della riflessione di Farhadi sta quasi tutta nell'universalizzare la storia, nel rendere la sceneggiatura una vera e propria parabola. Ho fatto delle ricerche e non mi sembra che il regista abbia mai avuto delle grane per via delle sue pellicole. Ovviamente posso sbagliare e quindi attendo una secca smentita. Però, intanto, mi chiedo: come mai un film come Argo ha fatto infuriare Teheran e i film di Farhadi no?

Gli spazi

del Disagiato

Matteo Renzi qualche giorno fa è stato ospite di Fabio Fazio e a un certo punto del suo discorso ha detto  (dal nono minuto) che a Firenze “in tre anni abbiamo raddoppiato gli spazi delle biblioteche: erano 6.000 mq ora invece sono 11.000 mq e contemporaneamente siamo passati da 570.000 utenti annui delle biblioteche a 1.100.000 utenti l’anno; sono ancora meno degli outlet, vorrei essere chiaro, ma è un passo in avanti”. Renzi, come spiega dopo, ci fornisce questi dati per sottolineare che con la cultura si può mangiare, così come si può mangiare con il turismo e con l’agroalimentare (“ero da Carlo Petrini, giovedì, all’università di Pollenza”). Premetto che sono felicissimo che il sistema bibliotecario fiorentino goda di ottima salute e che i metri quadri delle biblioteche siano quasi (quasi) raddoppiati però non capisco, del suo ragionamento, perché mai gli spazi o gli utenti - o tutti e due, forse - delle biblioteche debbano essere superiori a quelli degli outlet. Che società sogna Renzi? Anzi, facciamo così: che società sogno io, che sono una persona dai modi urbani, che ha cuore il destino del sistema bibliotecario italiano e del silenzio che regna nei suoi spazi? 

Ho smesso di sognare da parecchi anni, però vorrei tanto vivere in un paese in cui le biblioteche funzionino come si deve e con ciò intendo dire che ci siano tanti libri, che questi libri vengano curati e selezionati, che a curare i libri sia personale competente (e magari pagato per la sua importante professione), che le aule o sale siano accoglienti, calde d’inverno e già che ci siamo fresche d’estate, e che gli orari d’apertura contemplino aperture diurne e notturne, in modo tale che chi non può frequentare una biblioteca di giorno può farlo di sera o di notte. E poi, ovviamente, vorrei una società fatta di persone che non vedono l'ora di usufruire dei servizi di una biblioteca. Renzi, se ho capito bene, vorrebbe vedere con i propri occhi lo stesso pezzettino di mondo che vorrei vedere io: un mondo di lettori, di utenti curiosi, di cittadini che chiedono al bibliotecario una copia da consultare delle Traduzioni auliche e popolari nella poesia del Regno di Napoli in età angioina oppure una banale copia di Angeli e demoni, da leggere a casa dopo cena o poco prima di andare a letto.

mercoledì 6 marzo 2013

I clienti esigenti

del Disagiato


La responsabile della libreria nella quale lavoro ieri pomeriggio mi ha chiesto se potevo ordinare qualche libro di filosofia. “Ne sai più di me”, mi ha detto e vi confesso che mi ha fatto piacere, come a un bambino fa piacere sentirsi dire “sei stato davvero bravo”. Nei luoghi di lavoro diventiamo tutti un po’ più infantili, non pensate? Il progetto di rimpolpare i pochi scaffali dedicati alla filosofia è stato affidato a me, quindi, non perché io sia un esperto, ma semplicemente perché ne so un po’ di più dei miei colleghi, ai quali, invece, verranno affidati altri settori: c’è chi ne sa un po’ di più di libri per l’infanzia, ad esempio, e chi ne sa un po’ di più di libri di fantascienza. Il libraio bravo dovrebbe sapere tutto, ci mancherebbe, ma trovo ragionevole il fatto che ognuno di noi sia, diciamo così, forte in alcune cose e meno forte, se non proprio ignorante, in altre. Venite da me e provate a chiedermi l’ordine cronologico delle pubblicazioni di George Martin. Ecco, dopo aver balbettato qualcosa d’incomprensibile, chiamerei la mia collega che su Martin, e sulla letteratura di fantascienza in generale, sa tutto. Arriverà il giorno, forse, in cui i librai saranno impeccabili, ma temo che quel giorno sia distantissimo. 


