Il congedo dalle classi quinte è sempre uno dei momenti più strani, forse anche più difficili, per un insegnante delle scuole superiori. È un bilancio improvviso, imposto, in cui i fallimenti risaltano in modo forte, in cui i pochi successi spesso sbiadiscono nel caldo di giugno. Oggi, sul «Fatto Quotidiano», ho trovato la lettera di una collega ai suoi alunni di quinta, e ho pensato che mi è piaciuta: perché parte da un momento di stanchezza e non da un momento di condivisione, perché racconta dell’indifferenza degli studenti di fronte alla lettura di Pasolini, perché non ha nessun entusiasmo da raccontare. Perché parte dal sentire la «crepa nel cuore» di tutte le innumerevoli cose che non funzionano e non, come sarebbe troppo più facile, dalla luce di quelle poche che funzionano. E ripartire dal fallimento e non dal successo è, da sempre, il nostro più umano e sincero riscatto.
Una parte della lettera è qui, dopo il taglio di pagina. Sul «Fatto Quotidiano» c’è tutta la storia:










