Quando, tanti anni fa, mi iscrissi alla facoltà di Lettere, inseguendo i miei sogni un po' fanciulleschi sulla poesia che salverà il mondo, mio padre si incazzò.
Cioè, non si incazzò un po', come un padre che dà uno scappellotto al figlio strano, ma migliore di molti altri: mio padre si incazzò proprio di brutto. Per mesi mi rivolse la parola con fatica. Anzi, di più: per anni, praticamente, io e mio padre non ci parlammo. Lui mi manteneva agli studi, forse perché lo credeva un suo dovere, ma era incazzato con me; io lo sapevo, e pensavo che si sbagliasse e mi innervosivo.
Mio padre aveva lavorato in fabbrica per tutta la vita, mia madre era casalinga: io ero il figlio bravo a scuola, il ragazzo promettente, il cui futuro sembrava radioso, pieno di soddisfazioni economiche e di riscatti sociali. Vedere che sceglievo Lettere, cioè un futuro orrendo e povero, mandava in bestia mio padre e lo metteva nella condizione di pensare ai suoi sforzi come del tutto inutili. Era normale. Ed era anche normale che mio padre cercasse qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno che in qualche modo mi avesse condizionato: le cattive compagnie, quelle che i genitori cercano sempre per scusare in tutti i modi i loro figli, quelle che poi, nel mondo reale, non esistono mai.
La cattiva compagnia che trovò mio padre fu la mia professoressa di italiano al liceo: e mio padre si incazzò, senza mai dirle niente, anche con lei.

