La richiesta della nostra responsabile segue un suo importante e commosso discorso che ci ha fatto qualche giorno fa. Ve lo riassumo, ovviamente. Il discorso faceva così: “Siccome la crisi ci sta facendo morire, dobbiamo curare anche quei settori che fino ad ora abbiamo sottovalutato. L’altro giorno un cliente mi ha chiesto come mai abbiamo così pochi libri della casa editrice Laterza e io gli ho spiegato che se nessun li compra, i libri della Laterza, non possiamo tenerli. Se tenessimo la maggior parte del libri che vengono stampati, saremmo sommersi, come sapete bene anche voi. Però adesso dobbiamo cominciare a curare anche i clienti più esigenti”. Questo è quello che ci ha detto la nostra responsabile, questa è la sua strategia per non far affondare la barca che si sta inabissando lentamente, per colpa della crisi e per colpa delle vendite online. 

lunedì 4 marzo 2013

La nostra giornata di caccia

del Disagiato

Il calendario geologico consiste nella relazione tra la vita sulla terra e un anno solare. È come lo conosciamo noi, e cioè fatto dai dodici mesi con i suoi giorni, però dentro ci sta la vita della terra, tutta quanta, dalle origini (quindi gennaio), e cioè 4.550.000.000 anni fa più o meno, fino ad oggi (quindi 31 dicembre), a questo momento in cui sto battendo tasti sulla tastiera del computer dopo la mia giornata di lavoro in libreria. Questo calendario serve per mettere in una dimensione più umana la storia del nostro pianeta, che una volta si pensava coincidesse con la storia degli esseri umani e che ora, invece, si sa non coincidere più. Tempo fa, infatti, la Bibbia diceva che insieme alla terra Dio aveva creato l’uomo, e così tutti quanti pensavano che prima dell’uomo, di Adamo ed Eva, non ci fosse storia, passato. Poi, grazie a quello che potremmo chiamare in maniera riduttiva “progresso”, alcuni scienziati del settecento hanno cominciato a sostenere senza timidezza che la terra c’era già prima dell’uomo: molto prima dell’uomo. Come facevano a sapere che il passato era molto più passato di quello che si ritenesse? Tramite lo studio dei fossili, ad esempio. Qualcuno, poi, verificò che dove il quel momento c’era la montagna moltissimo tempo prima invece c’era il mare. “Ma dai, come puoi sostenere questa cosa così assurda”, chiedeva la gente incredula, e un po’ rozza, allo scienziato. “E secondo te cosa ci fa una conchiglia sul cocuzzolo della montagna?”, rispondeva lo scienziato. 

Insomma, molto lentamente i mari si erano ritirati o spostati, e con l’avverbio lentamente dobbiamo pensare ad anni che corrispondono a cifre con molti zeri. Pian piano, litigando anche tra di loro, gli studiosi sono arrivati a stabilire che “l’aiuola che ci fa tanto feroci” ha circa 4.550.000. 000 anni e che in tutti questi anni sono accadute tantissime cose: si è formata la terra, poi l’ozono, l’ossigeno, l’atmosfera, hanno fatto la loro comparsa le piante, gli animali, i dinosauri, i mammiferi, la terra ha cominciato a muoversi, i mari a ritirarsi e a spostarsi (e le conchiglie sono rimaste lì, per noi, a raccontare il passato), i dinosauri sono scomparsi a causa dell’estinzione e poi, alla fine, sono arrivati gli ominidi, primo anello di una lunga catena che conduce a noi. Non vi sono venute le vertigini?

venerdì 1 marzo 2013

La possibilità di un'isola


Il 6 febbraio, su Radio3, durante la puntata del giorno del programma Fahrenheit, il vice presidente vicario dell’”Associazione librai italiani” Paolo Ambrosini ha affermato che le librerie “non devono essere delle isole”. Si parlava della crisi che sta colpendo il settore e di prezzi, e con la sua affermazione intendeva dire, se ho capito bene, che le librerie devono tener conto di quello che capita fuori: perché le librerie ritornino a funzionare, devono, prima di tutto, ascoltare le voci o le richieste di chi sta all'esterno. Ciò dovrebbe accadere per non far morire le librerie e, si spera, chi ci lavora. Qualche giorno fa ho scritto più o meno la stessa cosa e cioè che “il mondo dei libri” - e con questa espressione intendo mettere al centro del discorso anche le case editrici, gli scrittori, le librerie, le biblioteche, i librai e i bibliotecari - si comporta a seconda di come si comporta il mondo intero. Se le librerie si stanno ammalando significa che la società sta andando da un’altra parte, da sola, con obiettivi diversi da quelli precedenti. La cultura, purtroppo, ha la forma dell’acqua e cioè la forma che le viene data, quella del recipiente che lo contiene. Ecco, prima che le librerie chiudano e i librai rimangano a casa senza stipendio, bisogna fare uno sforzo affinché tra il dentro e il fuori continui ad esserci un discorso comune e soprattutto condiviso. Le librerie non devono essere delle isole, appunto. 

Prima di proseguire, chiedo scusa ai bibliotecari per aver messo nel cono di luce loro e me, come se le biblioteche vendessero libri. Chiedo scusa, quindi, però vi assicuro che la mia passione per la carta stampata, e quella di tanti altri librai, non è minore a quella di un bibliotecario. E poi i libri, penso, sono sempre quelli, sia che stiano su uno scaffale di una stanza silenziosa e magari elegante, sia che stiano sul ripiano di un negozio di un centro commerciale. Detto questo, mi chiedo ancora, visto che ne avevo già parlato, cosa sono i libri e a cosa serve leggerli. 

mercoledì 27 febbraio 2013

Come un cane in chiesa

del Disagiato

Don Andrea Gallo non è un uomo di chiesa come gli altri. Già, ma come sono gli altri? Gli altri non sono come lui, e cioè un prete che sin dall’inizio della sua carriera si è fatto voler bene per i suoi metodi educativi originali, per la sua pedagogia non repressiva che lo spingeranno presto ad esser chiamato "prete comunista", un presbitero che preferisce alla chiesa la strada perché solo per strada si possono incontrare gli ultimi, i poveri, gli emarginati. Per questa condotta da prete diverso e originale, la sua biografia ci racconta di spostamenti e allontanamenti “forzati”, o comunque con motivazioni poco chiare, da parte dei suoi superiori, fino al suo arrivo alla parrocchia di San Benedetto al Porto dove fonda una comunità. Sta tra gli ultimi e i poveri, è vero, ma poi? Perché qualcuno, forse per offenderlo, l’ha definito un uomo di chiesa comunista? Perché è per la liberalizzazione delle droghe leggere, perché è stato amico di De André e di Fernanda Pivano, perché ha compiuto un atto di disobbedienza civile fumando uno spinello dentro il palazzo del Comune di Genova, perché ha partecipato al Genova Pride 2009, perché ha cantato "Bella ciao" nella chiesa di San Benedetto al Porto? Sì, questi, molto probabilmente, i motivi che l’hanno reso un prete da marciapiede, come ama definirsi lui. 

“I miei vangeli non sono quattro. Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo De André, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria. E possiamo confermarlo, constatarlo: dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori”, ha dichiarato anni fa e con quel "noi" molto probabilmente intende lui e la sua comunità di fedeli altrettanto diversi e rivoluzionari. “Comunque è vero, sono comunista. Non dimentico mai la Bibbia e il Vangelo. E non dimentico mai quello che ha scritto Marx”, scrive, invece, in uno dei suoi libri. Perché di libri di, e su, Don Andrea Gallo ce ne sono tantissimi sugli scaffali delle librerie: Le preghiere di un utopista; Osare la speranza; Io non taccio. Prediche di Girolamo Savonarola; Se non ora adesso; Come un cane in chiesa. Il Vangelo respira solo nelle strade; Io cammino con gli ultimi; E io continuo a camminare con gli ultimi; Di sana e robusta costituzione; La buona novella. Perché non dobbiamo avere paura e poi tanti altri.

lunedì 25 febbraio 2013

Non c'è niente da ridere


del Disagiato

Non ho ben capito se è mio padre che comincia ad assomigliare a Silvio Berlusconi o se è Silvio Berlusconi che comincia ad assomigliare a mio padre, fatto sta che entrambi sono persone che mi mettono tremendamente in imbarazzo. Mio padre scherza sempre, come se lo facesse apposta per innervosirmi. Scherza con la cassiera del supermercato, scherza con il commesso del Bricocenter, scherza con il benzinaio, scherza con la cameriera o il cameriere. Il mio imbarazzo comincia quando vedo che dall’altra parte non c’è risposta, che sul viso della cameriera o della cassiera non nasce non dico dell’intesa ma della comprensione. E io, allora, gli do un piccolo calcio sotto il tavolo, se siamo seduti, o gli chiedo a bassa voce di smetterla, che non si può sempre fare così, che dovrebbe capire che non tutti sanno stare ai suoi scherzi. Che poi questi scherzi sono in realtà battutine per rastrellare un pizzico di complicità da utilizzare per sentirsi vivo o magari più vivo. Finisce, invece, che la cassiera si scoccia, che io mi innervosisco e che mio padre si ammutolisce prima di dire più o meno quello che Berlusconi ha detto ieri alla scrutatrice: dovreste imparare a ridere.

Mio padre per diventare ricco non ha corrotto nessuno e non ha portato donne nude in televisione, quindi l’analogia finisce qui, però vi garantisco che almeno una volta in vita sua, prima che i suoi figli a tavola lo umiliassero parlandogli di “conflitto d’interessi” e di lumpenproletariat, mio padre Silvio Berlusconi l’ha votato. Perché prometteva bene e perché era, secondo lui, una persona simpatica, sempre sorridente. Poi, siccome è una persona intelligente, ha capito come stavano le cose. Però, nonostante i ruoli e la differenza di classe, Silvio Berlusconi assomiglia a mio padre e sarà che pure io sto invecchiando ma incomincio a trovarli simpatici. Magari mi sbaglio, ma ho come la sensazione che quest’anno, per la sua ennesima ridiscesa in campo, Silvio Berlusconi negli studi televisivi sia stato più simpatico di voi. Anzi, già che ci sono, volevo dirvi che Berlusconi è davvero più simpatico di voi. O forse siete voi che state perdendo i colpi. È vero, voi non avete mai avuto rapporto con i mafiosi e non avete organizzato festini equivoci in casa vostra, però state un po’ impallidendo, non sembrate più così intelligenti. E ovviamente anch’io, che pago le tasse e non faccio le corna nelle fotografie di gruppo, non sembro più così intelligente, sempre che lo sia mai stato. 

martedì 19 febbraio 2013

Trappole


del Disagiato

Lo so che lo sapete ma è sempre utile ricordare che la copertina, o la quarta di copertina, di un libro è studiata è progettata per acchiappare l’attenzione di chi passeggia tra gli scaffali della libreria e non ha bene in mente cosa acquistare, dove allungare la mano o posare gli occhi. Un piccola trappola che si può evitare con il buon senso. Basta saperlo, insomma. Le copertine belle non per forza fasciano un buon libro e una copertina brutta non per forza contiene un pessimo libro, anche questo è utile saperlo. Come sarebbe utile metterci d’accordo su cosa intendiamo con "bella" e "brutta". Facciamo così, stabiliamo che una copertina non ha nessun significato, non vuole dire o annunciare niente: il contenuto è slegato dalla forma. Sempre? Magari sempre no, però quasi sempre. Le copertine progettate dalla casa editrice Einaudi spesso sono belle ed eleganti ma immagino che non tutti i libri Einaudi siano belli o anche solo leggibili. Le copertine Adelphi forse seguono lo stesso sentiero, i libri Newton hanno tecnici, selezionatori e progettisti sia per le copertine sia per ciò che le copertine abbracciano e i libri Mondadori a volte si presentano, nel contenuto e nella forma, con coerenza e a volte no. A questo punto, vi sembra di avere le idee chiare? Vi sembra che alcune case editrici siano più sincere e corrette di altre? Sì, può darsi, ma non abbiamo presente tutte le copertine in commercio e tanto meno possiamo aver letto tutti i libri che stanno in una libreria, quindi l’unica cosa, secondo me, è fare un piccolo passo indietro e guardare tutto questo con un po’ di serenità, poche certezze e qualche impressione in tasca. Quando se ne presenta l’occasione, ai miei clienti ho deciso di dire: le copertine non vogliono dire niente; a volte ingannano, a volte non ingannano. L’ideale sarebbe non guardarle nemmeno, le copertine, ma il nostro mondo non è ideale. Anzi. 

sabato 16 febbraio 2013

Il grande


del Disagiato

L’altra sera, come è accaduto soprattutto a molti appassionati di calcio, mi sono emozionato davanti a Roberto Baggio, che è sceso sul palco dell’Ariston. Mi sono emozionato quando l’ho sentito parlare della passione, della gioia, del coraggio e del successo e molto probabilmente devo aver stretto i pugni quando ha detto  “non credete a ciò che arriva senza sacrificio”. L'ho imparato anch'io: ciò che arriva senza sacrificio è un inganno, un qualcosa di effimero, caduco. Roberto Baggio è uno che ci piace, come ha detto Fazio nel presentarlo. Baggio è un simbolo di tante cose, molto probabilmente di quelle cose di cui, "senza arroganza", ha parlato lui rivolgendosi ai giovani. Sono stato un baggista, se mai esiste questo termine. Lui, per me, era il calcio. Il gol più bello, in assoluto, che abbia mai visto è quello che potete vedere qui sopra, e non tanto per la spettacolarità ma per come ha reso facile una cosa difficilissima. E Roberto Baggio era davvero bravo a fare le cose difficili, non scontate. Vorrei poi sottolineare che questo gol l’ha realizzato con la maglia della squadra della mia città, dopo un infortunio - l’ennesimo grave infortunio – che poteva porre fine alla sua carriere. Invece lui, grazie alla passione e al sacrificio, ha continuato a giocare e a fare bellissimi gol, tra i quali questo. Insomma, per me è stato un compagno di viaggio e non solo perché per tutti è stato, per circa vent'anni, uno dei migliori giocatori al mondo. Però.

Però Roberto Baggio è stato anche un vanitoso e un egocentrico. Se ha cambiato tante squadre non è perché non gli piaceva "mettere radici" o perché è importante "conoscere tante culture differenti", ma perché sapeva, detto terra terra, di dover stare in panchina, cosa che spesso tocca fare con sacrificio e umiltà, a volte come illogica conseguenza del sacrificio e dell'umiltà. Ma lui non ha mai tollerato la panchina e non ha mai sopportato di non rientrare negli schemi e nei progetti immediati di una squadra. Ricordo la sua faccia incredula quando Sacchi lo sostituì durante i mondiali del 1994. Ecco, quello è Roberto Baggio. Carlo Mazzone riuscì a portarlo a Brescia dicendogli: costruiremo una squadra attorno a te. E lui venne e fece cose che a Brescia non avevamo mai visto: perché una società calcistica costruiva partendo da lui, il grande giocatore che tanti tecnici non comprendevano o non volevano comprendere. Non so se il destino dei fantasisti, dei grandi giocatori, sia quello di dividere, di spaccare i ponti, però la mia impressione è che Roberto Baggio abbia frequentato il calcio da primadonna, per lunghi tratti del suo percorso, spesso facendo i capricci. Devo ammettere che a volte, da essere umano che l'ha spiato per vent'anni, mi sono ritrovato a imparare da lui più la vanità e l'arte della solitudine anziché la passione, la gioia, il coraggio e il sacrificio. E davvero non so se ringraziarlo.

mercoledì 13 febbraio 2013

Come va a finire

del Disagiato

In un film americano che si intitola "Se mi lasci ti cancello" (in Italia spesso traduciamo da cani i titoli originali) a un certo punto lui e lei si conoscono su una spiaggia. Passeggiano, vanno a casa di lui e poi, mentre si riempiono un bicchiere di vino per festeggiare quello che pare essere l'inizio di una bella storia d’amore, ascoltano una cassetta nella quale le loro stesse voci raccontano i motivi che li porteranno a odiarsi e a lasciarsi. È un film che utilizza parecchio la fantasia, la trama è un po’ articolata, quindi, se non avete visto il film, non chiedetevi e non chiedetemi come queste voci dal futuro (o dal passato?) siano giunte alle loro orecchie. Adesso non importa. È questa scena ad essere, secondo me, bellissima. Festeggiare l’inizio ascoltando i motivi della fine, con un bicchiere in mano, con la faccia un po’ perplessa. “Non è istruita. È intelligente ma non è istruita. Non posso parlare con lei nemmeno di un libro, ad esempio. Lei è più una tipa da riviste. Il suo vocabolario qualche volta lascia a desiderare. Mi sono trovato anche in imbarazzo, per colpa sua. Dice parolacce e parolacce e parolacce…” racconta, tra le tante cose, una voce maschile sul mangianastri, mentre loro due sono lì presenti, pronti a partire verso la felicità, verso l’amore. Si sono appena incontrati, si piacciono, insieme stanno bene e perché mai non dovrebbero continuare a vedersi? Però c’è questa cassetta che dichiara i loro difetti, e infatti lei se ne va quasi in lacrime, lui non tenta di fermarla, poi la rincorre, la raggiunge nel corridoio, si guardano e si dicono che certo, prima o poi arriverà la fine, ma che comunque c’è un tempo per amare. Poi, quando giungeranno i difetti, si vedrà.

lunedì 11 febbraio 2013

La realtà purtroppo

del Disagiato

In libreria, come ho già raccontato in passato, vendiamo libri pornografici. Questi libri, però, non sono proprio libri pornografici come lo sono i giornalini pornografici che si trovano (se ancora si trovano) in edicola, ma sono volumi che raccolgono “fotografie d’autore”. La definizione non né mia né dei miei colleghi, ma dei clienti che acquistano questi volumi. La cosa è vera, in parte. Le fotografie si concentrano non solo su un pene vicino ad una bocca, ma si concentrano anche sulla scenografia, la luce e, infine, sulla distanza e angolazione tra la macchina fotografica e i protagonisti. E poi, a dire il vero, a tracciare la vera differenza tra queste fotografie d’autore e i prosaici giornaletti pornografici è il fatto che nelle fotografie d’autore il pene sta vicino ad una bocca. Non dentro. 

Di questi libri, comunque, ne vendiamo tanti e secondo me proprio per l’alta - come posso dire? - artisticità delle immagini. La casa editrice che li pubblica pubblica anche, e soprattutto, libri d’arte, come se tra le due dimensioni, pornografia e arte, ci fossero visibili e naturali vasi comunicanti. Rimane comunque che in questi libri d’autore c’è, detto in breve, del sesso e la cosa, sicuramente, non lascia indifferenti i clienti che li comprano. Probabile che il fine dell’acquisto sia la masturbazione, e sarei ridicolo a non prendere in considerazione questa possibilità. 

venerdì 8 febbraio 2013

Fuori dalle librerie


del Disagiato

Ci sono due cose che non ho mai capito della campagna elettorale fatta da Renzi qualche mese fa, per le primarie. Non ho capito l’arroganza inserita nel concetto espresso dalla parola "rottamazione". Renzi diceva di voler sostituire il nuovo con il vecchio. Ci vuole gente giovane, con idee nuove e mente lucida (cioè lui), sosteneva su un palco, davanti ad uno schermo gigante, di fronte al suo pubblico. Ogni volta che leggevo la parola rottamazione o che sentivo parlare Renzi o i renziani di rottamazione, io mi chiedevo che fine avrebbe fatto il vecchio, l’usato, il poco lucido. Va bene, entrano in scena i giovani, quelli che hanno idee nuove e sanno come ora vanno le cose: ma a discapito di chi? Che fine fa il passato? Non vogliamo preoccuparci anche di chi andiamo a sostituire? L’altra cosa che non ho capito di questa sua campagna elettorale è lo schermo. Anche voi vi sarete accorti che ogni nuovo argomento toccato da Renzi era affiancato da un filmato: vogliamo parlare di questa vecchia classe dirigente che pretende di risolvere i problemi del nostro paese? Bene, prima di parlarne vi mostro un bel filmato, diceva lui. E a seguire, sullo schermo, appariva Topolino concentrato ad ordinare la sua stanza con la bacchetta magica. Vogliamo parlare di corruzione? E via, allora, con un bel filmato in cui Antonio Albanese imita un mafioso. Vogliamo parlare dei cittadini che non vogliono più stare in Italia? Prima, però, uno spezzone in cui il personaggio interpretato da Fabio Volo rifiuta la sua carta d’identità, la sua cittadinanza. Questi erano solo filmati introduttivi, niente di più. E invece, secondo me, sono qualcosa di più. 

martedì 5 febbraio 2013

Per quale motivo?

del Disagiato

Faccio una brevissima premessa: senza i libri si può vivere. Senza i libri molto probabilmente si può non solo vivere ma anche vivere bene, benissimo. Ho amici e conoscenti che non leggono e che sono ricchi, sani e, a me sembra, felici. Li vedo ridere e sorridere. L’apparenza inganna, direte voi. Può darsi. Magari queste persone che non leggono sono dentro, nell'anima, infelici. A me, se posso essere sincero, non sembrano così infelici. I non lettori stanno a galla come sto a galla io, che di libri ne leggo abbastanza per essere definito un buon lettore o, come si suol dire, un lettore forte. Se invece di libri ne avete bisogno per essere uomini equilibrati, allora avete più possibilità per possedere e acquistare libri. Il nostro mondo, oggi, grazie alla tecnologia, ci offre quelle che noi molte volte, non a torto, chiamiamo “comodità”. Comodamente da casa, e in pochissime mosse, possiamo comprare libri elettronici che costano assai meno dei libri di carta. Una volta, da me, in libreria, entravano clienti che oggi hanno deciso di passare dalla parte della comodità. Questi clienti a volte mi salutano in gelateria o al supermercato e poi, senza che abbia chiesto nulla, mi dicono: “Eh, da quando ho l’ebook non ci siamo più visti”. “Già”, sussurro io, sorridendo. Allora, con il gelato in mano o in coda davanti alla cassa, mi chiedo: perché un essere umano, oggi, 2013, dovrebbe uscire di casa per raggiungere una libreria? 

C’è anche un altro modo altrettanto comodo per leggere, e cioè ordinare libri cartacei da casa, tramite Amazon, ad esempio, o Ibs o altri siti più o meno specializzati. Anche qui, come per i libri elettronici, bastano poche mosse per avere un libro, o più libri, in mano. C’è solo da aspettare qualche ora o qualche giorno e poi ci si può sedere in poltrona, accavallare le gambe, prendere il volume che sta sul tavolino davanti a noi e, finalmente, tuffarsi nella lettura. In libreria, tanto tempo fa, come è accaduto con gli ebook, entravano clienti che oggi hanno scelto di comprare i libri in rete, per mezzo di una semplicissima connessione internet. Li incontro in farmacia o ai giardinetti pubblici, mi salutano con una mano e mi dicono: “È da tanto che non ci vediamo”. “Vero”, rispondo lapidario, sorridendo. Perché mai un essere umano per leggere un libro dovrebbe togliersi le ciabatte, mettersi le scarpe, salire in macchina, macinare chilometri, parcheggiare e fare della strada a piedi per raggiungere una libreria? Ci sono modi molto più comodi e veloci per far parte di quella minoranza (quella che legge) che sta tra le cifre e i grafici delle statistiche di fine anno.